Pape Satàn Aleppe: il testamento intellettuale di Umberto Eco e l’invito a superare la liquidità dei nostri tempi

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Nel volume sono raccolte le ‘Bustine di Minerva’ pubblicate su “L’Espresso” dal 2000 al 2015. Riflessioni acute e lungimiranti per la società di oggi

Eco, Pape Satan Aleppe per sopravvivere a liquefazioneL’emozione non è, non può essere la stessa delle altre volte. Hai davanti l’ultimo libro di Umberto Eco e sai che è già postumo, pur essendo nella forma e nella sostanza ciò che lui avrebbe voluto che fosse. Il titolo, “Pape, Satan, Aleppe“, primo vagito di una neonata e coraggiosa casa editrice come “La nave di Teseo“, è un chiaro riferimento all’inferno dantesco, a quella frase che il sommo Alighieri attribuisce a Pluto, il guardiano del quarto cerchio degli inferi. E’ una frase chiaramente minacciosa, il cui senso di invettiva si mescola, integrandosi pur senza perderne significato, in quel sottotitolo – Cronache di una società liquida – che Eco ha voluto aggiungere per dare una connotazione a queste 480 pagine di annotazioni, di pensieri, di riflessioni (è una selezione delle sue celebri “Bustine di Minerva” pubblicate su L’Espresso dal 2000 al 2015) a margine di ciò che è già accaduto, per leggere il passato prossimo secondo una prospettiva che faccia ipotizzare le coordinate di ciò che è prossimo ad accadere.

Il titolo scelto – spiega Eco nella prefazione – è fatto di parole che “confondono le idee, e possono prestarsi a qualunque diavoleria. Mi è parso pertanto comodo usarle come titolo di questa raccolta che, non tanto per colpa mia quanto per colpa dei tempi, è sconnessa, va – come direbbero i francesi – dal gallo all’asino, e riflette la natura liquida di questi quindici anni“. Quanto all’aggettivo ‘liquido’, invece, esso offre di per sè un’idea poco onorevole per un contesto costruttivo quale è quello che immaginiamo che sia una società. Eco, che deriva l’espressione da Bauman, lo dice chiaramente: quella corsa sfrenata verso l’omologazione a tutti i costi è una perdita dell’identità, è un sacrificio – forse non del tutto consapevole – per una rinuncia a ciò che si è in nome di ciò che si vorrebbe avere, e non è detto che si arrivi mai ad avere. In un’epoca che ha visto lo sgretolarsi precipitoso di ogni ideologia, ma anche di ogni memoria, ha preso il sopravvento l’individualismo dell’apparire, un vuoto di idee che percorre un corridoio asettico che conduce l’umanità verso un futuro impoverito dalla mancanza di prospettive. “A questo bambino che cresce parrà allora naturale vivere in un mondo dove il bene primario (ormai più importante del sesso e del denaro) sarà la visibilità” scrive Eco in una bustina indirizzata al nipotino.

Il linguaggio, quindi, non è quello di un’invettiva fine a se stessa: limitarsi a questa sarebbe troppo poco, almeno  per una mente acuta e curiosa quale quella dell’autore nato ad Alessandria. Che, da intellettuale a tutto tondo, offre al lettore una visione deterministica delle cose, chiedendosi come si possa uscire da questo processo di ‘omogeinizzazione sociale’ in cui l’uomo dei nostri tempi sembra essere stato inserito suo malgrado. E dove, probabilmente, la prima cosa a mancare è proprio la consapevolezza di vivere in un contesto liquido. Non manca ovviamente, in queste pagine, l’analisi verso i social network (“sono uno strumento di sorveglianza dei pensieri e delle emozioni altrui, sono sì usati da vari poteri con funzioni di controllo, ma grazie al contributo entusiastico di chi vi partecipa“) e in generale verso Internet, impietosa e immediata, che già in passato aveva suscitato critiche perlopiù superficiali. Eco giudica la stampa “succube della rete“, perché spesso i giornali catturano proprio dal Web bufale e imprecisioni e le elevano al rango di verità. Internet ha dato voce agli imbecilli, Eco lo dice chiaramente, quando scrive che “Twitter è come il bar Sport di qualsiasi villaggio o periferia. Parla lo scemo del paese, il piccolo possidente che ritiene di essere perseguitato dal fisco, il medico condotto amareggiato perché non ha avuto la cattedra di anatomia comparata nella grande università, il passante che ha già preso molti grappini, il camionista che racconta di passeggiatrici favolose sul raccordo anulare, e (talora) chi esprime alcuni giudizi sensati”.  Sì, perché non occorre fare di tutta l’erba un fascio, lo sappiamo bene, ma solo fare dei giusti distinguo, come d’altronde in tutte le cose.

Ma esiste un modo per sopravvivere alla liquidità? “C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno“. E allora, in quello che forse potrebbe essere considerato il suo testamento intellettuale, Eco sembra voler mettere in guardia il lettore. In tempi che richiedono massima attenzione, delegare, come fatto troppo spesso in passato, ad altri la gestione della propria esistenza non è più possibile. Occorre svegliarsi dal torpore, e acquisire la giusta consapevolezza: la società – sembra suggerirci Eco – resta l’unico elemento di aggregazione costruttivo capace di unire le coscienze e mettere insieme il buonsenso. Ed è da questo che l’umanità deve ripartire, giorno dopo giorno.

Umberto Eco, Pape, Satan, Aleppe – Cronache di una società liquida, La Nave di Teseo, 480 pagine, 2016.