È un teatro ma sembra un tempio, il Ghione di Roma, è un concerto ma ha l’umanissima caratura del rito, quello che Amedeo Minghi ci propone in queste sere prima di Natale, con una scaletta eterogenea e imprevedibile, tra classici del suo repertorio e vere e proprie perle a tema ‘natalizio’, in uno spettacolo che ha tutta l’aria di una celebrazione (della musica, non di sé), ricco com’è di momenti sacri, addirittura mistici, di canzoni e di recitativi lirici e mai patetici, ora potenti ora elegiaci, lungo poco più d’un’ora di musica che è, in fondo, un inno alla gioia, sia pur velata di malinconia, di nostalgie – la gioia di cantare, di esserci: di condividere.

Accompagnato da un terzetto d’archi, una batteria e un pianoforte, Minghi canta come ci stesse accompagnando in un mondo che è, sì, il nostro, ma quasi rarefatto, dalle emozioni e dalle suggestioni tutte sfumate e al tempo stesso però vivide e concrete, premettendo, guida colta e mai autoriferita, a ogni canzone una piccola introduzione, quasi i brani fossero stanze da visitare, quadri di suoni e di parole da scoprire. Canta sicuro, preciso ma non distaccato, tecnicamente impeccabile ma mai freddo, signorile e quasi fiero ma sempre vicino al suo pubblico, su un palco spoglio che sembra riempirsi di tutte le immagini che quelle note e quei versi vanno evocando. Versi, proprio versi, nel senso più tecnico del termine: non c’è forse bisogno di sottolinearlo qui, ma siccome l’annosa e quanto mai sterile polemica tra “poesia” e “cantautorato” non accenna a diminuire, tanto vale ribadire che la penna di Minghi (saggia anche nel collaborare e farsi contaminare da altri grandi autori) non ha nulla da invidiare e anzi ha qualcosa da insegnare a molti di quelli che troviamo stampati nelle antologie:  “Va’ dove l’uomo ha per sorella / solo lebbra e mosche sulle labbra, / va’ e ricorda a questo cuore mio / che Caino sono pure io” scriveva e canta, ad esempio, in Un uomo venuto da lontano, in scaletta insieme a Cacciatore (“Cacciatore, cosa cerchi / i pensieri sono spore”), I ricordi del cuore (che s’apre con un’apostrofe tanto semplice quanto indimenticabile: “Voi / speranze che sperai”),  il classico L’immenso (“L’immenso è lei / che sa nascondermi”) e il recentissimo e…John (“Ora so / t’ho incontrata per avere un’altra via”), brani tutti interpretati con efficace eleganza da chansonnier e riusciti accenti di vera recitazione.

Ma non ci sono solo la penna e le note, la voce e lo stile di Minghi, in questo suo rituale in musica: a strutturare davvero il tutto ci sono alcuni brani della tradizione natalizia, tra cui il notissimo canto/filastrocca Tu scendi dalle stelle, del 1754, prima cantato poi recitato nella sua versione integrale, e altri profondamente sacrali, come il tutt’altro che semplice Panis Angelicus (riscrittura in musica del 1872 di una sezione dell’inno latino Sacris solemniis di San Tommaso d’Aquino), che, interpretata con intensa partecipazione, suggella la raffinatezza e la statura liturgico-onirica di tutto il concerto. Concerto che, va da sé, non può non prevedere la celeberrima Vattene amore e il suo tormentato tormentone del “trottolino amoroso”, recentemente tornato alla ribalta mediatica per via d’un’incursione nientemeno che in Senato, che Minghi canta divertito, ma non meno concentrato, aprendo quest’unica parentesi di sana ma in fondo apparente frivolezza.

Apparente, sì: perché non c’è niente di veramente “frivolo” in questo spaccato di brani e di racconti che inizia, si sviluppa e si congeda come pura occasione di, lo ribadiamo, celebrazione e soprattutto di contatto.

Un po’ maestro un po’ sacerdote, un po’ padre un po’ fratello, metà signore della canzone d’autore e metà menestrello innamorato, Minghi allestisce e anima insomma un trionfo di condivisione, di comunanza e comunità, regista e primattore com’è di una serata che ha, in definitiva, anche il merito di sottolineare la bellezza dell’arte più impegnativa e vessata che c’è: quella dell’incontro.