Across Asia Film Festival: spazio alla Cina, intervista alla direttrice Maria Paola Zedda

Maria Paola Zedda direttrice Across Asia Film Festival

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_AcrossAsiaFilmFestival_Girls-eye-640X150Il cinema è da sempre luogo di incontro e scambio che migliora i rapporti tra le comunità. Linguaggi diversi, che grazie alle storie raccontate sul grande schermo aiutano a comprendere la vita e le relazioni sociali di popoli distanti geograficamente e culturalmente tra loro, che attraverso la finzione e la documentaristica affrontano paradigmi espressivi distinti, ma ricchissimi di contenuti, ansie, sogni, dolori e speranze. In questo senso, l’Across Asia Film Festival, che omaggia il cinema asiatico indipendente, è uno degli eventi più significativi nel panorama contemporaneo. L’edizione 2014 della manifestazione, in programma dal 3 al 7 dicembre a Cagliari, presso la Cineteca Sarda e Lazzaretto, è dedicata alla Cina.
Alla vigilia dell’evento, abbiamo avuto il piacere di colloquiare con Maria Paola Zedda, che ha fondato e dirige il Festival insieme a Stefano Galanti.

Maria Paola Zedda direttrice Across Asia Film Festival
Maria Paola Zedda, direttrice dell’Across Asia Film Festival

Terza edizione per l’Across Asia Film Festival, che torna a Cagliari. Puó fornirci un bilancio delle edizioni precedenti?
Siamo un festival indipendente che, per motivi di budget e per una necessità interna di approfondimento, ha deciso di concentrare ogni anno la produzione su ristrette aree geografiche e cinematografie. La direzione artistica, curata da me e Stefano Galanti, amalgama vocazioni diverse. Stefano è un cultore raffinato e un conoscitore del cinema tout court, con una particolare passione per il bizzarro. Il mio interesse è più ristretto. Sono attratta da poche cose, principalmente da linguaggi di confine, da linee ibride, dalle sfaldature della costruzione narrativa tradizionale, dal rapporto del cinema con le arti visive.  Da questo incontro è nato il nostro primo festival, Across the vision, realizzato in luoghi visionari come le miniere abbandonate del Sulcis Iglesiente. Il territorio di indagine era sconfinato e abbiamo deciso successivamente di lavorare per aree geografiche specifiche, e di partire da qualcosa di lontano e meno conosciuto, da luoghi dove questa vocazione era comunque sedimentata. Così nacque Across Asia Film Festival.
La sua prima edizione del 2013 a Cagliari era dedicata alla New Wave Filippina, un movimento di artisti e registi nato intorno agli anni 2000 nell’area di Metromanila, in seguito alla rivoluzione della tecnologia digitale. Film visionari, da linguaggi molto diversi, con una grande spinta verso la sperimentazione narrativa e visiva. Raya Martin, Kahvn De La Cruz, Emerson Reyes sono stati alcuni dei protagonisti del festival. Importante e ricco di stimoli è stato il rapporto con la comunità filippina, a cui siamo profondamente grati e che è stata parte integrante del festival, collaborando all’organizzazione di eventi collaterali quali street dance, danze tradizionali, degustazioni raffinatissime. Il festival era aperto su più fronti, dai luoghi della moda e del fashion design, alle sale di culto più propriamente cinematografiche come la Cineteca Sarda, sino ai luoghi di ritrovo della comunità filippina, il pubblico eterogeneo e molto partecipe.
Dopo questo successo, abbiamo deciso di ripetere una formula analoga a Roma e il MAXXI ci è sembrato il luogo più adatto, interessato ai linguaggi contemporanei, urbanisticamente nel cuore dei luoghi di incontro della comunità filippina.
Il Museo ci ha aperto le porte con grande entusiasmo diventando partner dell’iniziativa.  Con esso, la Fondazione Roma Solidale e l’Ambasciata della Repubblica delle Filippine a Roma, partner di vitale importanza per la realizzazione del festival. Il regista Khavn De La Cruz è stato nostro ospite e ha tenuto una masterclass sulla zero minute film shool, una vera lezione di cinema indipendente. Il festival si è concluso con un evento speciale dedicato alle vittime dei tifoni che ogni anno devastano le Filippine e i paesi del sud est asiatico: Mike Cooper, Khavn e Jonida Prifti hanno musicato di fronte alla scultura di Annish Kapoor, The Widow nella galleria 1 del MAXXI, uno degli ultimi film di KHAVN, Kalakala. L’evento, in forma diversa, era già stato realizzato al Moma PS1 di New York.

Quest’anno è di scena la Cina. Come mai questa scelta?
Across Asia ha sempre dedicato uno spazio importante al rapporto con le comunità di immigrati residenti in Italia, sia per restituire loro, specialmente alle seconde e terze generazioni residenti qui,  quanto in termini di cinema si realizza nei loro paesi d’origine, specialmente in circuiti meno noti e distribuiti, sia per creare occasioni di raccordo e di conoscenza reciproca.
Il cinema come incontro e come reciproco riconoscimento culturale, in termini contemporanei.  Il cinema cinese indipendente è il core del festival, esplorato grazie al supporto del Beijing Independent Film Festival e del Li Xianting Film Fund di Pechino, a cui Across Asia dedica la sua programmazione e che sono partner dell’iniziativa a cui il festival dedica un focus.
Inoltre volevamo dare visibilità e sostenere con la nostra programmazione il BIFF che quest’anno ad Agosto era stato chiuso dalle autorità cinesi. Il cinema indipendente in Cina affronta le maglie strette della censura governativa e molti sono i problemi produttivi e distributivi. Mostrare un film all’estero è il risultato dell’assunzione di un rischio, soprattutto se non si restituisce una certa immagine della Cina. Il nostro è stato anche un atto politico, in qualche modo.
Un neorealismo visionario, uno sguardo pop, ma anche un’attenzione radicale a linguaggi più sperimentali, sono attitudini che hanno colpito molto il nostro interesse.

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Wu Wenguang

Quanta soddisfazione c’è nell’avere come ospite un grande documentarista come Wu Wenguang?
Wu è una persona incredibile, di grande generosità. E’ uno dei protagonisti della storia del cinema Post Tienanmen, è un intellettuale che ha vissuto le grandi trasformazioni della Cina e il peso della censura sulla propria pelle. Sentirlo parlare è un’esperienza.
A Cagliari si terrà un incontro all’Università sulla documentazione della memoria e sul Folk Memory Project, nato nel CCD Work Station, un centro di filmmaking, danza e performance, nel distretto dell’arte Cao Chang Di alla periferia di Pechino dove Wu forma le nuove generazioni di documentaristi e registi. Un viaggio nella Cina rurale attraverso le memorie della Grande Carestia.

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Mike Cooper

Tra gli eventi di quest’anno è prevista la proiezione e la musicazione dal vivo di Red Heroine, film capolavoro del 1929. Nell’epoca del cinema 3D, cosa può insegnarci il cinema muto?
Sicuramente il cinema muto conserva una patina, un senso epico, una vocazione attoriale importante. Ma quello che qui ci interessava era il rapporto tra la musica elettronica sperimentale e la sua visionarietà, il suo senso ritmico.
Mike Cooper ci è sembrato il musicista ideale per sottolinearlo, sia per la sua grande raffinatezza in termini musicali, sia per l’amore per l’Asia e per la conoscenza del suo cinema.

Quali linguaggi il cinema cinese ha in comune con quello italiano ed europeo? Cinematograficamente parlando, la Cina è davvero vicina?
E’ un neorealismo astratto con tempi spesso molto rarefatti, distanti dal cinema italiano ed europeo. Le tematiche sono legate alle grandi trasformazioni che sconvolgono  la Cina oggi, con uno sguardo ravvicinato quasi da documentario. E’ un cinema in qualche modo sociale o politico, senza necessariamente volerlo essere. Le modalità narrative sono molto interessanti.
Sinceramente penso sia un cinema piuttosto distante da quello che viene prodotto in Italia e in Europa.
Poi c’è una filiera di cinema commerciale pop altrettanto interessante, molto attiva e vicina ai linguaggi più conosciuti.

La società cinese, nonostante tutto, resta quella di un paese non democratico. In che modo il cinema può aiutare la libertà e la democrazia in un popolo?
Sicuramente il cinema ha un ruolo importante, ma solo se si assumono dei rischi, come fanno i curatori, i registi e i cineasti in Cina. Restituisce una visione. Per questo il rapporto con l’estero e con i festival internazionali è molto importante, come lo è la coesione tra le comunità artistiche locali. In Cina come le Filippine c’è un continuo scambio, confronto, partecipazione tra i filmmaker, i documentaristi, i curatori, gli artisti.
E i padri del cinema indipendente mostrano straordinaria generosità con i più giovani. Hanno una coscienza storica molto presente.

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Perfect conjugal bliss

Qual è il cinema che ama? Che film ci consiglia di scoprire o riscoprire?
La scena greca di oggi.

Quanta passione c’è nell’organizzare un festival atipico come quello dedicato al cinema asiatico?
Troppa, tantissima: nel coinvolgere il pubblico, nel trovare sempre dei territori inesplorati, nel trovare i punti dove il dialogo e l’incontro è possibile.

Cosa ci riserverà il festival nelle prossime edizioni?
Stiamo pensando a una formula leggermente diversa, in cui ospitare anche altre forme artistiche, specialmente legate alla performance, per creare un rapporto con il tessuto urbano maggiore e uscire dalla sala cinematografica con incursioni di natura diversa. Non abbondoniamo il cinema ma amplifichiamo il senso di attraversamento dei generi, l’Across da cui è nato. Credo che la multidisciplinarietà nei festival sia una frontiera necessaria. In ogni caso, ci piacerebbe realizzare un focus su Singapore, ma stiamo ragionando anche sul tornare a lavorare sulle scene europee più magmatiche.
Stiamo anche lavorando ad una mappatura sulle new wave di tutto il mondo. E’ la prossima sfida.

E noi ci auguriamo di raccontarla…
Grazie!