Blade Runner 2049: una storia di solitudini per un sequel attesissimo

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Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.

“Di solito mi limito ad ammazzare il tempo, e le assicuro che non è un cliente facile” queste parole di Raymond Chandler descrivono perfettamente l’essenza del noir. Una storia di solitudini che s’incontrano con la scusa di un motivo. Catapultate loro malgrado, in una vicenda, ma con la certezza inesorabile che tutto dovrà finire. Blade Runner 2049 è la versione 2.0 del noir. Denis Villeneuve dichiara fin da subito un cambio di passo rispetto al primo capitolo. Le vicende dal 2019 aumentano la loro potenza e trent’anni dopo la chiave di volta sembra essere sempre la stessa: i ricordi. Nessuna differenza apparente tra umani e “lavori in pelle” se non la possibilità di custodire i giorni dei primi e l’azzardo dei secondi. Un innesto di memoria, per quanto vivo renderà sempre un replicante schiavo di un’altra mente. Il film è perfetto da un punto di vista visivo, ottimo il lavoro del direttore della fotografia che riesce a ricreare l’atmosfera del primo citandola (non poteva essere altrimenti) ma senza copiarla pedissequamente. La trama è lineare e accettabile, anche se ha un sapore già visto che il film di Scott non aveva. Sicuramente un buon lavoro, che non ha capacità di entusiasmare, ma si lascia guardare in tutti i suoi 152 minuti. La sceneggiatura latita ed è troppo spesso affidata a monologhi abbastanza noiosi (tra gli altri quelli di Jared Leto). La scelta di affidare il personaggio principale alla mono espressione di Ryan Gosling potrebbe sembrare azzeccata per trasmettere solitudine, se il film durasse 80 minuti. Anche l’ex signora Penn lavora in maniera sufficiente, ma certamente senza lasciare il segno. Per fortuna dopo troppo tempo ricompare sul grande schermo Rick Deckard in grado di risvegliare dal torpore qualsiasi spettatore. L’idea che più convince sembra essere la fidanzata dell’agente K (Gosling) un’intelligenza artificiale che accompagna il protagonista insegnandogli a provare delle emozioni che i nuovi modelli di replicanti hanno perso del tutto. A salvare del tutto la baracca è ancora la faccia di “Indiana” e di “Jan Solo”, quello che, ogni persona vuole vedere. Il primo film era una vicenda normale, ambientata nel futuro. Una storia fatta di sbagli, solitudine e sentimenti che vedeva nella parte di un cattivo uno dei personaggi più umani della storia: Roy Batty. In 2049 i cattivi, sembrano dei mercenari degni di un brutto action, anche lo stesso personaggio di Jared Leto non è per nulla approfondito e sembra un po’ buttato lì nel suo giocare a fare Dio. Film come quello di Ridley Scott sono entrati così tanto nell’immaginario collettivo da non necessitare alcuna rivisitazione , ma una semplice riproposizione delle stesse facce, magari andando a mostrare come hanno vissuto per 30 anni. Il solo Deckard, che troviamo qui forzatamente esiliato dal mondo, avrebbe meritato un film. Tutto sacrificato e sacrificabile al “nuovo cinema” contaminato con filosofia, psicologia e spot pubblicitari. Nel 2017 va così, ma un film è bello quando è vero. Arriveranno elogi, meritatissimi, per l’impatto visivo o per i significati distopici e le metafore della società moderna. Il pubblico si dividerà in chi proverà a interpretare quello che il regista ha voluto dire e quelli che aspetteranno di veder apparire Harrison Ford sul grande schermo.