Destroyer: al Quirinetta concerto unplugged

Federico Mattioni, rapportando la vita e i sensi al cinema, sta tentando di costruire un impero del piacere per mezzo della fruizione e della diffusione delle immagini, delle parole, dei concetti. Adora il Cinema, la Musica e la Letteratura, a tal punto da decidere d'immergervi dentro anche l'anima, canalizzando l'energia da trasformare in fuoco, lo stesso ardere che profonde da tempo immemore nelle ammalianti entità femminili.

Con il contributo determinante di sax e tromba, session energica per la band di Dan Bejar

Destroyer è il progetto musicale creato dal compositore canadese Dan Bejar nel 1995, giunto ora, con il maturo lavoro di Poison Season (2015), al sesto LP da quando è passato alla Merge Records. Forma una composita band con Nicholas Bragg (chitarra), Chris Frey (basso) e Fisher Rose (batteria, violino, synth, piano). Al concerto al Quirinetta, per la prima delle live sessions, a suonare i diversi strumenti accreditati a Fisher Rose sono però più musicisti, che si dividono fra un batterista (presumibilmente Rose), un sassofonista, un trombettista e un pianista al sintetizzatore. Manca il violinista. L’impatto sonoro-orchestrale è comunque sufficiente a coinvolgere il pubblico. Bejar canta col suo consueto tono vocale nasale e strascicato, sorseggiando Beck’s ad ogni occasione opportuna, fra una pausa e l’altra dai fraseggi musicali e dalle canzoni stesse.

Il percorso di Destroyer si snocciola da origini soft-rock fino ad un jazz-rock che richiama il rock americano degli anni ’70, in particolare quello di Young Americans di David Bowie, Born to Run di Bruce Springsteen o This Year’s Model di Elvis Costello, per citare quelli che risaltano subito alla mente. Brani soft si alternano, col piacere dell’ascolto e della visione del nutrito palco, ad altri letteralmente esplosivi, dove le strumentazioni fanno vibrare di salutare energia l’ambiente circostante. Uno dei pezzi forti del live è sicuramente Dream Lover, più concentrato rispetto ad altri e della stessa lunghezza dell’originale; di energia simile è anche Midnight Meet the Rain, spina dorsale del marchio d fabbrica; vale lo stesso per l’incedente crescendo di Forces From Above, col sassofono che decide di prendersi lo scettro del palco con imponente convinzione. Particolarmente riusciti e belli sono i passaggi di sax e tromba, fraseggi risoluti che il cantato di Bejar non mira a rincorrere, dando al contrario l’impressione di volersi distanziare da qualsivoglia determinazione di fraseggio. Il duettare non rientra nello spirito delle sue canzoni, intrise di malinconico ricordo, privo però di barbosa melanconia. Gli strumenti e la voce sembrano seguire ciascuno un loro intimo percorso ma la forza di ciascuno dei componenti contribuisce fortemente a costruire ed abbellire, con eleganza e un pizzico di protervia, atmosfere lontane eppure familiari.

La scaletta alterna i brani di punta di Poison Season con qualcosa di Kaputt, due dischi che elevano il lavoro di Destroyer a qualcosa di più personale rispetto ai precedenti. Se Kaputt è più disteso, lineare e pop, Poison Season è energia vibrazionale unita a melodie fluttuanti nel soffice vento della notte. Da Kaputt è da segnalare la lunga Bay of Pigs, dieci minuti di succo-destroyer che nasce da sintetizzatori che ricorsano vagamente qualcosa dei The Who, per arrivare poi al cuore delle composizioni centrali della band. L’arrivederci giunge frettolosamente, con una sola canzone a seguito del  consueto richiamo del pubblico dopo l’usuale impressione di saluti. New York, Canada, terre lontane. Destroyer e Times Square. Il centro del suo mondo, che ci testimonia sul palco con quel misto di cura e trasandatezza, per un live di 1 ora scarsa.