#Cannes2019, ottima accoglienza per Almodovar, Jarmusch e Malick

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Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.


Il cinema di Pedro Almodovar è sempre stato intriso di malinconia, mai come in questa fare della sua vita il regista spagnolo confeziona rapsodie con cui tornare al passato per riflettere su cosa ci sia di veramente importante nella vita. Presentato a Cannes, in concorso, il suo ultimo lavoro Dolor y Gloria è l’ennesimo tassello di una produzione creativa che appare migliorare di anno in anno. La ricerca del tempo ritrovato di un vecchio regista viene messa in scena con una forza d’animo e un’onesta intellettuale che riescono addirittura a uscire dalla storia semplice trasformando tutto in una riflessione esistenziale necessaria. Salvador, il protagonista, condivide con lo spettatore ogni passaggio della sua esistenza raccontando alti e soprattutto bassi delle scelte che lo hanno portato a essere un regista di successo, ma anche un uomo che ha lasciato dietro a sè pezzi di vita. Antonio Banderas è straordinario nel ruolo del protagonista, un attore in grado di “abitare più pelli” e farlo sempre con la convinzione di chi conosce il significato della parola vivere, soprattutto fuori dallo schermo. La vita di Salvador è una serie di ricordi che vanno dalla provincia, alla Madrid degli anni 80, passando per ogni tipo di vizio e lavoro con il solo e unico obiettivo di fare del cinema. I dialoghi del film sono ridotti all’essenziale, ogni elemento debordante è sacrificato perraggiungere quel livello di semplicità che permette al pubblico la completa identificazione. Un viaggio nella memoria attraverso incontri reali o solo immaginati, che dipinge un passato, ma anche un presente e un futuro, regalando lo splendido ritratto di un uomo che prova a fare pace con se stesso. La nostalgia vive nella sua totale assenza, è quella dose di consapevolezza che impone di non rincorrere più il passato ma convivere con il dolore che determinate scelte, portano in dote. Un film d’indefinibile bellezza, il punto d’arrivo di dieci anni che hanno cambiato il lavoro di Almodovar portandolo a regalare al cinema un insieme di titoli dal valore palese. Gli abbracci spezzatiLa pelle che abito, Julieta erano tutti ottimi film per arrivare a Dolor y Gloria, sperando che il maestro abbia ancora molto da dire.

Approccio opposto, ma ugualmente efficace quello di Jim Jarmusch, il regista americano presenta a Cannes il suo I morti non muoiono. Film d’apertura, ha positivamente impressionato per la capacità di riflettere attraverso allegorie e metafore, sullo stile di vita Statunitense, cioè mondiale. Nella cittadina di Centerville appare tutto tranquillo fino a che una notte gli zombie escono dalle bare e cominciano a nutrirsi di umani. Quello che colpisce è la volontà di raccontare una storia dell’orrore chiedendosi se l’attesa di una apocalisse non sia in effetti terminata. Per il regista non sono importanti i morti viventi ma l’insieme delle abitudini dei vivi: quel mucchio di ripetizioni quasi maniacali che li ha già trasformati in deceduti ancora in grado di respirare. Sicuramente un film di genere che offre più generi: si ride, e ci si interroga sull’angoscia di una civiltà sempre più assuefatta alle proprie disavventure. Chi è causa del suo mal, verrebbe da dire ma qui non ci sono colpe e l’arrivo degli zombie è accolto con una rassegnazione quasi drammatica dai vivi. Un cinema cui Jarmusch ha abituato il suo pubblico, un regista in grado di ragionare sulla realtà anche e soprattutto nei particolari.

A Hidden life, altro film presentato in concorso, diretto da Terence Malick è una storia lineare e ispirata a eventi realmente accaduti. Franz Jagerstatter, un contadino nell’Austria del 1938, decide di non combattere per i nazisti. Riconosciuto di alto tradimento, sarà condannato dagli occupanti, solo l’amore per la sua famiglia lo accompagnerà, in maniera meno disperata, verso il suo destino. Malick mantiene il suo stile frammentato: tempi morti, uso dei grandangoli e utilizzo dell’elemento natura per raccontare un avvenimento, all’apparenza piccolo, del secondo conflitto mondiale. La componente religiosa e il rapporto con il territorio gioca un ruolo fondamentale nella vicenda. Il personaggio dell’obiettore, che decide di rimanere fedele a se stesso è il simbolo di quell’essere umano silente ancora in grado di ribellarsi a un’imposizione pagandone in prima persona le conseguenze. Un film importante, che ricorda i primi lavori del regista Texano, dove la storia totale non è altro che un insieme di piccoli episodi. Episodi che Malick riesce a costruire con grande empatia, utilizzando i silenzi alternati a dialoghi con il compito di rappresentare soprattutto gli stati d’animo.