Enzo Jannacci, poeta dissacrante e unico

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Note verticali.it_Enzo JannacciLa figura di Enzo Jannacci, istrionica e originale, è senz’altro unica nel panorama culturale e artistico italiano. Jannacci nasce come pioniere del rock and roll insieme a Giorgio Gaber nella Milano degli anni ‘50 intrisa di echi di Elvis Presley e Chuck Berry: Jannacci e Gaber sono “I due corsari”, cominciano a ottenere i primi successi con qualche incisione (su tutte “Una fetta di limone”)in un ambiente che si carica di fervore e attesa per il nuovo sound arrivato da oltreoceano che sta cambiando la musica italiana, fino a quel momento ancorata ai melodrammi e agli amori infranti. In parallelo, un giovane Adriano Celentano inizia a farsi notare con le sue prime canzoni. Ma Jannacci va oltre. La passione per il jazz lo porta a contaminazioni interessanti con le influenze di Stan Getz e Chet Baker, e il suo nome inizia a farsi conoscere nei circuiti alternativi dei locali milanesi. Nel frattempo, la sua poliedricità lo porta a collaborare con il mondo del cabaret: merito del “Derby”, lo storico locale milanese che raccoglie gente del calibro di Felice Andreasi, Dario Fo e Beppe Viola. Con gli ultimi due, in particolare, Jannacci darà vita a un sodalizio artistico tra i più prolifici della scena artistica italiana. Mentre prosegue con profitto gli studi di medicina fino alla laurea, continua a scrivere canzoni: del 1966 è “Sei minuti all’alba”, a mio parere la sua canzone più bella, che descrive gli ultimi istanti di vita di un partigiano condannato a morte. Nel 1968 Jannacci conosce il successo di pubblico con “Vengo anch’io…no tu no” e “Ho visto un re”, brani nonsense solo apparentemente facili ma in realtà ricchi di metafore politiche che acquistano facile presa presso il movimento studentesco e, in parallelo, incontrano (nello specifico, “Ho visto un re”) le prevedibili maglie della censura RAI, decisamente pronta a intervenire per proporre al pubblico concetti più morbidi e più rassicuranti. Jannacci non reagisce bene a questa situazione, e preferisce allontanarsi dagli schermi televisivi, approfondendo invece gli studi di medicina con viaggi all’estero che lo portano a collaborare con l’illustre chirurgo Christian Barnard, il primo a effettuare un trapianto di cuore. Non interrompe però del tutto l’attività artistica, grazie a esperienze di attore in pellicole di un certo interesse: “Le coppie” di Mario Monicelli e “L’udienza” di Marco Ferreri: per quest’ultima, del 1971, che narra la storia di uno strano personaggio che vuole a tutti co sti incontrare il Papa, Jannacci incontra ancora una volta “signora censura”, segno che, ancora una volta, la sua arte ha colpito nel segno.

Enzo Jannacci con il figlio PaoloGli anni ’70 proseguono con consacrazioni di critica a cui si aggiungono successi di pubblico sia pure in forma indiretta: Jannacci diventa mentore di un duo di comici che spopola in tv e nel cinema, Cochi e Renato, scrivendo per loro trasmissioni televisive (“Il poeta e il contadino”, “Canzonissima”)e brani di successo (“E la vita, la vita”). Il loro cabaret surreale, ricco di nonsense e di motti che diventano ben presto tormentoni tra i giovani dell’epoca, è figlio delle atmosfere fumose del Derby, dove, tra un commento sulla situazione politica del momento e uno sulla partita del Milan appena giocata, ci si diverte. Jannacci e Viola sono inseparabili: dal loro genio creativo scaturisce anche “Vincenzina e la fabbrica”, brano struggente e intimista che racconta l’epopea del quarto stato operaio al pari di mille saggi di sociologia. La canzone viene inclusa in “Romanzo popolare”, film capolavoro del 1974 in cui Monicelli dirige Ugo Tognazzi, Ornella Muti e Michele Placido in una storia di emigrazione, nebbia, illusione e tanta, troppa, fabbrica. Del 1975 è invece “Quelli che…”, forse il disco più riuscito di Jannacci, scritto non a caso perlopiù con Beppe Viola, che racconta il presente con ironia e apparente disincanto, facendo abbondante uso del dialetto milanese, il mondo secondo Jannacci, con la title-track che snocciola, su una efficace base blues, una serie di frasi con luoghi comuni, in cui vizi e virtù dell’italiano medio fanno scattare immediati il sorriso e la riflessione.

Note verticali.it_Enzo Jannacci TV da Fabio FazioTra la fine degli anni ’70 e il decennio successivo Jannacci prosegue la sua produzione discografica, a cui alterna tournèe teatrali che fanno registrare sempre grossi successi di pubblico. Sono di questo periodo “Ci vuole orecchio” e “L’importante è esagerare”, che ottengono un certo successo di pubblico. Del 1989 è la clamorosa partecipazione a Sanremo, palcoscenico distante anni luce dalla sua arte, che però serve a Jannacci per far conoscere al grande pubblico una delle sue perle più preziose: “Se me lo dicevi prima”,dove il cantautore milanese affronta con coraggio e originalità il tema della droga, conquistando a mani basse il premio della critica. Sanremo lo vede ancora protagonista altre due volte, nel 1991, con “La fotografia”, storia di un padre che parla davanti al corpo di suo figlio, rapinatore appena ucciso, e nel 1994, dove con Paolo Rossi canta “I soliti accordi”: Silvio Berlusconi è appena sceso in campo, la canzone denuncia con umorismo e goliardia il mondo politico, e, ascoltandola adesso, sembra scritta appena ieri. Negli anni successivi, prosegue l’attività concertistica e quella discografica, a cui alterna qualche partecipazione televisiva: memorabili quelle con Fo, Celentano e Gaber. De Andrè gli rioconosce la paternità della musica di “Via del campo”, la cui melodia è ispirata alla sua “La mia morosa la va alla fonte”, a sua volta basata su una melodia del XV secolo. “Lettera da lontano”, del 2001, è un altro capolavoro, che conquista la Targa Tenco come migliore canzone dell’anno. Intanto sopraggiunge la malattia, che lo porta a ridurre progressivamente le apparizioni pubbliche: l’ultima è quella del 19 dicembre 2011, per una serata tributo ideata da Fabio Fazio. Jannacci è malato, ma continua a cantare, con ironia, con forza e con poesia, da vero artista. E da vero artista, lascia una serie di gemme frutto di una carriera strepitosa, coerente, fatta di impegno, di uno stile dissacrante e originale, con il quale ha cantato la sua Milano, dando voce agli ultimi, con ironia e risate, perché “…sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re…”. Ciao, Enzo.