Boyhood, la storia di una crescita nell’America di oggi

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20141027-012108-4868336.jpgLa magia del cinema consiste anche nel riuscire a far immaginare il quotidiano delle persone grazie a scorci di vita vissuta, a frammenti fatti di parole e immagini in movimento, che colgono stati d’animo, espressioni e modi di essere che restituiscono storie, e le filtrano con il sentire che è proprio dello spettatore e che, quindi, resta unico per ciascuno. Con ‘Boyhood‘ il regista Richard Linklater ha dato vita a un esperimento unico nella storia del cinema, girando in un arco temporale di ben 12 anni, dal 2002 al 2013, e mettendo in scena la vita romanzata di un personaggio americano, Mason – interpretato dal bravo Ellar Coltrane – dai suoi 6 ai 18 anni, nell’arco del suo ciclo scolastico. Attorno a lui ruotano ovviamente i suoi familiari, ossia la sorella Samantha (Lorelei Linklater) che vediamo anch’essa prima bambina poi adolescente, e i genitori (interpretati da Patricia Arquette e Ethan Hawke), la cui separazione incide non poco sull’evoluzione narrativa della vicenda. Sullo sfondo, la vita degli Stati Uniti e le sue mille contraddizioni, dal conservatorismo di alcune figure alla degenerazione di altre, le scelte politiche (sono gli anni di Bush e poi quelli di Obama) e il mito del sogno americano e della capacità di essere qualcuno grazie allo studio e all’impegno.
Accolto con notevole successo al Sundance Festival e al Festival di Berlino (dove ha conquistato l’Orso d’argento), ‘Boyhood’ è senz’altro un film ben girato, che evidenzia spunti narrativi interessanti senza cadere nel didascalico, e che mostra la crescita di un ragazzo come tanti, alle prese con la vita e con le sue innumerevoli declinazioni. L’occhio del regista non indugia troppo su particolari che rallentano la narrazione, e questo rappresenta un merito indiscutibile, considerando che il film ha una durata notevole – 163 minuti – e che un montaggio attento riesce a non dilatarlo in modo eccessivo. L’atmosfera non è quella di un reality nè di una fiction: si ha piuttosto l’impressione di assistere a un road movie genuino e poetico al tempo stesso, che strappa momenti di sincera commozione nell’esplorazione di personaggi che maturano con il passare del tempo. Un discorso, questo, che non vale solo per i ragazzi, ma che ha ragione di esistere anche per i loro genitori, sposati giovanissimi e separati già poco dopo i trent’anni: il padre passa a una fase di piena maturità grazie all’incontro con una nuova compagna e alla nascita di un bambino, mentre la madre si imbatte in incontri sbagliati che la provano ma non la buttano giù. Sullo sfondo, l’America puritana e bigotta, che crede nella Bibbia ma coltiva la passione per le armi come un lascito generazionale, che si vergogna di Bush, spera in Obama ma che fonda il proprio credo sulla libertà, sulla volontà e sul merito. Una società dove chiunque è chiamato alla dignità e, se lo vuole, può essere aperto ad accogliere quell’attimo che rende speciale e unico il presente.