Anna Cappelli: la drammaturgia di Ruccello rivive grazie a Claudia Pellegrini

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NoteVerticali.it_AnnaCappelli_3L’atmosfera grottesca e parossistica dell’ultima opera di Annibale Ruccello, drammaturgo della scuola napoletana degli anni ’80, è stata magistralmente ricreata al Teatro Cometa Off, dove già la mancanza di separazione tra palcoscenico e pubblico amplifica l’intensità della rappresentazione. Monologo femminile dove l’assenza degli altri personaggi si rivela presenza. Costrutto linguistico lineare, immediato, privo di artificiosità. L’impianto claustrofobico di un inquietante interno domestico, dove prende vita una storia dal tono degenerato fino al limite dell’irreale e dell’incubo, viene svelato in tutte le sue sfaccettature.

NoteVerticali.it_AnnaCappelli_1Efficace la scelta scenica di esordire con i ricordi e i sogni della protagonista da bambina che amava la favola della principessa che coronava il suo sogno d’amore poiché sarà la linea guida sulla quale si enuclea il dramma. Resa ancor più pregnante dalla scenografia con cartoni di abiti principeschi e dall’intento stilistico di sceneggiatura e registro musicale di sottolineare l’habitus mentale di Anna quale vittima intrappolata in un mondo onirico infantile. Interpretata da Claudia Pellegrini con un’eleganza compunta, nonostante i risvolti esacerbati della vicenda, fino all’epilogo noir, la donna si sente vittima della sua mediocre esistenza. E’ ossessionata dal possedere: è l’avere che giustifica l’essere. Non sopporta l’idea che la sua camera sia stata data alla sorella, la “farisea Giuliana”, e desidera voracemente una casa e un uomo tutti suoi; la ripetitività di aggettivi possessivi è una costante del testo.

NoteVerticali.it_AnnaCappelli_2Anna è costretta a vivere, dopo il suo trasferimento a Latina, con una coinquilina squallida, invadente, circondata da gatti maleodoranti definiti da lei stessa “strumenti del demonio”. A lavoro conoscerà poi il ragioniere Tonino Scarpa che seppur le offrirà una convivenza e una casa, non le concederà mai il matrimonio, e quindi il raggiungimento del suo anelato status di moglie, e verrà continuamente etichettata quale concubina dall’ambiente piccolo borghese cittadino. Nondimeno la sua permanenza in casa verrà continuamente vessata dalla presenza di una governante che, nelle sue parole, “la fa sentire come una ladra”. Vittima del suo sfrenato desiderio di possesso e di un alterato stato di coscienza giungerà a farsi carnefice del suo amato giustificandolo quale atto supremo di amore: “Tonino tu mi appartieni. Il tuo corpo mi appartiene”. Un delirio composto in cui è toccante l’interpretazione della Pellegrini mentre il suo personaggio in un rigurgito di consapevolezza si rende conto dell’irraggiungibilità dell’altro anche dopo la morte e si chiede dove dimorino i sentimenti se nel cervello o nel cuore. Un banchetto suicida quale epilogo in questo dramma sapientemente riproposto con raffinata misura, dovizia di particolari scenici e stigmatizzato dal registro delicato e allo stesso tempo viscerale di Claudia Pellegrini.