A tu per tu con Nicola Barghi: quando il Britpop incontra l’Italia

NoteVerticali.it-NicolaBarghi_Elettroshock_cover

NoteVerticali.it-NicolaBarghiNicola Barghi, artista attivo dai primi anni 2000 e affascinato dalle sonorità britpop, è attualmente impegnato a promuovere i suoi progetti. La personale interpretazione delle sue chiare influenze lo ha condotto a collaborare con musicisti italiani e stranieri, tra i quali Palma Violets, Tao Love bus, Manuel Agnelli (Afterhours), Stefano Bollani e Marco Parente. In occasione della recente uscita del videoclip di Don’t take it bad, singolo estratto dal suo quinto album Elettroshock, il cantautore toscano ha risposto alle nostre domande.

Come è iniziato tutto? Cosa ti ha spinto a produrre degli inediti?

E’ nato tutto da un pianoforte verticale che i miei genitori acquistarono quando avevo 8 anni, non per me, ma perché mio padre voleva imparare a suonarlo. Oggi ho ancora quel pianoforte e ne sono estremamente geloso; mio padre, invece, abita in Svezia, è fotografo e regista naturalista. In compenso gli ho insegnato a suonare un po’ il basso e la batteria. Sono soddisfazioni. Ho iniziato a scrivere brani per avere qualcosa di mio e per sperimentare quel mondo per me allora sconosciuto che era la musica… e lo è ancora, ecco perché continuo a scrivere.

La curiosità che si percepisce nella tua ricerca è senza dubbio un’ottima motivazione per continuare a scrivere, e ti ha portato ad avere uno stile maturo e originale che si riflette nel tuo ultimo album. Facendo tuttavia un percorso a ritroso, quali sono stati gli ascolti e gli autori che hanno influenzato il tuo stile, dalle prime produzioni a “Elettroshock”?

Credo si “intuisca” il mio legame con l’Inghilterra. Sono attratto principalmente da buona parte della produzione inglese, mi piace il sound targato UK e quasi ogni band o artista che l’Inghilterra sforna ha sempre un suo valido perché, per non parlare dei fonici inglesi… Tornando alla domanda specifica, i Beatles in primis mi hanno influenzato e continuano a farlo (e da quanto si sente in giro, non solo a me) a seguire Pink Floyd, Police, Led Zeppelin (come si fa a non esserne influenzati?) ma ho iniziato ascoltando molta musica classica, dai compositori più conosciuti e “commerciali” come Beethoven e Mozart a quelli più ricercati come Shostakovich, Listz, Mahler anche se son sempre rimasto affascinato da Musorgskij, in particolare “Quadri di un’Esposizione”, del quale anche Emerson Lake & Palmer ne hanno fatto una rivisitazione. Mi piace molto anche Pat Metheny, che non è fine a se stesso come molti lo criticano, per un periodo ho ascoltato anche Satriani, i primi Metallica, i Mando Diao (svedesi ma con sound english anni ’60) per poi tornare in UK con gli XTC, i The Last Shadow Puppets e Artic Monkeys. In quest’ultimo periodo sto conoscendo molti artisti e songwriter, grazie soprattutto a Spotify, uno tra tutti sono i Bon Iver, come caldamente consigliati dal mio amico batterista Dario Arnone. Comunque, in casa ho un’ampia discografia.

NoteVerticali.it-NicolaBarghi_Elettroshock_coverHai lavorato al fianco di musicisti italiani e stranieri, puoi descriverci un frammento, un ricordo particolarmente significativo di una di queste esperienze sul palco?

Nelle collaborazioni, il momento più bello è sicuramente quando si percepisce la sintonia e la complicità. Fortunatamente questo mi capita sia sul palco con la mia attuale band (Paolo Marchetti chitarra e cori, Davide Giannoni, basso, Dario Arnone, batteria) sia ultimamente in studio durante la produzione della cover di “Old Brown Shoe” presente sul mio ultimo disco. È stato un lavoro a 4 mani con il produttore e bassista Giuseppe Fiori (Rezophonic, Mario Riso). Lavoravamo a distanza e ricordo l’emozione che avevo nell’attesa che si scaricassero i file da wetransfer. Il risultato racchiude benissimo la coniugazione dei nostri due stili di arrangiamento. Un altro momento che ricordo con entusiasmo e sempre legato alla sintonia che si instaura è la produzione del disco “Mind State” (2004) insieme al polistrumentista americano Steven Carling. In una settimana abbiamo sfornato qualcosa come 25 brani di musica sperimentale per poi sceglierne 12 per l’album. Invece un’esperienza speciale è stata quella al matrimonio dell’amico cantautore Marco Parente. Durante il concerto sono saliti sul palco insieme a noi Manuel Agnelli, Petra Magoni e Stefano Bollani. Inutile dire la semplicità e la naturalezza con la quale si sono comportati. Più in alto si va e più si trova persone semplici, e così deve essere.

Condivido pienamente. Continuiamo con qualche domanda sul tuo nuovo album: si passa da pezzi inediti a due cover inaspettate, “Lonely Boy” di The Black Keys e “Old brown shoe”, bizzarra canzone d’amore composta dal grande George Harrison, qual è stato il criterio di scelta di questi due “omaggi” all’interno del tuo progetto?

E’ la prima volta che inserisco cover in un mio album, per questo ne ho scelte due che rappresentassero i miei due opposti, dal blues sporco di “Lonely Boy” all’inglesismo puro e ai doppi sensi della “Old Brown Shoe” di Harrison. La prima è legata a un bellissimo capodanno passato con i miei amici siciliani a Palermo dove questa canzone faceva da padrona (ne facemmo anche un videoclip con tutti gli amici). La seconda riporta di nuovo ai Beatles ma non in maniera eclatante, quando Giuseppe mi invio la bozza mi piacque subito perché era la canzone più inaspettata per rappresentare i Fab4.

Dai tuoi brani emerge grande entusiasmo e desiderio di sperimentare, anche dal punto di vista strumentale: curi tu l’arrangiamento dei pezzi? E soprattutto… quanti strumenti suoni?

Si, nella maggior parte dei casi, sia in questo album che nei precedenti, mi sono occupato praticamente di tutto, dalla scrittura all’arrangiamento, fino alla registrazione e quindi alla produzione, ma in “Elettroshock” ho voluto coinvolgere musicisti e professionisti, nonché amici, che potessero dare qualcosa in più al progetto. Oltre alla mia band attuale c’è anche parte della precedente formazione (Dersu Poletti e Michele Amato), con incursioni del violinista Elia Martellini (Train De Vie), ma soprattutto ho voluto un apporto tecnico per il missaggio e il mastering dell’album e parte della produzione di “Blow Away” e “Don’t Take It Bad” dall’amico Federico Corazzi (Vinnie Colaiuta, Tony Hadley, Petra Magoni, Arturo Brachetti, Paolo Migone)… e difatti si sente.

Come giustifichi la scelta di inserire alla fine dell’album la versione italiana delle prime due tracce? Sembra una sorta di percorso circolare del tuo “viaggio” che mostra senza dubbio la tua capacità di adattarti bene alle sonorità di entrambe le lingue.

Mi fa piacere che tu abbia notato il percorso circolare dell’album, proprio come un viaggio che inizia e si conclude con la stessa canzone ma in due versioni, la prima in inglese e la seconda in italiano. Ho deciso di inserire le due versioni in italiano per un percorso iniziato con l’album precedente “Sunny Day” (2010) dove ho cercato di unire il sound inglese ai testi in lingua italiana per dare vita all’Italian Britpop, ma fondamentalmente perché sentivo che anche in italiano avrebbero avuto qualcosa da dire.

Concludiamo l’intervista con qualche domanda sul tuo nuovo singolo “Don’t Take It Bad”: è stata definita la canzone più intima del disco, evocativa a partire dalle note malinconiche degli effetti della chitarra fino al crescendo dell’armonia. Come commento al video ufficiale scrivi: “Una canzone ha il potere di evocare ricordi e sogni come fossero reali. Ho provato a immaginare di poter riabbracciare una persona grazie alle note della canzone, poi ho provato ad invertire i ruoli. ‘There’s never time to say ‘I love you’ and when there it is, it’s never enough’”, cosa intendi per inversione di ruoli?

Spesso ci focalizziamo solo e soltanto su di noi, tutto è incentrato su di noi, anche il videoclip (giustamente) inizia in questo modo: immagino di evocare una persona grazie alle note della canzone. Ma il finale lascia il dubbio, come se in realtà fossi io stesso evocato da “lei” e non viceversa, come giochi di parole. Consiglio di vedere il videoclip una seconda volta cambiando la prospettiva.

Come è nata l’idea per la realizzazione del video, tutto giocato sul “making of”?

In realtà ci sono alcune riprese realizzate durante le registrazioni, quindi in parte è proprio un “making of”. Mi piaceva l’idea delle riprese in stile backstage per mantenere l’idea d’intimità e per valorizzarne l’arrangiamento, che sono le caratteristiche del brano.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Nell’immediato la mia intenzione è quella di continuare con la promozione di “Elettroshock” e portarlo su più palchi possibili in Italia e all’estero. Realizzare il videoclip di almeno un altro singolo dell’album e continuare a scrivere colonne sonore e musiche per film/documentari, poi, beh, ho già scritto qualche brano nuovo… in poche parole girare a 360° nel mondo della musica.

Con il link al video ufficiale di “Don’t take it bad” e un invito all’ascolto del piacevolissimo album “Elettroshock”, ringraziamo Nicola e restiamo in attesa delle sue prossime proposte!

NICOLA BARGHI – Don’t take it bad