Giovanni Lindo Ferretti: coscienza critica di un pensiero stabilizzato?

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NoteVerticali.it_GiovanniLindoFerretti_1Fa sempre un certo scalpore sentire da una persona cose che non ti aspetti quella persona dica. L’effetto spiazzamento è ben noto agli economisti: loro lo chiamano crowding out. Ci si aspetta che, in determinate ipotesi, accada qualcosa e invece accade tutt’altro. E mica accade solo in economia, dove lo spiazzamento serve a mettere in crisi o le teorie precedenti o le ipotesi iniziali. Accade in tutti i campi. Una cosa del genere sta succedendo a proposito delle prese di posizione di Giovanni Lindo Ferretti, una delle penne più poetiche della scena musicale italiana. Leader dei CCCP Fedeli alla linea, poi dei CSI, poi dei PGR, poi in solitaria.

Per molto tempo collocato, a autocollocatosi, nel pensiero di sinistra, da qualche anno frequenta personaggi del calibro di Giuliano Ferrara, per il cui giornale a volte scrive articoli di fondo e, da ultimo, Giorgia Meloni, il politico, a sua detta, che stima di più. Le posizioni di Ferretti, non sempre chiaramente espresse – soprattutto negli scritti, c’è una eccessiva oscurità di pensiero, per quanto è invece illuminante e folgorante nelle sue canzoni – si possono riassumere sotto l’egida del recupero del mondo arcaico. Conservatore, qualcuno dice persino reazionario, cerca di far convivere l’impostazione problematica (forse, residuo delle vecchie frequentazioni giovanili) con una forte sicumera che ammantano certe sue dichiarazioni. Molto vicino a CL, anti-abortista, per la fecondazione assolutamente naturale (“che sia almeno sano scopare“), ratzingeriano di ferro, tanto da essere ricevuto dal Papa emerito, si è spesso scagliato con forza contro i pacifisti, convinto che certe situazioni di conflitto e di violazioni di diritti umani non possano che risolversi con interventi bellici. Ultimamente, si è anche lanciato, nell’ambito di una lode per Salvini, in un invito allo Stato a tutelare prima i suoi cittadini e poi i migranti. In un crescendo di posizioni sempre più collocate, e anche queste autocollocatesi, a destra. Un bell’effetto spiazzamento, insomma, anche se la virata non è recente. Sui vari social si è scatenata una forte discussione tra i delusi, i comunque seguaci e i nuovi fan (pochi). I toni sono accesissimi. Io qui non voglio certo prendere posizione.

NoteVerticali.it_GiovanniLindoFerretti_2Di sicuro, non si può negare il diritto di cambiare idea, che a volte è persino un dovere morale, se ti accorgi che quello che hai pensato finora è sbagliato, perché, magari, le premesse erano infondate (torna la teoria economica: se parti con premesse sbagliate, arrivi a conseguenze imprevedibili). Non sto certo con quelli che gridano al tradimento. Penso, anzi, che Ferretti vada preso sul serio, perché artista intelligente, dotato di un pensiero, sicuramente non banale. A me pare che Ferretti stia sobbarcando su di sé il compito, esaltante e ingrato al tempo stesso, di essere la coscienza critica di un pensiero stabilizzato. E su questo credo vada lodato, indipendentemente dall’essere d’accordo o no con lui. Avercene, di Ferretti, in un panorama musicale dove la fanno da padroni i Mengoni e i Tizianiferri e la loro inconsistenza culturale. Questo compito un tempo è stato di Pier Paolo Pasolini. Fatti tutti i dovuti distinguo e una fortissima differenza, di cui dirò tra un po’, tra Ferretti e Pasolini qualche analogia io riesco a notarla, soprattutto in due punti. Nel richiamo ai valori arcaici, innanzitutto. A una società pre-industriale, il cui modello si è perso nella corsa al consumismo (“conosco le abitudini, le voglie, e non voglio comperare né essere comprato, attratto, fortemente attratto, civilizzato….pagando decidi cosa, come, quando…voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché, mi spetta!”). E che però si può ritrovare nel contatto più puro con la natura e con la vecchia gente, magari d’Appennino. Nell’effetto spiazzamento che entrambi sanno creare. Nella forte spiritualità che connota le loro opere, anche se Pasolini le faceva da ateo, mentre Ferretti è fortemente cattolico apostolico e romano.

Però c’è una differenza tra i due, che impedisce di proseguire nel confronto, e che purtroppo non fa di Ferretti il Pasolini di oggi. E per spiegarla però devo partire da un’altra analogia. Entrambi sono e sono stati provocatori. Il loro pensiero non è mai comodo né accomodante. Ma, e qui il cammino non è più comune, in modi e forme molto diverse. Pasolini ha lanciato le sue provocazioni da solo. Sulle colonne di un giornale, la cui tendenza non era certo la sua, o attraverso i suoi film, alcuni duri e indigeribili. Da una sua posizione di intellettuale, inevitabilmente isolato. Rischiando persino, in prima persona, come poi i fatti hanno dimostrato. Senza appoggiarsi a politici, partiti – per i quali non ha mai fatto pubbliche dichiarazioni di voto – o a giornalisti di moda. Ferretti, invece, lancia le sue provocazioni da luoghi non proprio scomodi. Lo fa andando al Meeting di CL a Rimini, il luogo del connubio tra potere e affarismo religioso, seppure ammantato da riflessione filosofica. Oppure andando a ritirare un premio, su un palco dove sono presenti politici, e lodandoli pubblicamente (la Meloni e, a distanza, Salvini). Oppure giovandosi, successivamente, dell’appoggio di un giornalista come Giuliano Ferrara e delle colonne del suo giornale che, ricordiamoci, gode dei finanziamenti previsti ai giornali di partito. E poi sono diverse le scintille che hanno prodotto le provocazioni intellettuali dei due.

Ferretti ha una naturale propensione a difendere coloro di cui si parla molto male. Così è stato, nella musica, per Jovanotti, il cui nome ai concerti dei CCCP veniva vituperato. Così per Ratzinger, criticato per le posizioni rigide e molto “curiali”. Così, ora, per Salvini, di cui Ferretti dice che ha tanti pregi, senza però elencarli. Voi ne parlate male? E io ci divento amico e li difendo. Voi dite che Forza Italia e la Lega non vanno votate? E io li voto, e ne faccio pure pubblica dichiarazione, come ora faccio con la Meloni. Questo sembra il ragionamento, che pare quasi più dispettoso che provocatore. Pasolini, invece, non partiva da queste scintille. Lui ragionava a tutto tondo sul mondo che lo circondava. Se c’era una posizione da difendere, lo faceva, ma da solo. E non ne faceva una questione di dispetto. Non mi interessa riflettere sulle posizioni di Salvini e della Meloni. Mi interessa, qui, riflettere sul fatto che è molto diverso provocare appoggiandosi a qualcuno o farlo da solo. In questo, Ferretti non è Pasolini. E infatti la destra, facendo bene, ha tentato di adottare Pasolini, come ha fatto con Ferretti. Ma sui loro palchi e alle loro feste di partito il Pà non ce lo abbiamo mai visto.

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