A Cosenza il viaggio di Vinicio Capossela dalle ombre alla luce

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

 

Ne hai visti tanti, ma non è mai la stessa cosa. Quando c’è Vinicio sul palco, ogni volta l’emozione è diversa, perché diverso è ciò che lui ti trasmette. Ogni volta. Satiro, fauno, cantastorie. Capossela è come la terra, che in inverno custodisce e in primavera regala, e passa dal fango alla luce, dalla polvere al sole, in un percorso mai semplice e comodo, ma vissuto e sentito, più che ragionato e costruito. Un percorso che stavolta si chiama “Ombra: Canzoni della Cupa e altri spaventi”, e che dopo Reggio Calabria ha fatto tappa a Cosenza, in un concerto organizzato da Esse Emme Group. Siamo al Teatro Rendano, scenario tra i più amati dallo stesso artista, che era passato da qui già nel dicembre 2012, e che appena fuori dal teatro, nella piazza XV Marzo, dove aveva già entusiasmato a Invasioni 2001, aveva festeggiato con i cosentini il Capodanno 2014. Date che si susseguono per concerti mai uguali tra loro, appunto. Come quello tenuto tra i monti della Sila, a 1924 metri di altitudine, per invocare e sconfiggere il demone meridiano, in una splendida domenica di fine estate, nel settembre 2014.
Stavolta sono le ombre a farla da padrone, a condurre. In una sala stranamente non gremita in ogni ordine di posti, lo spettatore è guidato lungo un sentiero dove i contorni sono incerti. Il palco è un’immagine velata, oltre la quale si scorgono gli artisti, protagonisti di una incursione sofferta ma vitale nel profondo dell’animo umano. Ritmi western che omaggiano Ennio Morricone, e una scenografia che piacerebbe a Sergio Leone e a Quentin Tarantino, accompagnano “Scorza di mulo”: siamo nella Selva, un luogo di passaggio che si fa nido del sacro, nel confine incerto tra realtà e percezione, tra immaginario e concretezza. Tra note cupe e accordi in minore, Vinicio sembra un cowboy a cavallo che imbraccia la propria chitarra quasi come un mandriano imbraccerebbe un fucile. Ad accompagnarlo un team di musicisti di elevatissimo spessore, Asso Stefana alle chitarre, banjo e armonio, Glauco Zuppiroli al contrabbasso, Vincenzo Vasi alle percussioni, cymbalon, campioni, teremin e voce, Peppe Leone a tamburi e violino, Giovannangelo De Gennaro a viella, flauti, aulofoni e strumenti antichi, e Edoardo De Angelis al violino. Ci addentriamo con Vinicio nel bosco, dove trovano riparo “Le creature della Cupa” (quella che “piccola è ma si fa pesante”, e ha “gli occhi di fiamma fiammeggiante”), che volano e ululano in un territorio di cui sono le padrone assolute. In mezzo a loro spiccano “Il Pumminale”, che incarna lo spirito mannaro dell’uomo che si fa oggetto dei suoi istinti più bassi, e “Maddalena la castellana”, protagonista di un aborto clandestino, personaggio ispirato ai racconti del poeta calitrano Canio Vallario. Il sapiente gioco di ombre rende giustizia a quelle emozioni oscure che conquistano la scena e le attenzioni del pubblico, che silenzioso osserva e poi manifesta il proprio assenso in un liberatorio applauso finale. Storia e mito si intrecciano ne “La notte di San Giovanni” che su atmosfere alla Nick Cave celebra il sacrifico del Battista che – come narra la Bibbia – pagò con la decapitazione il capriccio di Erodiade e Salomè, creature dannate che si inseguono e si maledicono in un blues infernale che sembra non avere fine. Ma c’è un’altra creatura celeste chiamata a fronteggiare la morte: è San Michele, “L’angelo della Luce”: a lui giungono le invocazioni di chi (“…vagabondi vagabondi, schiuma dell’umanità…”) chiede guarigioni nell’anima e nel corpo.  Ma l’Arcangelo della Luce è volato con la testa in giù: non è ancora giunta l’ora della salvezza, bisogna ancora combattere per ottenerla. E il luogo è ancora la terra, anzi Sottoterra, il locus in cui le radici della cultura popolare si congiungono con gli archetipi, con le creature e i mostri del mito, e col regno delle ombre per eccellenza, che è l’Ade. Spazio così a “La bestia nel grano”, dove protagonista è il demone che si manifesta non tanto di notte, ma nell’ora della controra, a mezzogiorno, quando la creatura umana è più stanca e debole nella vista e nell’animo, quindi può essere più facilmente truffata e vinta. Lo sapevano bene i mietitori che negli infuocati mezzogiorni del raccolto levavano alto l’urlo per difendersi, con l’invocazione e lo scongiuro. A loro, restii a raccogliere l’ultimo covone che conteneva lo spirito del grano appena raccolto e ucciso, Vinicio dedica questo spazio, che trabocca passione e carnalità.

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E ancora una volta ti fermi a riflettere e a scoprire che quello caposseliano è un universo davvero unico, in cui trova posto l’essenza della natura umana, perennemente in bilico tra sacro e profano, tra privazione e desiderio, tra demonio e santità. E’ questo il senso di “Brucia Troia” (da “Ovunque proteggi”, disco del 2006) e “Vinocolo” (da “Marinai, profeti e balene”, del 2011), dove si pesca a mani basse nella mitologia greca, e che trasmette forte quel senso di smarrimento che si manifesta nella ricerca animata dalla sete di conoscenza. L’occhio del Ciclope viene proiettato sulla scena e si muove, creando un inquiring effect indagatorio che ricorda il Doom dei bei tempi. Nel movimento oculare del gigante omerico, si manifesta la sua disperazione (“Bevevo latte e mi ha vinto il miele del succo dell’uva pigiata, un nessuno, nessuno da niente mi ha vinto col vino…”). Tra un brano e l’altro, Vinicio racconta. “Per la sete di conoscenza il ciclope perse l’occhio, e Odisseo perse i compagni. Per aumentare la conoscenza scendi nell’Ade”. E, ricordando l’episodio del montone sgozzato per attirare le ombre dei morti, Capossela dice che proprio il sangue è il prezzo della conoscenza, quella conoscenza che è niente senza fede. E’ l’intro di “Dimmi Tiresia”, che, utilizzando la chitarra e in un arrangiamento più country rispetto all’originale in studio, racconta l’incontro tra Odisseo (Ulisse) e l’indovino tebano che predice il futuro all’eroe omerico. “Ma è meglio sapere o non sapere?”: è questo il dubbio amletico che accompagna l’uomo sin dalla propria comparsa nel mondo.

Si passa al quadro successivo, “Lo specchio”,  che mostra anzitutto il canto delle sirene, quel suono dolce e ammaliatore che ci porta i riflessi di quello che siamo stati, e rappresenta una terribile tentazione (“…se ascolti le sirene, non tornerai a casa…”), in sostanza ciò che, nella visione evangelica, il monte Tabor rappresenta per gli apostoli che vedono Gesù trasfigurarsi. E’ la tentazione più grande, quella di credere di poter rinunciare agli affanni, al dolore, alla propria natura mortale, in quello status che lo specchio, la nostra ombra più profonda, riflette impassibile. L’esecuzione de “Le sirene” al piano mostra il Vinicio migliore, quello più intimamente ispirato, che ti parla di notti di birra e di fantasmi di strada, con la voce a tratti rotta dall’emozione. Ed è emozionante vederlo alzarsi in piedi, al termine del brano, e tendere le orecchie verso la platea e ascoltare, e ovviamente vedere, gli applausi che scrosciano più che meritati. Siamo nella fase più intima del concerto. “Parla piano” – tratto da “Da solo”, del 2008, forse il suo disco più difficile – è un capolavoro struggente e vero manifesto di poesia esistenziale: le maschere che indossiamo per paura che l’altro scopra, e non apprezzi, la nostra reale natura ci rendono sterili e bugiardi, proprio come la nostra immagine che nello specchio ci fa ingigantire fino a farci annegare:

“Sopra il volto tuo pago il pegno di rinunciare a noi dividerti soltanto nel volto del ricordo…”

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E poi, quel “prezzo in banconota di nostalgia infinita” con cui si pagano tutti gli errori della vita, quella “Fatalità” (da “Camera a sud”, 1994) tirata fuori come una magia dal cilindro di un artista prestigiatore che arriva finanche a commuovere. E’ arte pura, come la pittura che nasce dal contorno di un’ombra. E diventa Silhouette (quarto quadro del concerto), come nel caso di Modigliani, che sublimava con la bellezza la tragicità delle figure ritratte. Ed è proprio “Modì”, altra perla ripescata dal passato (1991), che ci riporta alla mente l’amore intenso e turbolento di Amedeo Modigliani e di Jeanne Hébuterne nella Parigi del 1920 che fu per entrambi vita e morte. L’ombra – quella che rivelando l’invisibile attraversa i muri e i segreti delle case – ritorna in “Corvo torvo”, e ancor più, come compagnia nella solitudine, in “Scivola vai via”, arrangiata nei 9/8 della versione zeibekiko che mantiene intatta la propria poesia. Con “Marajà” (da “Canzoni a manovella”, del 2000) – presentato in questa veste come colui a cui ha venduto l’ombra – giunge il tempo che prepara alla festa, e che prelude al quinto e ultimo quadro, quello sul Peso dell’ombra. Per ritrovarla – dice Vinicio – occorre tornare alla terra dei padri, in quel paese dell’Eco dove l’ombra ti segue e ti sopravanza. E’ la parte più squisitamente popolare del live, ispirata al “Paese dei coppoloni” che nel 2015 segnò una piacevole anomalia nel panorama editoriale italiano. “Affacciati alla finestraaaaa” è il grido che viene fuori dai “Sonetti”, dove il canto è accompagnato dall’organetto, e dove Vinicio mostra una inedita cresta di gallo con cui raccoglie l’ennesimo applauso del pubblico. Festa è anche matrimonio, che nelle piccole comunità ha la stessa importanza di una sagra paesana e di una festa religiosa, perché coinvolge tutto il paese. Ma dietro ogni festa, come rovescio della medaglia, c’è il contrappasso, declinato nei beffardi tiri mancini giocati agli sfortunati destinatari (“Lo sposalizio di Maloservizio”) e nella tristezza segnata dalle lacrime che accompagnano l’allontanamento della sposa dalla casa d’origine (“Il lutto della sposa”). Ecco quindi “Il treno”, le cui atmosfere fanno tornare in auge il western. Col treno partono tutti a cercare fortuna altrove, lasciando il paese ai ricordi e alle proprie ombre, che si fanno custodi fedeli di una tradizione che vivrà nella memoria e nei ricordi. Ma è tempo di uscire alla luce, anche se non manca l’ennesima provocazione di Vinicio: “Se verità è la luce dei pixel, allora è più vera l’ombra”. Ecco cadere quel velo che per tutto il concerto era stato elemento di ostacolo tra musicisti e pubblico. Ed ecco “Il ballo di San Vito”, ossessivo invito ecumenico alla festa. Sembra di essere alla Notte della Taranta o a piazza Bouazizi a Tunisi, mentre qua e là le ombre irrompono nel gioco di luci che si fa tutt’uno con la musica, ricordando che la loro presenza è viva in ogni momento. Alla fine il teatro esplode nel tributo al suo cantore, che ha in testa rami d’albero e che prima scende in platea, poi si inginocchia per suggellare il ringraziamento a chi, in piedi, applaude.

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E’ tempo di bis, e Vinicio, al piano, scherza sulla sua “attesa di errore” e (“in questa serata anomala”, come la definisce lui) sul teatro come il bicchiere (“mezzo pieno”), brinda, manda un bacio al pubblico, e poi torna il Capossela degli esordi e ci regala “All’una e trentacinque circa”, che sembra appena composta nonostante i suoi 27 anni di età. L’atmosfera è quella giusta, da night, con la band perfettamente in tiro, e tra Bacardi, Negroni, Chimay e Bourbon quasi quasi ci aspettiamo che un elegantissimo cameriere passi a chiederci cosa vogliamo ordinare. Il secondo bis non può che essere “Che ccossè l’amor”, dove un altro santo, Rocco, fa capolino. Dal vento che sferza il suo lamento sulla ghiaia si passa all’omaggio al tesoro di Alarico: siamo a Cosenza, ed è d’obbligo esaltare questa ricerca, anch’essa nell’ombra, che ha luogo nell’inconscio collettivo che fa bene, dice Vinicio. L’omaggio è l’esecuzione alla chitarra de “La notte è bella da soli”, di Otello Profazio e Matteo Salvatore, quest’ultimo vate per il Vinicio di oggi, vero archetipo della cultura popolare, emblema di un tesoro nascosto – quello sì, tesoro – che è insito nella cultura popolare italiana del Sud. Ma la storia delle ombre “è interessante” – confessa Vinicio – “perché permette di far caso al rovescio delle cose”. Per far sì che esista un’ombra ci vuole la luce, ma ci vuole anche un corpo solido. “L’ombra del corpo è in realtà corpo dell’anima”: Vinicio cita Oscar Wilde, e poi esprime quella che gli sembra essere una buona lezione di vita, dicendo che per restare insieme ombra e corpo devono esistere entrambi, come il bianco e il nero sui tasti di un pianoforte. Poi invita gli spettatori a farsi fotografare la propria ombra, e conclude il suo viaggio citando il poeta (“Ho chiesto a quello che va per strada: Fratello, la tua strada dov’è? Non lo so io, ma lo saprà il vento, e mi sono messo davanti al soffio…”)  e poi cantando “Camminante”, altra perla riscoperta da “Camera a sud”. Un inno al viaggio, alla leggerezza, alla voglia di vita: “Non si può perdere niente se niente in fondo s’è mai avuto”. Ancora una volta Vinicio ha colpito al cuore. Satiro, fauno, cantastorie, poeta. Dio lo conservi così.

(Foto: Alessandra Greco)