Il ‘vento Matteo’ che semina tempesta e il sogno del candidato

NoteVerticali.it_Cosenza_Renzi_21novembre2014

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Manco a farlo apposta, “La guerra è finita” dei Baustelle risuona in auto nella notte di inizio weekend che coincide con la chiusura dell’ennesima campagna elettorale che vede I calabresi protagonisti interessati, e, almeno in teoria, arbitri del futuro amministrativo della loro regione. E’ stata una guerra, ancora una volta, almeno per gli alberi, sacrificati in nome della tanto vituperata comunicazione, che hanno prodotto distese di carta consumata e riversata su strade, cassette postali, muri, a illuminare, come se qualcuno lo avesse richiesto, con facce più o meno (ig)nobili il presente di ciascuno nell’ultimo mese. E’ stata una guerra, ancora una volta, nelle parole gettate via a intasare l’aria, a difesa e in accusa dell’uno o dell’altro contendente. Battaglie a suon di vocali e consonanti imparate a memoria, avverbi, congiuntivi mai applicati alla perfezione e verbi, tutti rigorosamente declinati al passato, per rivendicare successi conquistati o gli “sciolli” degli avversari, e al futuro, per irradiare di promesse l’idilliaco orizzonte del sol dell’avvenire, mentre il presente scivola via malefico e bastardo in un’aura di mellifuo declino, dove trovano sempre posto il “Ma tu chi porti?“, la pacca sulle spalle, il sorriso, l’occhiolino, la bustarellina, lo “Stai tranquillo!“, il pacco dono e, last but not least, la tipica telefonata del vecchio compagno di scuola che si ripresenta puntuale ad ogni elezione. Il tutto, condito dalla tipicità di accenti e cadenze, che rendono ancestrale il “do ut des” che tende selvaggiamente a calpestare ogni opinione, ogni idea, ogni entusiasmo, e pure ogni dignità.

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La notte bruzia lascia alle spalle quel “vento Matteo” destinato a raccogliere tempesta, che poche ore prima ha soffiato nel centro storico, nelle strade care a Bernardino Telesio. Nella valle Giulia in salsa bruzia non c’è nessun racconto di Dino Buzzati, nessun segreto, nessun bosco, ci sono solo lacrime e sangue, in una guerra tra poveri che umilia e deprime. “Dacci oggi la manganellata quotidiana”, sembrano voler proclamare gli “antagonisti” (Dio salvi la lingua italiana!) che anche a Cosenza sono scesi in strada perché lo ritenevano giusto, e hanno diviso ferite e bestemmie con chi li ha caricati in nome di uno stipendio. Intanto, mentre poco più in là, a Palazzo Arnone, si respirava cultura, e in un cinema del centro un’altra congrega applaudiva i suoi ras, nell’auditorium del Liceo Telesio il premier galletto si è goduto beato un parterre bruzio che trasudava democrazia, che ha applaudito alle condanne del “magna magna” candidandosi a continuatore della tradizione, e dove sembra esserci diritto di parola e di cittadinanza per chiunque, compreso chi ha fatto n volte il salto della quaglia e non sa ormai distinguere neanche sulle proprie mani quale sia la destra e quale la sinistra. Conta il presente, e soprattutto il sorriso che conquisterà la fiducia dell’elettore e, in una logica assolutamente perfetta per una struttura piramidale di multi level marketing, gli amici, i parenti e così via. Dalla batteria di pentole alle assicurazioni, e da qui allo scranno di Palazzo Campanella, il passo sembra breve, ma dopo la decisione di scendere in campo – Dio salvi la lingua italiana bis – occorre preparazione e allenamento. Alla stretta di mano, all’abbraccio, all’occhio vitreo e impalpabile che fino a domenica accetterebbe anche il peggior affronto, pur di guadagnare un voto che sia uno. E’ ormai sabato, fino a domenica sera ci sarà tempo per fantasticare, immaginare, creare, spingere, desiderare di ipnotizzare la massa informe che conta e comanda solo per un mese, e che poi non servirà più a nulla, autodistruggendosi come un messaggio da “Mission Impossible” fino alla prossima campagna. Intanto il candidato, immerso nell’aura vaporosa del proprio ego, che tutte le mattine si guarda allo specchio e si scopre vincente, sia pure con una ruga in più fregata alla foto sul manifesto, adesso continua a sorridere, ma si dice stanco, anzi distrutto. Da un mese sta macinando chilometri su chilometri, anche se non guida lui, sta salutando persone che nemmeno conosce, anche se le va cercando lui. Sono tutti pesi morali, si sa, per i quali bisogna “sentirsela”… Ma il candidato stasera è arrivato al rush finale, e sa che deve spingere sull’acceleratore per cercare di convincere i più scettici. “Votatemi perché me la sento!“: dice proprio così, e poi due parole in quattro promesse, o, che è lo stesso, nessuna promessa e troppe parole.

NoteVerticali_Totò_Antonio La TrippaPassa un’altra campagna elettorale, e con rammarico noti di non avere ancora assistito alla reincarnazione di Antonio La Trippa, che, sia pure nell’immaginario cinefilo, ebbe il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, sputtanando se stesso ma soprattutto chi aveva dietro le spalle: lo pensi, e non puoi non osservare che qualunquismo fa rima con mancanza di realismo, in un contesto nel quale ormai ideali, valori e programmi sembrano non contare affatto, e dove per moltissimi il voto si accomuna sempre più alla matematica, perché non è mai un’opinione. Noti anche che, ancora una volta, nessuno ha parlato di riduzione degli stipendi, abolizione dei vitalizi, e cose così, che, chissà perché, risultano sempre troppo ostiche al candidato e, meno che meno, all’onorevole. Intanto, nella notte che affonda, mentre altrove qualcuno ha già intonato il karaoke con le hit di Gigi D’Alessio, scopri come anche il tuo lettore cd possa avere un’anima resistente, se pesca, non a caso, la voce di Peter Gabriel che sussurra accorata: “Can you tell me where my country lies?…“. Hai deciso: mentre qualcuno continuerà a sognare Palazzo Campanella, stanotte a cullare i tuoi sogni ci sarà la Regina del Forse, e la Calabria, ancora una volta, sarà venduta al peggior offerente.