Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana: l’estetica del sacro in un secolo di pittura moderna

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Spazio all’arte figurativa a cavallo tra Ottocento e Novecento, in mostra a Palazzo Strozzi a Firenze

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La ‘Pietà’ di Van Gogh

La prima sezione esposta ha un taglio storico e presenta pale d’altare, che costituiscono delle forme privilegiate di sperimentazione formale. Connubio tra sacralità e storicismo, incoraggiato dal pontefice Pio IX (1846-1878). Costui si prodigò affinché la pittura religiosa acquisisse i tratti narrativi e realistici tipici della pittura di storia. Suggestiva la tela di William-Adolphe Bouguereau, “La flagellazione di Cristo” (1880), in cui è già presente un estetismo in fieri, che si presenta ben più maturo nell’opera in mostra di Gustave Moreau, “San Sebastiano” (1870-1875 o 1890). Suggestiva la pala di Domenico Morelli che fornisce allo spettatore una “Caduta di S. Paolo” originale nel suo prospetto compositivo teatrale, ma viscerale allo stesso tempo.

La sezione seguente riguardante il tema della Madonna, di particolare rilievo nell’estetica del Simbolismo, trasporta il visitatore in un viaggio verso il trascendente. La vergine, quale sintesi tra umano e divino, interpretata da artisti quali Morelli, che ne prediligerà l’aspetto terreno autobiografico; De Carolis, che la ritrarrà quale imago simbolista eterea; le Madonne espressioniste di Munch; infine un figurativismo di stampo primitivista come in Andreotti Garbari.

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La ‘crocifissione bianca’ di Chagall

La parte centrale dell’iter espositivo è dedicato alla narrazione della vita di Gesù e l’atmosfera del corpus artistico è contaminata dal disagio, insito negli anni della prima guerra mondiale, determinato dalla sofferenza, dal cinismo, dalla mancanza e dalla necessità di risposte ultraterrene. Significativa la serie di crocifissioni di Pablo Picasso (1896-1897), Max Ernst (1914), Severini (1944-1946), Manzù (1939-1940), Guttuso (1940-1941) e infine l’esemplare scultoreo, realizzato da Fontana (1951). Ognuna caratterizzata dall’impronta del senso del sacro dell’artista. In Picasso è presente la sua irriverenza composta e geometrica, esente in Ernst che surrealmente contorce il suo Cristo in una posa scomposta, mentre Manzù rispetta il suo primitivismo e Fontana dà libero sfogo alla sua tensione oltre la materia, al suo desiderio di spazialismo. Guttuso provoca, oltre che con il suo abituale utilizzo di colori accesi, nascondendo il Cristo crocifisso dietro il corpo del ladrone, e dipinge una Maddalena completamente svestita.

Esemplare la “Crocifissione bianca” di Marc Chagall densa di realismo magico, pietismo e intimismo.

La Pietà di Van Gogh (1889) è uno dei gioielli in mostra e unico soggetto del genere dipinto dall’artista, tratta dall’omonima di Delacroix, colpito dalla passionalità tumultuosa di quest’ultimo, vicina al suo modo di sentire, ma intrisa della sua personale esasperazione. La eseguì in un periodo difficile, dopo il noto gesto autolesionistico del taglio del lobo dell’orecchio.

Originali nella loro interpretazione dissacrante, sono delle opere eseguite da pittori inglesi Spencer e Philpot. Il primo con la sua irriverente “Entrata di Cristo in Gerusalemme” (1920), ambienta la scena in una cittadina inglese, caratterizzata da muri con i tipici mattoncini rossi. E le figure sono stilizzate e dominate da un certo arcaismo tipico degli anni venti italiani. Mentre Philpot con il suo “Angelo dell’annunciazione” (1925), riecheggia il manierismo dei volti di Pontormo, infondendolo di uno spirito totalmente estraneo a quell’estetica.

Una parte dell’iter espositivo è interamente dedicata al rapporto tra Severini e la decorazione dello spazio sacro, con l’illustrazione dei progetti di quest’ultimo per le chiese svizzere quali Saint-Nicolas de Myre a Semsales, Saint-Pierre a Friburgo.

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La ‘Via Crucis bianca’ di Fontana

In una sala a parte vi è la possibilità di osservare un video istallazione, che documenta l’architettura sacra dalla seconda metà del XIX secolo fino alla prima metà del XX secolo, dalle chiese neogotiche nordeuropee a quelle italiane postunitarie, dalle innovazioni del padre domenicano Marie-Alain Couturier, all’arte sacra italiana della quale il protagonista sarà Piacentini.

Capolavori esposti nella parte finale della mostra sono nella sezione della preghiera con il pregiatissimo: “Angelus”(1857-1858) di Jean-Francois Millet, paradigma universale di una devozione radicata nel lavoro e nella natura. A seguire, “Preghiera” di Casorati, dominata dal lirismo introspettivo;  e “La preghiera del mattino” di Vela, pervasa dal più solenne intimismo.

Un’opera che rimane negli occhi e nell’anima è il “San Francesco” di Wildt, con la sua nota tecnica di lucidatura e rifinitura del marmo, scolpisce questo viso emaciato, sofferente, ma allo stesso tempo pervaso da una serenità e luminosità.

Come sempre a Palazzo Strozzi sono presenti delle esposizioni magistrali. Non solo la scelta dei quadri o degli artisti, ma è la linea guida che accompagna il visitatore ad essere sempre originale e piena di spunti interessanti. L’obiettivo delle mostre dovrebbe essere proprio questo, non solo la delucidazione o l’approfondimento di un tema o di un artista, ma i riferimenti, gli accostamenti e i paragoni tra varie estetiche e modi di sentire.