Brunori Sas profeta in patria: a Cosenza trionfo annunciato (e meritatissimo!) per Dario e la sua band

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Per una volta non siamo d’accordo con chi, certamente molto più autorevole e importante di noi, coniò il motto ‘Nemo propheta in patria’. E non è la prima volta. Tutto questo, sempre grazie a Brunori Sas, moniker di Dario Brunori che, di questi tempi, è uno dei profeti che, almeno artisticamente parlando, imperversano con merito nei nostri giorni fatti di musica e parole. Profeta perché capace di leggere con attenzione la realtà e di raccontarla attraverso uno sguardo quasi calviniano, condito dall’intelligenza e dalla leggerezza che servono per non emanare profumo di stantìo. Uno sguardo che parla il linguaggio della musica, attraverso canzoni orecchiabili e immediate, ma non certo banali, che non hanno la pretesa di insegnare nulla, ma aiutano a riflettere, e testimoniano il disincanto e la disillusione di un’età e la liquidità di questi anni di plastica e della generazione che li attraversa.

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Abbiamo avuto il piacere di incrociare Brunori e la sua sas al Teatro Rendano di Cosenza, per la prima delle due tappe – entrambe sold out, come già a Bologna, Milano, Firenze e in altre città italiane, e di questi tempi non è certo cosa da poco – del suo tour “A casa tutto bene” che sta raccogliendo meritati successi di critica e pubblico, a conferma della strepitosa accoglienza con cui è stato salutato il disco omonimo pubblicato il 20 gennaio scorso.

Un concerto volato via leggero, che ha visto un opening act molto interessante a cura di Al The Coordinator alias Aldo D’Orrico, promettente artista cosentino che, chitarra, voce e armonica, ha scaldato il pubblico con alcuni brani tratti dal suo disco: folk montano che racconta in inglese storie e profumi di natura (da segnalare una cover della dylaniana “Girl from the north country” e le sue “The mist” e “The hunter’s prayer”). Abbiamo colto poca attenzione raccolta in platea: un vero peccato perché la performance avrebbe meritato senz’altro di più.

Dopo Al, è stata la volta di Brunori, accolto con la sua band – ovvero gli storici Simona Marrazzo a cori, synth e percussioni, Dario Della Rossa a pianoforte e synth, Stefano Amato a basso, violoncello e mandolini, Mirko Onofrio a fiati, percussioni, cori e synth, Massimo Palermo a batteria e percussioni e la new entry Lucia Sagretti al violino) da una vera e propria ovazione. Tiratissimo l’inizio del live con “La verità” snocciolata con un’esecuzione dalla perfezione quasi maniacale. Amato e Della Rossa veri registi in campo, e Onofrio che si cimenta in un assolo sax tutto da incorniciare, la Sas sembra già un ingranaggio di fabbricazione elvetica che gira praticamente a memoria. Senz’altro d’impatto la scenografia scelta, con un allestimento luci curato da Francesco Trambaioli ricco di rettangoli colorati fluorescenti che ci hanno ricordato certi arredamenti anni ’70. E d’impatto la sfilza di “NO” rossi che sottolineano, nel finale, la caratura di un brano politico come “L’uomo nero”, una sorpresa per chi pensava a Brunori come canzonettista di talento, una conferma per chi, come chi scrive, da sempre aveva individuato in lui una matrice d’impegno degna dei padri nobili dell’italico cantautorare.

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“Benvenuti! Bentrovati!”: Dario saluta il pubblico così, come se il Rendano fosse casa sua: e subito snocciola la prima gag: “In Calabria non lamentarsi è un problema: ecco perché diventa difficile adesso che il disco va bene…!”. Scatta poi il riferimento ironico al ‘piccio’ di matrice tutta cosentina, e il relativo ferro di cavallo celestino (“Di design!”) alla cui vista scatta automatica la risata e il conseguente applauso strameritato. Ma, poiché siamo in un live ‘selvatico’, tocca urlare, e l’urlo liberatorio del pubblico, e la relativa funzione esorcizzante che lo caratterizza, è l’overture più schietta che ci possa essere per “Canzone contro la paura”: ad aprirla è la batteria di Palermo, e a cantarla ovviamente, tutto il pubblico che ha già gli occhi lucidi. Le voci non sono cinquemila, ma è come se lo fossero, in ogni caso sembrano davvero una sola… Tocca poi a “Lamezia Milano”, ennesima hit cantata dalla platea, e a “Colpo di pistola”, ballad apparentemente innocente che rivela la triste follia di un femminicida, e che nell’esecuzione vede la presenza dei Takabum, (Giuseppe Oliveto, Francesco Caligiuri e Emanuele Calvosa) anch’essi musicisti cosentini di talento che Dario ha voluto nel disco e ora sul palco. Preceduto da un “Sei bellissimo!” urlato dalla platea, tocca a “La vita liquida”, nella cui esecuzione si fa particolarmente apprezzare la voce di Simona Marrazzo: lady Sas ai cori è davvero una garanzia, oggi come ieri.

Il pubblico partecipa, ma per Dario è ancora poco. “Vedo una certa musciarìa” scherza al microfono, dopo aver detto “Tanto lo so che sono più belle quelle vecchie!”, per introdurre, con il sorriso, una delle sue prime hit, quel “Come stai?”che regala una lacrima di commozione al pensiero del padre che Dario immagina in platea accanto alla mamma (alias Mammarella Sas) e a tutta la famiglia al completo. La sensazione è quella, davvero bella e indescrivibile, di una festa tra amici o di una sagra di paese: “Le quattro volte”, allora, casca a pennello. Da qui in poi Dario è un fiume in piena: scherza sulla situazione simile, a suo dire, a una trasmissione di Giletti o della D’Urso, parla di un’improbabile amicizia con un John Lennon originario di Fuscaldo, scherza con i fan dell’Azione Cattolica, gioca con l’asta, grida “asta siempre”, e poi presenta il momento del concerto dedicato all’amore, quello “per amanti delle gang bang teatrali”… Il pubblico ride e applaude, e accompagna cantando l’amore romantico di “Fra milioni di stelle”, quello similpedofilo di “Pornoromanzo” e quello bohémienne di “Lei, lui, Firenze”. Tre facce della stessa medaglia, per ritratti in cui si coglie la relazione di coppia come cartina tornasole per parlare di società (“…c’è chi beve Negroni, chi nemmeno un caffè, chi si è rotto i coglioni di guardare Raitre, chi è partito e si è perso, e chi ha perso il partito, chi si sente diverso, chi non alza mai un dito…” o ancora “Penso che sia una follia andare all’Ikea, c’è sempre una gran confusione anche di sabato sera, poi lo sai mi fa tristezza vedere la gente che sogna di comprare tutto e si accontenta di niente…”). Avremmo gradito a questo punto “Diego e io“, perla tra le perle che fa parlare in prima persona Frida Kahlo, e invece nulla, peccato. Suggellato dal piano solitario al centro del palco, arriva lo spazio più intimo e maturo, segnato da un “Arrivederci tristezza” davvero da brividi, su cui il contrabbasso di Stefano Amato appone la propria firma di poesia in note, e poi da “Una domenica notte” prima piano e poi chitarra (dove non può mancare il coro del “Na na na na na” del pubblico incitato dallo stesso Dario).

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Con “Il costume da torero”, che Dario e la band eccezionalmente a Cosenza suonano accompagnati dai bambini del “Coro del Rinacchio” – battezzato così dal nome della via di San Fili in cui abita – e che comprende il nipote Francesco (quello citato in “Lamezia Milano”) e altri bambini di amici e parenti, si tocca il clou. L’effetto è dirompente, per una canzone fintamente da Zecchino d’Oro, che contiene un messaggio talmente bello (“…non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo possa essere migliore di com’è” e ancora “non sarò neanche tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parto da me…”) da non essere stato ignorato da un marpione della comunicazione come Matteo Renzi. C’è il tempo di ricordare anche il “Mago Zurlì” Cino Tortorella recentemente scomparso, e si prosegue con altri due brani del nuovo disco, “Sabato bestiale” e soprattutto “Don Abbondio”, forte brano di denuncia caratterizzato da un sound dichiaratamente western-morriconiano. Ma Dario, che è tipo da un pugno di poesie, e non di dollari, resta in Calabria incarnando il Mimì Metallurgico della sua “Rosa” che, sullo sfondo di una storia d’amore finita male, parla di incidenti sul lavoro e che viene eseguita con una carica rock che ricordavamo ai tempi di un concerto a Rende con Peppe Voltarelli (era il settembre 2011).

Il concerto, ufficialmente, sarebbe finito qui. La band esce dal palco e Dario con lei… “Addi va?” grida in cosentino un anonimo fan che già poco tempo prima gli aveva dedicato un “Ohi chiru bieddru!”, scatenando le risate di tutti. Il “Fuori! Fuori!” è quantomai d’obbligo. Ecco allora Dario tornare sul palco e mettersi prima a gigioneggiare al piano napoletanizzando (e rovinando!) “La verità” e “L’uomo nero” e poi cantando l’immancabile e attesissima “Guardia ‘82”, presentata come “una canzone che narra le tristi vicende di un ragazzo ai falò in spiaggia”. E qui, nonostante il piano, il karaoke di massa si scatena. Tocca poi a “Kurt Cobain” e sono brividi allo stato puro: le parole cantate da Dario generano un magnetismo incredibile, e nel pubblico non si muove una foglia. Commiato definitivo per “Secondo me”, filosofia brunoriana allo stato puro che scatena la standing ovation conclusiva. Dario, e la sua Brunori Sas sono tornati a casa. E hanno ricevuto l’accoglienza che meritavano. Applausi a scena aperta. Torni a casa e pensi che è davvero un miracolo se, in mezzo a tutto il rumore che c’è, “a volte basta una canzone a ricordarti chi sei…“.

(Foto Alessandra Greco)

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