Umberto Eco, un pensatore al passo coi tempi

Umberto Eco

Umberto EcoSono pochi i personaggi che, nel mondo della cultura, in special modo in Italia, riescono ancora oggi, in un periodo così fortemente critico – fragile – culturalmente, a ragionare con lucidità sui più disparati argomenti senza invecchiare mai; senza quell’anacronismo che tanti, troppi si portano dietro. Umberto Eco era uno di quelli.

Scomparso lo scorso 19 febbraio, Eco era – e continua a essere – un pilastro fondamentale della nostra cultura, e dello studio sopra di essa.

Ma cosa ha fatto di Umberto Eco un punto di riferimento della cultura italiana?

Eco si laurea in Filosofia (satellite fondamentale dei suoi studi e del suo apporto alla cultura) con una tesi su Tommaso d’Aquino; quello stesso San Tommaso che lo aveva precedentemente “aiutato a librarsi dalla fede”. Un primo e forte sradicamento, infatti, Eco lo aveva manifestato in gioventù, quando dopo un importante avvicinamento alla cultura giovanile cattolica, se ne era poi allontanato in forza di un più vivo intesse per la ragione, la razionalità e la scienza. Paradossalmente – ma forse neanche troppo, se si pensa alla complessità del pensatore e alla sua larghezza di vedute – egli non taglia però i ponti con la cultura umanistica, ma anzi ne fa il proprio cavallo di battaglia.

Con i suoi studi filosofici, in gran parte legati al campo della semiotica, e di conseguenza della comunicazione, Eco conia un termine fondamentale nei suoi studi (e importante per noi): l’Ur-fascismo, un “fascismo eterno” che non riguarda una determinata epoca o un singolo paese, ma un’attitudine più ampia, universale, tesa a ritornare all’infinito fra gli uomini: è l’atteggiamento di rifiuto rispetto alla novità, il “culto della tradizione”, la repressione più o meno esplicita nei confronti dei dissidenti. Eco ha saggiamente osservato che, individuando determinate caratteristiche sociali, sarebbe di conseguenza possibile prevenire l’insorgere di queste correnti “fasciste”.

Un legame, quello che ha Eco con lo studio della comunicazione, in particolare dei mass media, riconducibile in termini storici sia ai nostri avi della Seconda Guerra Mondiale, sia nel presente, nella contemporaneità. Egli stessi, nel discorso seguito alla sua laurea honoris causa, alza il tiro accusando il web di aver dato parola agli imbecilli e, peggio ancora, di rendere impossibile un qualunque contraddittorio con questi; l’importanza di smascherare le bufale, mine vaganti per la rete e anche sui social network, è un tema che riguarda tutti noi, frequentatori del mondo del web. Ancora una volta, Eco arriva in anticipo, mostrandosi non solo un acuto osservatore della società contemporanea e dei suoi mezzi di comunicazione, ma anche e soprattutto un sapiente che si è “adattato” alla contemporaneità, anacronistico in nulla, se non nella gentilezza, nella ricchezza della sua cultura – abbandonata quasi a se stessa in troppi paesi d’Europa, fra cui l’Italia non spicca certo come un’eccezione positiva – e mai limitandosi, fra l’altro, a sermoni noiosi da “dotto pesante”.

È lo stesso Eco che, nel difendere un classico della letteratura come I promessi sposi, sottolinea l’inadeguatezza della scuola nel presentare ai giovani un’opera di tale portata. Celebre la sua frase: “Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro.”

Un Eco così interessato alla narrativa – e non solo allo studio e alla saggistica – da esordire in prima persona con un romanzo: Il nome della rosa, nel 1980: un’opera ricca di significati storici, filosofici, ma che non rinuncia a un impianto narrativo coinvolgente; anzi, ne fa uno dei suoi punti di forza: una storia delittuosa la cui atmosfera gotica e inquietante è resa da una penna sapiente.

Seguiranno altri romanzi, fra cui il celebre Il pendolo di Foucault, che ha diviso critica e pubblico, ma ancora ricco di quei diversi piani di comunicazione (uno colto e saggistico, l’altro narrativo).

La scrittura è un altro dei temi affrontati recentemente da Eco, in una riflessione positiva sugli strumenti attuali a disposizione dello scrittore: i computer. Ancora una volta, Eco non si smentisce e mostra tutta la sua “contemporaneità”, quell’adattabilità all’ambiente sociale (e dunque tecnologico) che ha tradito molti altri intellettuali, giudicando positivamente tutti quei mezzi che permettono a un autore di scrivere in maniera più rapida, naturale, in un flusso di pensieri che non vengono interrotti dalla lentezza di una mano; o la possibilità di correggere e revisionare con più precisione e in tempi più brevi.

NoteVerticali.it_Umberto_Eco_4Umberto Eco ha parlato della società, dei mass media, della pericolosità di credere a notizie-bufala che oggi più che mai sono diffuse sul web; ha scritto dei romanzi universalmente riconosciuti come capolavori; ha insegnato; ha studiato e scritto di semiotica, dunque di segni, di comunicazione, senza mai arrancare, senza mai restare indietro, in una civiltà che rischia di risucchiare anche i giovani, per la velocità con cui progredisce.

Forse è stata proprio la sua capacità di adattamento all’ambiente (intellettuale: tecnico, scientifico, umano) a rendere ogni sua parola, ogni suo pensiero, allineabile con il buon senso. Un pregio che in pochi hanno ma che, per nostra fortuna, resta fra noi anche dopo la morta del suo pensatore. E Umberto Eco ha scritto molto. Forse è l’occasione per gli italiani, che di solito non leggono molto, di tuffarsi in qualche suo libro: una storia avvincente o un saggio di semiotica poco importa; ciò che conta è leggere, sentire, ascoltare il pensiero di un uomo che ci ha lasciato molti (e preziosi) consigli.