A testa alta: pellicola calibrata, creata da uno sguardo femminile materno

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Emmanuelle Bercot sensibilizza l’opinione pubblica con una storia di formazione e adolescenza travagliata.

NoteVerticali.it_CatherineDeneuve_ATestaAlta_2Presentato in apertura della kermesse a Cannes, “A testa alta” di Emmanuelle Bercot, ha valso all’attrice e regista francese il riconoscimento come miglior interprete nella pellicola “Mon Roi”. La pellicola si apre con i primi piani del protagonista, Malony, un bambino dallo sguardo inconsapevole e colpevole allo stesso tempo, vessato da una madre superficiale e incapace di svolgere i suoi compiti di genitore, rappresentata trascurata, oltre che nel suo atteggiamento, anche nella sua immagine discinta. Affamato di affetto e punti di riferimento il giovane protagonista scivola in una spirale di violenza e delinquenza. Non ancora compiuti i quindici anni viene chiuso in un riformatorio a causa dei furti commessi. Malony ora nel suo viso e nella sua corporatura eterea, serba i tratti delicati e fragili caratteristici del suo modo di essere, ma la sua espressione matura è impunita e rabbiosa. Significative a tal proposito sono le inquadrature delle sue mani, spesso a pugni chiusi, e della sua mimica, a scatti, nervosa, sempre in tensione. Nonostante le carenze affettive egli ricerca la madre, la adora incondizionatamente, la protegge e mai la accusa, e la eleva sopra ogni cosa, come si evince nella sua esclamazione: “Solo mia madre può guardarmi”.

Al cospetto del giudice minorile, interpretato da una Catherine Deneuve intensa nel suo ruolo cattedratico, si trovano anche la madre, nella sua puerilità egoistica, l’educatore che prenderà a cuore, a volte con fin troppa veemenza, quasi immedesimandosi in lui, il caso umano di Malony. Viene affrontata la questione della sua reclusione in un carcere oppure il suo inserimento in un centro di formazione e correzione. Questo è il punto focale su cui la pellicola è incentrata. L’opzione se sia meglio la punizione detentiva per i minori o la loro riabilitazione mediante istituti dove, attraverso la convivenza con altre realtà simili, l’esercizio fisico e l’impiego in lavori manuali, vengono formati per un eventuale inserimento sociale. “In cella non sei nessuno, puoi imparare solo l’odio”. La regista racconta come questa problematica l’abbia sempre colpita fin da bambina, attraverso l’esperienza di suo zio assistente sociale. La sua sensazione di appartenere a una condizione di “privilegiata”, rispetto alla situazione di giovani disadattati, dimoranti in questi istituti.

Malony non sa scrivere, non conosce il significato di molte parole, la sua durezza è anche dettata dal non conoscere, dalla sua ignoranza che lo porta ad aver paura e a difendersi con l’unica arma che conosce: la violenza. Ma si percepisce il suo desiderio di voler essere migliore, costantemente minato dall’insicurezza di non sentirsi all’altezza. Vuole un futuro, ma teme di non meritarlo. Recita, riguardo a un suo possibile inserimento in una scuola: “Tanto non mi prenderanno. Perché dovrebbero perdere tempo con me?”.

NoteVerticali.it_CatherineDeneuve_ATestaAlta_3L’esperienza nell’istituto di correzione porterà a un rapporto denso di significato con la sua educatrice, che gli insegnerà a scrivere e lo inciterà a far domanda per concludere la scuola d’obbligo; chance che perderà a causa del suo conflitto interiore desiderio-privazione, che lo farà sfociare in un episodio di violenza, il suo unico mezzo di comunicazione e sfogo. Altro incontro pregnante sarà con Tess, una ragazza che lo educherà all’amore, accettandolo, con tutte le sue asprezze, e amandolo per quello che è. Dapprima lui la rifiuterà e userà violenza contro di lei, per poi abbandonarsi al sentimento e all’idea di una famiglia con lei.

Risvolto drammatico della vicenda sarà il capovolgimento dell’atteggiamento del giudice che, mentre dapprima era tiepido, ora sarà inclemente e lo condannerà in carcere per sei mesi, dopo l’incidente conseguente al rapimento e la fuga con il fratello minore. Ma proprio la durezza di questo provvedimento farà insorgere in lui il senso di responsabilità che finalmente calmerà il suo spirito ribelle, “aprirà i suoi pugni chiusi”, accetterà e risolverà la sua vita, trovando la sua dimensione affettiva. La figura di mentore e giudice impersonato dalla Deneuve accompagnerà, seppur con un certo distacco apparente e dovuto, l’iter umano del protagonista e lo aiuterà nel suo percorso di maturazione. Toccante la scena in cui si toccano vicendevolmente le mani.

Una pellicola calibrata, creata da uno sguardo femminile materno. Una regia protettiva che accompagna il personaggio nell’evolversi della vicenda e puntualizza sul suo conflitto interiore di desiderio di protezione e volontà di rivendicazione. E’ ben messo in evidenza come il protagonista abbia paura di desiderare perché a ogni suo desiderio corrisponde una negazione. Una regia curata nei minimi particolari, da parere a volte ridondante negli aspetti violenti o patetici della narrazione. E’ presente una direzione attenta e avvolgente, quasi a voler supplire la mancanza di vita e affetto della vita del protagonista. Irrompe la coscienza stessa della regista e la sua volontà di sensibilizzazione su queste tematiche. La Deneuve, a tratti troppo statuaria nella sua mimica e compostezza corporea, seppur richiesta dal ruolo, porta la sua eleganza ed esperienza di una tradizionale scuola recitativa in questo ruolo complesso.