Drammi e frivolezze tra bignè e Cechov

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“Bignè. L’amore è Cechov” è uno degli spettacoli visti sul palco del Fringe in questa trascorsa settimana di festival. La regia di Daniele Menghini firma una commedia grottesca, che nasce dalla rielaborazione in chiave moderna de “L’orso” di Cechov.
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Protagonista è una vedova, Elena Ivanovna Popova, che si rinchiude in casa dopo la scomparsa di suo marito. Avendo giurato di restargli fedele fino alla morte, la donna si rifiuta di uscire nonostante le insistenti sollecitazioni del suo servitore Luka. Tra salite e discese in corsa sulla sua cyclette e bocconi di bignè, la donna occupa le giornate. La sua routine viene sconvolta dall’arrivo di un uomo a cui suo marito doveva dei soldi. Questi cerca in tutti i modi di convincere la vedova a saldare il debito, ma Elena si dimostra decisa nella scelta di non pagare. Con autorità, la donna accetta una sfida a duello, facendo breccia nel cuore dell’uomo, che le dichiara a cuore aperto il suo amore.
Sorridenti e sgambettanti, i tre personaggi si aggirano sul palco alternando momenti di insensata euforia ad altri intrisi di inguaribile tragicità. Ogni emozione, stato d’animo e battuta si manifestano in una superficialità senza via d’uscita. I personaggi, eternamente segnati da maschere clownesche delle quali è impossibile liberarsi, sono rinchiusi ogni uno in una gabbia simbolica di cui il palco si fa raffigurazione esplicita dal momento che anche quando non è prevista la loro presenza in scena, questi restano impalati sullo sfondo, di spalle e immobili, in pose plastiche come silhouette stilizzate senz’anima. La loro misera esistenza si specchia di volta in volta nelle note di canzoni che ne evidenziano l’aspetto vano, come in “Sono come tu mi vuoi “ di Mina. Ed ecco allora che tutto diventa una parodizzazione della vita nel suo aspetto di conformismo a un ruolo o a una realtà sociale che sia. Non a caso, troneggia sullo sfondo della scena il ritratto severo di Putin che, come un Grande Fratello, controlla che tutti facciano il loro gioco. Non c’è dunque tanta differenza tra i protagonisti di questa grottesca vicenda e quelle due pile di bignè vuoti, senza crema, che incorniciano il palco, tanto appetibili quanto finti. Gli interpreti, Giodo Agrusta, Cristina Daniele, Ludovico Röhl e lo stesso regista Daniele Menghini, che fa la parte del marito nella scena iniziale, riescono nel migliore dei modi a rendere con grande forza espressiva il dramma che si cela in un mondo in cui non esistono sfumature ma tutto è solo o nero o bianco, eppure sempre circondato da uno sgargiante quanto frivolo color fucsia.

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