American Sniper, Eastwood denuncia la follia della guerra

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Il texano Chris Kyle ha imparato da piccolo la lezione di suo padre, secondo cui il mondo si divide in lupi, pecore e pastori del gregge, questi ultimi incaricati di proteggere le seconde dall’assalto famelico dei primi. Da vero pastore, con il proposito di difendere il suo paese dagli attacchi terroristici di Al Qaeda, Chris sente forte la vocazione a entrare nell’esercito statunitense, arruolandosi nei Navy Seal. In questo periodo conosce Taya, se ne innamora perdutamente e la sposa. Ma pochi giorni dopo il matrimonio è inviato in Iraq (siamo nei primi mesi del 2004) con un obiettivo speciale, quello di proteggere i suoi commilitoni impegnati nelle missioni di terra. In poco tempo Chris diventa il cecchino più infallibile e famoso della storia militare americana. I suoi compagni lo chiamano “Leggenda”, e i suoi nemici mettono addirittura una taglia sulla sua testa. “American Sniper”, il film di Clint Eastwood arrivato  a Capodanno 2015 nei cinema italiani, è tratto dall’autobiografia del vero Chris Kyle scritta insieme a Scott McEwan, quella di uomo (nel film, Bradley Cooper) che si pone al servizio del proprio paese in nome di un ideale in cui non tutti si riconoscono. Un individuo pacifico, che sceglie di entrare in guerra per difendere i propri compagni, e che non potrà mai darsi pace perché tra quelli, tantissimi, che è riuscito a salvare, non rientrano purtroppo i pochi che non è stato in grado di proteggere. Un cruccio irreale, per una questione di buonsenso, ma che diventa per il protagonista una missione di vita irrinunciabile, capace di calpestare ogni altra priorità, compresa anche la famiglia. Eastwood ci racconta l’assurdità della guerra, partendo da un punto di vista che, a ben vedere, non può ammettere alibi. Chi sceglie di servire il proprio paese nell’esercito sa che non potrà mai ritenersi del tutto in congedo. Sa che la società si aspetta da lui continuamente atti eroici e gesti encomiabili, perché ognuna delle pecore assegnate non cada nell’imboscata tesa da un lupo più astuto degli altri. Film girato in modo impeccabile, pur non offrendo una chiara apologia dell’antimilitarismo, denuncia in modo inequivocabile la follia bellica e le condizioni di vita dei soldati americani, inviati in Iraq forse con troppa leggerezza nonostante gli errori già compiuti in Vietnam. E ci offre sia una nuova testimonianza di quanto la filmografia di Eastwood regista riesca ancora una volta a toccare corde di altissima intensità, sia un chiaro atto di condanna della politica estera americana, ieri come oggi. Da Bush a Obama sembra infatti che poco o nulla sia mutato: in questo senso il film fornisce una chiave di lettura tristemente attuale per leggere, con il senno di poi, gli episodi che la tragicità del presente ci fa rimbalzare addosso. Eastwood si conferma coscienza civile statunitense, voce amplificata del dissenso rivolto da un popolo alla politica estera governativa troppo spregiudicata e poco rispettosa della democrazia tanto blasonata e osannata in patria. Una politica che esalta le azioni militari mirate all’esportazione del proprio modello democratico, ma che non è in grado di garantire serenità a chi sacrifica la vita in nome della nazione. Emblematico a questo proposito il finale, che non sveleremo per ovvie ragioni, e che dimostra quanto assurda e beffarda possa essere la realtà anche rispetto alla più bizzarra delle fantasie. Perfetta l’interpretazione di Cooper, qui anche in veste di coproduttore insieme al regista, a Robert Lorenz, Andrew Lazar e Peter Morgan. Brava anche Sienna Miller nei panni della moglie del protagonista. Curioso apprendere che Eastwood non avrebbe dovuto essere il regista del film, che invece in un primo tempo doveva essere affidato a Steven Spielberg. Da segnalare infine la strepitosa accoglienza che ha salutato il film nelle sale italiane, che solitamente nel periodo festivo erano interessate perlopiù a pellicole di evasione. Un segnale di interesse verso un argomento di triste attualità.