“Affinità elettive” da De Chirico a Burri: a Roma in mostra

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Alla Galleria Comunale fino al 13 marzo i tesori della collezione Magnani Rocca, ricca di accostamenti visivi e sonori 

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Giorgio De Chirico, “Enigma della partenza”

Nella prima sala è esposta l’opera cardine, l”Enigma della partenza” (1914) di Giorgio De Chirico, descritta dalle sue parole: “Portici al sole, statue addormentate, comignoli rossi; nostalgie d’orizzonti sconosciuti…sempre l’incognito”. L’arcano e il mistero, il comprensibile e l’incomunicabile. L’artista depura la realtà tangibile dal carattere naturalistico. L’oggetto viene inserito in un contesto destrutturante. Un’atmosfera sospesa tra sogno e visione, ripresa con accenti diversi da Ferrazzi in “Diavoleria” (1929-30). In assonanza visiva reciproca vengono posti i busti femminili di Nicola D’Antino e Ettore Colla. La tradizione italiana intellettualizzata è rappresentata da “Susanna” (1929) di Casorati, da “Giovani in riva al mare” (1934) di Gentilini, che riecheggia la statuaria antica classica e la purezza architettonica geometrica. Proseguendo si accede alla sala dedicata a De Pisis, dove egli esprime il suo concetto di arte: “una pittura davvero bella sempre sconfina verso l’aldilà”. La metafisica, colta nella sua semplicità, nella sua “Natura Morta” (1925); spazi assediati da oggetti senza valore, scartati come in “Interno dello studio” (1941) e in “W Mozart” (1941). Saltano all’occhio le armonizzazioni tra “Marina” (1932) di Carrà, “Cabine” di Pasquarosa (1927), “In riva al mare” di Mario Tozzi (1935) e “Spiaggia desolata” di Marino (1930-35).

Una sezione intera al piano superiore è dedicata alle nature morte. Nella loro etimologia “still-life” (vita silente), esse costituiscono un diaframma tra realtà vera e parallela e suscitano meraviglia nello spettatore per effetto del verosimile. Vengono prese in considerazione in particolare quelle di Morandi, che sosteneva che non vi fosse “nulla di più surreale e di più astratto del reale”. Si susseguono esempi di tale genere d’opera, alcune delle quali; di Trombadori, “Natura morta con cavoli rossi” (1937), con il suo intento esclusivo di “mettere in posa” gli oggetti; di Cavalli, “Natura morta” (1939), con il suo concettualismo; di Capogrossi, “Oggetti rustici” (1938) con il suo primordialismo classico; di Melli e Francalancia, nei quali è voluta l’eco della memoria e l’intento di decodificazione di segni dissimulati. In una piccola sala spicca “La Danseuse articulee” (1915) di Severini e la sua “Composizione” del 1933. Avvicinata a tale opere vi è “Velocità di motoscafo” (1922-24) di Benedetta Cappa Marinetti. Comune denominatore è il dinamismo e l’equilibrio provvisorio.

Il "Sacco" di Burri
Il “Sacco” di Burri

Sinestesia tra “Natura morta con pesci “ di Dova (1947), “Natura morta con pianoforte” di Guttuso (1947) e “Strumenti musicali africani” (1947) di Conte: entrambe le opere evocano le stesse sonorità e evolvono verso una concezione astratta del genere natura morta. Sono visibili accostamenti formali, basati sull’essenzialità, tra il “nudo coricato” di Mattioli (1961) e “Frammento” (1929) di Marino Marini. In entrambi costui reitera una ricerca verso soggetto più semplificato. Significativi i contributi di Savinio con “Autunno” (1934) e “Foresta tropicale” (1945-46), dove l’artista esplica la sua idea di pittura che non termina dove finisce questa, ma prosegue oltre, poiché essa è già nata prima che sia stata distribuita su superficie. Suggestive le grandi sculture di Leoncillo il “S. Sebastiano nero” (1963) e “Taglio rosso”, dove la tragicità della tematica affrontata viene evidenziata dalle caratteristiche materiali dell’argilla che richiama le ferite. In sintonia con queste opere è “Sacco” di Burri, eseguito con pezzi di tela incollata sul supporto, con strappi, suture, abrasioni, rattoppi e buchi. Questi atti distruttivi, in verità, celano un significato inconscio rovesciato di controllo della coscienza, un serrato e preciso discorso formale.

Una delle ultime sale è dedicata alle cromatiche ristrette e attutite di Sedun e al cromatismo espressionista di Scialoja. Infine, una ricca esibizione di acqueforti di Morandi. Genere artistico, privo di contenuti ideologici, e per questo non ghettizzato dal regine fascista, che censurava forme di espressione. Sono anche esposte le lettere piene di stima e affetto di Manzù, Morandi, Argan rivolte a Magnani.

Un commento sul repertorio musicale che accompagna la visita. La scelta magistrale dei brani va dal notturno per piano di Respighi, a “Clair de lune” di Debussy, alla “Danse Sacrale di Stravinsky”, a Gourdijeff e Arvo Pärt. Lo spettatore viene traghettato dalla contaminazione visiva e sonora, che risponde in pieno all’idea di arte di Magnani, a quel mondo immaginario di cui lui parlava.