CCCP 25 anni dopo: ma è veramente finita questa storia d’amore?

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“Epica Etica Etnica Pathos”, ultimo disco in studio della band che ha fatto la storia del punk rock in Italia, è stato eseguito dal vivo dagli storici musicisti. Emozioni e passione che rivivono ancora… NoteVerticali.it_CCCP_concerto_1Chissà se veramente non è ancora finita. Gli ultimi versi che chiudono l’esperienza CCCP, ripetuti come all’infinito, “…e non è ancora finita“, comunicavano lo struggimento per qualcosa che finiva – che non era solo un gruppo musicale ma un’epoca intera – e qualcosa che era già in embrione, quella straordinario e ancora unico, e quindi probabilmente irripetibile, esperimento di musica moderna che sono stati i CSI. L’album in questione già dal titolo dimostra tutta la sua complessità, “Epica etica etnica pathos“. Una babele di suoni e parole, ironia graffiante e lirismo, accenni di musiche popolari, punk e post punk, rock e prog rock. Registrato in una location abbandonata, a Villa Pirondini di Rio Saliceto (RE), dove i CCCP, unendosi ad alcuni componenti dei Litfiba, hanno fatto esplodere le loro idee. E chissà quante ne saranno rimaste fuori da quel disco, già di per sè’ pieno, a tratti persino volutamente confuso. Cominciava l’epoca dello sgretolamento – “il mondo si sgretola, e via” – e Giovanni Lindo Ferretti, sempre attento ai viaggi dei “perdenti, più adatti ai mutamenti“, con le sue parole (perdonate l’apparente ossimoro) lo aveva pienamente centrato girandoci attorno.

NoteVerticali.it_CCCP_concerto_4In quella babele la sapienza, Sophia, si unisce a un’altra Sofia, la Loren, elevata a simbolo della volgarità del “reame”. La Cosa nostra si unisce al mea culpa del “causa nostra”. I cavalli che si agitano si uniscono alle invettive contro Fininvest e la credit card. Parole profetiche come mai: soprattutto nei versi in cui – e siamo nel 1990 – si prefigura come poi sarebbero stati svuotati i concetti di eguaglianza e libertà che, invece, dovrebbe essere “una forma di disciplina” che “assomiglia all’ingenuità, alla saggezza“. E invece, in un carrozzone grottesco accompagnato a ritmo di tarantella napoletana, la vediamo accompagnarsi proprio all’eguaglianza: “ecco, arriva l’uguaglianza, si trascina la libertà, tutti ricchi un po’ di più, i più ricchi un po’ di più, i più poveri di più“. Questo disco certifica l’inizio della fine dell’Occidente, anche se sembra il contrario: “Sembra sole nascente / Il sole d’Occidente / Sembra sole che nasce / Questo sole calante / Accende l’orizzonte / Infiamma il firmamento / Il buio lo sorprende / Fosco nero avvolgente“.

Questa sentenza sarebbe stata poi ripresa con i Csi, in una canzone intitolata proprio “Occidente”, “luogo da cui non giunge suono, luogo perduto ormai“, e in “Forma e sostanza“, la cui confusione di ruoli ha originato proprio lo sgretolamento. Le musiche e gli arrangiamenti seguono perfettamente questo disordine, che è apparente perché voluto. Assorbita e rielaborata la lezione prog rock degli anni ’70, il disco appare antico (non vecchio, attenzione, c’è una bella differenza) e, proprio per questo moderno e futuribile. Ebbene, a 25 anni dall’uscita, tutto il gruppo, con l’innesto di Simone Filippi alla batteria e Andrea Salvadori polistrumentista, e tranne Ferretti, cantante e autore dei testi (che almeno in una canzone poteva apparire, magari proprio nella finale “Annarella“), si è ritrovato ad eseguirlo dal vivo. Una volta a settembre, a Firenze, e ieri sera a Roma. Con voci multiple, provenienti dalla scena indie italiana (Brunori, Collini, Lo Stato Sociale, Di Bella, Appino, Vasco Brondi, Antonio Aiazzi) alle quali non potevano non unirsi due voci femminili che hanno fatto la storia dei Csi (Ginevra Di Marco) e dei post Csi (Angela Baraldi). Il concerto è stato molto intenso e ben suonato. I pezzi sono filati via mantenendo unità, e fedeltà agli arrangiamenti originari. La bacchetta del direttore d’orchestra è stato il basso di Gianni Maroccolo, il miglior bassista europeo, proprio perché non solo bassista ma musicista a tutto tondo, con in testa e tra le corde non solo una linea di basso ma una intera impalcatura musicale. Le chitarre di Massimo Zamboni e Giorgio Canali – anche ottima seconda voce e front man no front, o meglio front man di retroguardia – hanno graffiato e cantato come sempre: un po’ grattugia, un po’ melodia. Francesco Magnelli ha magnetizzato, anche lui come sempre, e coadiuvato nella direzione. Batteria potente e precisa. Salvadori a fare da collante con altre chitarre o synth.

NoteVerticali.it_CCCP_concerto_3Ma non è stata la tecnica che ha impressionato di questo concerto. Quello che crediamo a nessuno sia sfuggito è stato il sentimento generale di celebrazione non fine a se stessa. Dietro quelle note e parole ci sono storie personali, non solo degli autori ma di chi quelle canzoni le ha rese colonne sonore di un pezzo della propria vita. Per questo, pur essendo un disco non commovente, se non nel pezzo finale, la commozione ha comunque avvolto il pubblico. O forse, non il tutto il pubblico, ma sicuramente noi, che non abbiamo esitato a frenare vere e proprie lacrime, soprattutto in certi momenti, “Aghia Sophia” e “Maciste contro tutti”, che sono i pezzi portanti dell’album. Ci siamo rivisti indietro di 25 anni, ad esplorare quel groviglio e a cercare di decifrarlo, fino a capire, ma solo ieri forse in modo chiaro, che quel disco lì non consente parole ultime, perché, chiudendo, lascia aperto. E quindi non costringe ad una scelta davanti a un dilemma. Il dilemma si risolve proprio nello struggimento finale di quei versi bellissimi, accompagnati da una musica che non poteva che essere quella – peraltro l’ultima registrazione di Ringo de Palma. “Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così, non dire una parola che non sia d’amore“. In effetti, quella dei Cccp e, ancor di più, dei Csi e, poi, Pgr e post Csi, è stata una storia d’amore. I loro concerti pietre miliari nella nostra memoria. E quel disco successivo, “Ko de mondo”, che mi ha cambiato la vita perché mi ha donato un nuovo modo di vedere. E non parlo solo di me come ascoltatore musicale o come musicista per diletto. ma proprio di me come uomo, con una sua visione e una sua apertura sul mondo. La commozione era alta forse perché era l’ultima volta che si vedevano insieme suonare questi musicisti. Ma è veramente finita questa storia d’amore?