David Gilmour: la storia del rock incanta il Circo Massimo

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A Roma esibizione per intenditori dello storico chitarrista dei Pink Floyd. Noi c’eravamo.

NoteVerticali.it_David_Gilmour_Circo_Massimo_Roma_2016_5Io non credo che ci sia un chitarrista al mondo che abbia, contemporaneamente, padronanza dello strumento, senso della misura, capacità evocativa, tocco delle corde come David Gilmour. In più, aggiungiamo una voce veramente bella, ricca e sognante, e adatta a più contesti. I suoi concerti sono una continua dimostrazione di tutto questo. Lo è stato anche quello al Circo Massimo di Roma del 3 luglio. Scaletta in gran parte uguale a quelle di questo tour, con l’aggiunta – e ci voleva – di One of these days e di What do you want from me?, pezzo sempre gradevole.
Dei Pink Floyd sono eseguite le canzoni più famose, purtroppo non tutte le più belle. Alternate ai pezzi della sua carriera solista. E il divario si sente.
Non per tornare su antiche polemiche, ma quella visione d’insieme, e nello stesso tempo saper essere parte di un tutto, quella progettualità, quella coscienza critica, e anche autocritica, che avevano i testi dei Pink Floyd, cioè i testi di Roger Waters, non è contenuta in nessuna delle canzoni di Gilmour, cioè della moglie Polly Samson.
Parlo dei testi, che non sono penetranti, che non si fanno ricordare, che non parlano di noi.
Però, con quella chitarra, anche la canzone più banale acquista un senso. È come se, per questi pezzi, il testo sia solo un contorno alla portata più pregiata, che è l’assolo di chitarra. Ma sarebbe fare un torto a Gilmour insistere su questa evidente discrasia tra il periodo floydiano e quello suo da solista.
Perchè Gilmour nei Floyd c’è stato eccome, e divide buona parte dei successi con gli altri. Se non ci fosse stato lui, non ci sarebbe stato un certo suono, soprattutto negli album Meddle, The dark side of the moon e Wish you were here, quelli dove l’alchimia era perfetta perché perfetti erano gli equilibri nel gruppo, e Waters era sì la guida e il faro, ma non ancora il dittatore che è poi diventato con The wall e ancora di più con The final cut. E persino nel periodo più cupo, quello dei contrasti ormai divenuti insanabili, certe canzoni, parlo proprio di quelle di The final cut, non sarebbero state le stesse senza i suoi bellissimi assoli.
E infatti molto è preso da quei tre album, anche in questo concerto, con qualche mancanza che grida un po’, come Welcome to the machine e una più completa Breathe, oltre a A pillow of winds, che non capisco come sia stata del tutto dimenticata proprio da Gilmour, un pezzo che impreziosirebbe moltissimo i suoi concerti, tanto centra in pieno le sue sonorità e il suo modo di cantare.
Ma, a parte questi dettagli, si diceva del suono Pink Floyd. È quella cosa là, fatta di note lunghe e trascinate, ritmi spesso lenti, qualche accelerazione ogni tanto, una psichedelia non estrema, ma quasi tranquilla.
NoteVerticali.it_David_Gilmour_Circo_Massimo_Roma_2016_6Il concerto riflette infatti in pieno il carattere e la vita di Gilmour, a ben pensare. Un tipo tranquillo, senza i fantasmi che ossessionano Waters, ma non pacioso, anzi ben determinato. Uno che sa il fatto suo.
Per i suoi concerti possono utilizzarsi questi stessi aggettivi.
E poi un altro aggettivo, che di solito non si utilizza per le cose umane e terrene, ma che in questo caso non pare del tutto inappropriato: perfetto. Perché perfetto è il suono e il modo in cui viene riprodotto – perfetto quel modo di toccare le corde della chitarra, quelle note, giuste, scelte al momento giusto, mai una di troppo e mai una di meno. Ma proprio mai: ecco perché perfetto.
Finisco con una nota privata, che mi serve per riflettere pubblicamente sul potere della musica, e soprattutto di quella dei Pink Floyd.
Ai tempi dell’uscita di The division bell (album anche questo molto citato in questo concerto), durante uno dei miei molti viaggi in treno, ascoltavo questo disco, attraverso le cuffiette dell’antico walkman. E ricordo di essermi molto emozionato pensando al fatto che, da qualche parte del mondo, chissà perché pensavo al Giappone, qualche altra persona si stava emozionando insieme a me ascoltando quelle canzoni. E che quella persona, che mai avevo conosciuto e mai avrei probabilmente conosciuto, condivideva, nonostante questo non conoscerci, parecchio con me. Quei suoni lunghi – vogliamo parlare dell’assolo finale di High hopes? – quelle sonorità che sembrano venire da chissà che mondo ultraplanetario e psichedelico – forse quello stesso mondo dove è andata a finire la testa di Syd Barrett, senza il quale, ricordiamocelo, nulla di questo ci sarebbe stato – quella voce – si, proprio quella di Gilmour – sono stati qualcosa di unico e di irripetibile. E che ha saputo unire chi li ha vissuti e sentiti, come fossimo, ciascuno nelle nostre diversità, uniti dal saper frequentare questo stesso mondo particolare, fatto di un linguaggio altrettanto speciale, quasi iniziatico. Stesse frequenze, insomma, sconosciute e indecifrabili per chi non le ha sapute ascoltare.
Non è un caso che a questo concerto ci sono andato con un amico, Alessandro, la cui amicizia è scaturita proprio da questa comune passione, e con mio figlio Giovanni, che a neanche 8 anni già si è appropriato di questi codici e di questo mondo, e che ha la fortuna di potersi incuriosire quando, prima delle famose 4 note di Shine on you crazy diamond, gli dico “Queste sono le 4 note più importanti della storia del rock“, o emozionare ascoltando Wish you were here – e non la paccottaglia giovanottiana fedeziana jaxiana che le radio ossessivamente e con finta esaltazione ci propongono, cercando di convincerci che quella è l’unica musica possibile.
E no, non solo non è l’unica musica possibile, ma è anche la più brutta.
La vera musica è altra.
E al Circo Massimo ha raggiunto livelli di perfezione, pur senza essere fredda e senza cedere nulla al lato emozionale.
E non c’erano Roger Waters e Rick Wright, e, vabbè, pure Nick Mason. Altrimenti saremmo piombati negli anni Settanta, e, con la resa sonora che le tecniche digitali e le nuove strumentazioni ora permettono dal vivo, sarebbe stato tutto ancora più bello.

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