Colapesce: poesia live per pochi intimi

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_Colapesce_Concerto_2L’eletta schiera cantautorale oggi veste rosa shocking. Probabilmente, se qualcuno lo avesse profetizzato a Francesco Guccini, già critico quarant’anni fa verso i colleghi che si vendevano sera dopo sera ‘a suon di milioni’, si sarebbe fatto una grassa risata delle sue. Eppure è davvero così, se pensiamo a Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, tra le migliori espressioni artistiche di cantautorato nostrano. Per il suo “Egomostro tour 2015“, presentazione del suo ultimo disco, Colapesce ha deciso di presentarsi sul palco come un vincitore del Giro d’Italia, declinando in bianco solo la maglietta sotto la giacca e le scarpe, e clonandosi nelle mise dei suoi musicisti, Giorgio Maccarinelli alle percussioni, Alfredo Maddaloni al basso e ai sintetizzatori, e Mario Conte – coproduttore del disco – alle tastiere. Abbiamo avuto modo di seguire e apprezzare il concerto al Teatro Auditorium dell’Unical, a Rende (CS), in una serata organizzata in collaborazione con Archimedia Produzioni. Concerto per pochi intimi, purtroppo, perché il teatro non era certo popolato in ogni ordine di posti: della serie ‘meno siamo meglio stiamo’, certo, ma un vero peccato, se si pensa che spettacoli più modesti hanno fatto registrare il sold out, un segno che non ci aspettavamo a queste latitudini, di poco coraggio, poca apertura e poca conoscenza di un artista unico e che avrebbe meritato ben altri palcoscenici.

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L’inizio del live è un po’ incerto. ‘Entra pure, che poi è anche il brano di apertura del disco, quasi una dichiarazione di intenti su ciò che vuole essere il senso di un lavoro come ‘Egomostro‘, scivola via leggera, e così ‘Dopo il diluvio, che paga un’acustica non proprio ideale per un brano che avrebbe meritato maggiore comprensione (e per il quale si consiglia l’ascolto da disco). Sulla titletrack c’è addirittura una falsa partenza, indicativa di una certa rigidità d’insieme che grava non solo sul cantante, ma su tutta la band. Fortunatamente la ripresa è dietro l’angolo, e già con ‘Le vacanze intelligenti‘, preceduta da un brevissimo saluto al pubblico e concluso da una coda elettrica, il concerto prende la giusta piega. Su ‘Sottocoperta‘ si vola finalmente alto: la canzone accende la fantasia e il teatro sembra trasformarsi in una spiaggia. Cullati dalla luna, ci scopriamo a sussurrare parole dolcissime che accarezzano la destinataria ideale, mentre d’intorno si spande quel ‘profumo di cannella / misto a gelsomino e tela‘  che fa emozionare. Con “S’illumina” si passa a rivisitare il repertorio del primo disco, ‘Un meraviglioso declino‘, omaggiato da un meritato Premio Tenco: l’arrangiamento live fa risaltare di più le percussioni, e quella notte sinonimo di buio sembra non esserci davvero mai stata. ‘Un giorno di festa‘ riporta all’attualità del brusco risveglio, caratterizzato da ruggine e da tutte le macerie dell’era post-industriale, e colorato da un sound sporco e metallico vivacizzato da distorsioni sul finale. “Da Milano a qui è lontanissimo“: frase ironica, ovviamente, per chi è nato a poche ore d’auto da qui, ed è seguito da un “Vi sta piacendo?” che testimonia un certo imbarazzo seguito a una freddezza del pubblico che fa rimpiangere il calore di altri live (un nome a caso? Dario Brunori, in prima fila con parte della Sas). Si passa a ‘Brezny‘ e a ‘Reale‘, due chicche del nuovo disco, utili a Colapesce per riprendere quota e al pubblico per tornare a divertirsi. ‘L’altra guancia‘ è bellissima anche dal vivo, grazie alla chitarra acustica che fa apprezzare davvero la poesia e il lirismo di Lorenzo Urciullo. Su ‘Sold Out‘ altra battuta (“non la sala, il pezzo“) che non fa ridere, ma genera simpatia per chi, dall’altro lato del pubblico, si trova a vedere poche file popolate in un teatro che riecheggia quasi di vuoto. Lo spazio successivo è per la cover di ‘Mykonos‘ dei Fleet Foxes, che offre una scarica di adrenalina più che salutare.

NoteVerticali.it_Colapesce_Concerto_1Con ‘Oasi‘ si torna a “Un meraviglioso declino“, e quell’autostrada sputafuoco “che sembra un drago” non può non far pensare alla Salerno-Reggio Calabria. Sul finale oltre agli applausi si sente un “Bravo” che Colapesce coglie per una battuta (“Era mio padre“) che stavolta ottiene risate. ‘Satellite‘ mantiene alti i ritmi e i sogni verso un’estate ancora troppo lontana. “La verità è che è cambiato tutto il resto, ed un particolare può diventare un universo…”: in due frasi ‘Passami il pane‘ racconta molto più di un trattato di sociologia, ed è anche l’ultimo brano ufficiale del concerto, chiuso da una coda strumentale che cita dichiaratamente “Giocajouer” di Claudio Cecchetto. Per fortuna, però, “Salutare” non è l’ultima parola, e il bis è accolto da più di un applauso. Si riprende con ‘Copperfield‘, e le emozioni – quelle che non spariscono con i giochi di prestigio – arrivano nonostante l’acustica che si conferma pessima. “Le storie di questa casa vuota / bastano a riempire una reggia…” è l’inizio di ‘Bogotà‘, struggente e malinconica (“Io la notte ancora sto sveglio / a pensare al tempo che ho perso / e ne accumulo altro…“), che parla di sogni infranti, di illusioni mai sopite, e che forse avrebbe meritato un arrangiamento diverso, più da club. Il coro finale non è sostenuto dal pubblico per come dovrebbe, e si passa a ‘Maledetti italiani‘, senz’altro più orecchiabile, dove l’ironia (“Si alza un tipo sospetto che grida / Fermi tutti, ci sono gli sconti da Zara“) si miscela con l’invettiva per le storture del Belpaese (“La mafia è diventata pop / la musica fa vittime / bastava più prudenza / e una città dell’estero ti accoglierà con un sorriso“), e dove l’antitesi cutugnana culmina con il Toto nazionalpopolare in voce a cantare ad libitum “Sono un italiano vero“. Sembra davvero finita, ma prima c’è ancora tempo per un’altra chicca. ‘Restiamo in casa‘, traccia di apertura del primo disco, ha un commiato coreografico: dopo aver cantato “Invado il divano / l’amore è anche fatto di niente / Ma quanta luce i tuoi occhi / Sento bruciare dei fogli“, Colapesce appicca davvero fuoco a dei fogli, lasciandoli consumare al buio. Si chiude così un concerto particolare, che avrebbe meritato maggior fortuna. Alla fine gli applausi sono più che meritati, per un artista che ha già tanto da dire. Gli assenti hanno avuto torto, mai come in questo caso.

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