A Catania la musica ferma della Messa arcaica di Franco Battiato

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Non è facile, una bella domenica mattina di sole romano finalmente non caldo, mollare tutti e dire “Io vado a Catania a sentire la Messa Arcaica di Battiato“. Una Catania, invece, caldissima. Non è facile, ma me lo dovevo. Perché il Battiato classico io l’ho molto amato e seguito, sin dalla prima opera lirica, una Genesi ormai introvabile su disco. La Messa Arcaica, scritta tra il 1992 e il 1993, rappresenta il punto più alto e maturo di quel periodo. E infatti verso la strada che mi porta all’aeroporto ascolto, come introduzione e rievocazione, tutto il primo tempo di Gilgamesh, opera precedente e preparatoria di questa Messa. Le due composizioni rappresentano, a ben sentire, un continuum, su un percorso che Battiato aveva intrapreso da molto tempo, sin da certe composizioni sperimentali degli anni Settanta. Basta citare I cancelli della memoria, Agnus, L’Egitto prima delle sabbie. Io questo tipo particolare di composizione, tipicamente battiatiana, la chiamo “musica ferma”. Altri particolari momenti di musica ferma che mi vengono in mente sono le canzoni Tao, Moto browniano, Haiku, la parte finale di Stati di gioia, La porta dello spavento supremo e, sia pure un po’ più movimentati, brani come L’ombra della luce e L’oceano di silenzio.

Se Battiato passerà alla storia della musica classica, oltre che naturalmente di quella leggera – ma quanto inutili e bugiarde sono queste distinzioni ce lo racconta proprio la sua carriera – sarà proprio per le particolari atmosfere che questo tipo di composizione riesce a creare. Una musica che favorisce lo stato mentale meditativo di una calma assoluta e in cui l’ascoltatore è tenuto a scegliere se perdersi dentro o, rimanendo fuori, non capirci nulla e allontanarsi. Emblematica la reazione di uno spettatore durante questa Messa – “è una provocazione, e noi paghiamo e siamo pure contenti di queste provocazioni“. Effettivamente non può esserci una terza strada, un terzo modo di ascolto e approccio a questo tipo di musica. È come con le chiavi: se le possiedi, entri in una casa, se non le hai, ci rimani fuori. Non è possibile stare sull’uscio, a metà. La Messa Arcaica, e tutto il campionario di musica ferma prodotto da Battiato, o ti piace molto o non ti piace affatto. O ti calma, incidendo le sue onde sonore calmissime sulle tue stesse onde cerebrali, o ti irrita. O in queste onde ci entri appieno, o te ne allontani. Dopo molti anni, la sua rappresentazione ha suscitato curiosità, in chi non la conosceva, e nostalgia, in chi, come me, di quel periodo, ha studiato ogni suono e ogni nota. Il concerto, che doveva inizialmente tenersi a maggio nel Teatro Bellini, si è tenuto nel Teatro greco romano di Catania, un teatro antico incastonato tra le due principali vie della città, così a ridosso che ogni tanto si sentivano pure i clacson. Un posto bellissimo proprio perché, nel giro di pochi secondi e pochissimi metri, ci si trova dalle strade trafficate e dai bar affollati del centro di Catania ad una dimensione antica, quasi onirica, fatta di rovine romane. La porta d’ingresso, apparentemente anonima, è così una specie di porta magica in cui si entra, come se fosse una macchina del tempo, in un’altra dimensione.

Questo posto senza tempo avrebbe sicuramente costituito l’ideale per rappresentare la Messa Arcaica, fatta di musica ferma e senza tempo, se non fosse che, però, parte del pubblico presente era ancora in una sorta di clima vacanziero e spensierato, tanto da arrivare tardi. La stessa organizzazione del Teatro non era affatto adeguata, con i posti che non si capiva dove fossero. Nessuna piantina, e mascherine in crisi come gli spettatori. In virtù di ciò, il concerto è iniziato in un momento in cui non tutti avevano ancora preso posto. E quindi molta parte della magia si è persa, perché è proprio il brano iniziale della Messa, il Kyrie, a costituire più di tutti un fulgido esempio di quella musica ferma di cui dicevo. La collocazione iniziale, il Teatro al chiuso, sarebbe stata forse più idonea, almeno a livello acustico. Il Kyrie, dicevo. Un brano semplicissimo, nella sua sostanza: un suono infinito di harmonium, sempre sulla stessa armonia, note lunghe di pianoforte, brevi inserti orchestrali e corali che richiamano la melodia anticipata, in forma rallentata, dal pianoforte. È una esperienza sensoriale e percettiva, in cui il tempo pare fermarsi. E infatti quei 14 minuti circa, a seconda di come si sta e come si vive, possono sembrare ore o secondi. Il brano può sembrare non finire mai o finire subito. Non a caso è molto utilizzato come accompagnamento da chi pratica la meditazione (lo stesso Battiato la usa a tal fine). Io, che dovrei conoscerlo a memoria per quante volte l’ho ascoltato, sia in meditazione che in altre modalità, puntualmente, ogni volta, mi perdo dentro, e perdo il senso del tempo e della scansione delle cose, cronologica, sequenziale, logica. E’ un brano sulla dissolvenza. Niente più ha un ordine, un prima e un dopo, perchè tutto si dissolve in quel suono di harmonium, che poi si dissolve anch’esso senza risolversi in nulla di definito o definitivo. Tutto rimane in sospeso. E inevitabilmente richiama riflessioni sui passaggi, come quello dalla vita ad un’altra vita, tramite la morte.

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E’ il poter compiere, e proseguire, questa riflessione che mi ha portato qui, in questa strana domenica di fine estate” mi ripeto, mentre il tempo finalmente, pare fermarsi, nonostante il gran caldo della serata. La Messa prosegue con il Gloria, senza alcuna sbavatura. Purtroppo il Credo non è stato cantato, da Battiato, come faceva anni fa, ma quasi recitato, senza una linea melodica precisa, sembrando sempre un po’ in affanno dietro la musica, cosa purtroppo ormai frequente, forse per la scarsa abitudine a seguire il “gobbo” elettronico. Il Sanctus, con la melodia cantata dal mezzo soprano Carly Paoli, è risultato essere uno dei momenti più intensi del concerto. Il meraviglioso Agnus Dei finale ha una introduzione di fiati che pare fatta apposta per richiamare l’attenzione dell’ascoltatore alla unicità e alla linearità. A mio parere, uno dei momenti artistici più alti dell’intera carriera di Battiato. Purtroppo, anche qui è mancato il suo apporto cantato vero e proprio. Anche se il filo di voce con cui l’ha eseguito ha avuto comunque un senso, persino più elevato, nella commozione che ha suscitato. Se 20 anni fa, infatti, la breve melodia dell’Agnus Dei era cantata sempre con misura e rispetto, ma con maggiore decisione, ora è sembrata essere un po’ impermeata da quello spavento supremo di cui lo stesso Battiato ci ha detto, in altra sede. Basti pensare a come è stato pronunciato il Miserere nobis, con tutta quella pietas, per se stessi e per il genere umano, che questa parte di Messa inevitabilmente evoca. Ci hanno pensato, comunque, la Paoli, e poi il coro, a dare melodia al testo.

Il finale è di una bellezza e di una dolcezza incommensurabili. Dopo poco più di mezz’ora, che a qualcuno sarà sembrata non finire mai, e a molti invece è parsa volare, si chiude la Messa, e con essa il primo tempo della serata. Il secondo tempo è tutto basato sui brani mistico-spirituali di Battiato. Introdotti da tre brani cantati da Juri Camisasca, tra cui un bellissimo Il carmelo di Echt e un antico Attende domine, recuperato nel Telesio, quarta opera lirica di Battiato. E qui mi viene da pensare a perché Battiato non abbia “utilizzato” il suo amico e collega anche nella prima parte. Del resto, è stato il suo alter ego nelle opere liriche Genesi e Gilgamesh, donando cantati veramente ben fatti e adatti alla mistica di cui è intrisa la musica di Battiato. In questa serata ci sarebbe stato benissimo a cantare l’Agnus Dei e il Credo, tanto per fare un esempio. Poi Battiato riprende posto e, iniziando da Come away death, snocciola i suoi brani più spirituali. Particolarmente riusciti sono stati I giardini della preesistenza e Io chi sono, che a Roma Caracalla non aveva proprio cantato, lasciando l’orchestra andare avanti, forse proprio perché non aveva preso l’attacco in tempo. Ma un po’ tutti i brani – cito Le sacre sinfonie del tempo, una intensissima L’ombra della luce, L’oceano di silenzio – sono riusciti bene, e problemi di voce e di attacchi non ce ne sono stati. Stranamente assenti brani, che pure sarebbero entrati bene in scaletta, come Haiku, Un irresistibile richiamo, Segnali di vita, La porta dello spavento supremo, Pasqua etiope. E poi l’occasione sarebbe stata ottima, anche vista la presenza del coro, per riprendere alcuni brani da Gilgamesh (lo studio sui percorsi interni della voce, l’Exultet finale) e, perchè no, da Genesi (Hazreti Mevlana, Gloria curva, Cerco un giardino dove morire). Opere da rivalutare e riprendere in mano, non necessariamente dal suo stesso autore. E’ comunque evidente che è la mistica la dimensione sempre più congeniale a Battiato, e infatti i brani sono molto sentiti, cantati con più partecipazione, senza quello schietto e divertito disinteresse che accompagna gli ormai triti e ritriti hit che vengono chiesti ad ogni concerto, per così dire, pop. Persino in questo concerto, in cui a fine serata qualcuno tra il pubblico ha chiesto ritmo (“Facci danzare!“), chiedendo canzoni come Voglio vederti danzare, che nulla c’entravano con il tema spirituale della serata. Il concetto dell’atemporalità, che con sé porta anche una certa assenza di ritmo, è stato centrale, in questo concerto, che non si poteva certo ridurre a una sorta di maionese impazzita, unendo il Gloria a brani pop leggeri. Al che, mi viene da pensare che non tutti sapessero a cosa andavano incontro, e che qualche equivoco, in sede di pubblicità, c’è stato. La cura chiude il concerto, confermando che trattasi non (solo) di semplice canzone d’amore, ma di brano anche questo spirituale – anche se secondo me lo è diventato nel tempo, soprattutto con il nuovo arrangiamento solo orchestrale.

Esco da questo concerto con una speranza, e cioè che possa costituire occasione per mettere meglio a fuoco il tema, ovviando alla voce che non può essere più quella di un tempo, facendosi aiutare da Camisasca, recuperando i brani che ho prima citato, e presentare un breve ciclo di concerti spirituali che potrebbero costituire un evento veramente degno di attenzione, in una epoca urlata che di spirituale ha ben poco, indifferente com’è, per citare Ferretti (pensate che bello sarebbe se si facesse coinvolgere pure lui), “al mistero che ci nutre e ci avvolge“.

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