Franco Battiato alle Terme di Caracalla: segnali di vita e quella sensazione di leggerezza

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“Pensieri leggeri si uniscono alle luci e ai colori, al silenzio lontano delle nuvole”.
Così cantava Franco Battiato, ieri, alle Terme di Caracalla di Roma, in una delle 5 date del suo piccolo tour estivo.
E in effetti questo verso, tratto da una delle sue più belle, e meno conosciute canzoni, riassume bene quel senso di leggerezza che il concerto trasmette. E dire che Battiato passa per uno pesante. Non certo tra gli addetti ai lavori, e tra chi ascolta la vera bella musica.
Chi vi scrive lo segue dal lontano 1982, da quando ha costretto la propria madre a comprare, in un autogrill dell’Autostrada del Sole, la musicassetta de La voce del padrone. “Ottimo acquisto, complimenti a suo figlio”, aveva detto la cassiera a mia madre. E ci aveva visto giusto. Il primo di una lunghissima serie. L’ho seguito in tutte le sue direzioni: dischi, concerti, film (con qualche perplessità), opere liriche; solo la mostra dei suoi quadri mi è mancata.
Eppure negli ultimi tempi ho sempre avuto ritrosia a recensire suoi concerti, perché li trovavo, come dire, inutili, ripetitivi, e rivelatori di una sua poca voglia di cantare in pubblico, concerti fatti tanto per fare, imprecisi, a volte persino sciatti, soprattutto se paragonati a quelli degli anni 80, 90 e 2000. Ci andavo, ma non mi trasmettevano granché.
E pensavo che anche stavolta sarebbe stata più o meno la stessa cosa, tanto che uscendo ho dimenticato di portarmi un pacchetto di fazzoletti. E ho sbagliato.
Perché ieri è stato diverso.
Sarà stata la Royal Philarmonic Orchestra, che ha dato più suono ai brani (Stranizza d’amuri ha ripreso ancora più vita fatta così) e, quindi, il ritorno a una dimensione più classica, meno rock, che ormai, vuoi per l’età, vuoi per consunzione del linguaggio rock, non gli appartiene più, Battiato ieri ha dato il meglio di quello che ora può dare.
E che mette in un piano secondario, e archiviabile con un sorriso, gli errori che ha commesso, sempre quelli, derivanti da ritardi nelle entrate delle battute, che poi lo costringevano a mangiarsi parti del testo, a confondere le strofe, a recuperi che toglievano musicalità al canto.
A questo ci siamo ormai abituati. Non sappiamo da che dipende, forse da un ritardo nella lettura del gobbo dove sono scritti i testi, o forse da semplici distrazioni. Ma, insomma, è così, è un peccato che sia accaduto durante certi brani, come Tiepido Aprile, o come in Io chi sono e I giardini della preesistenza, che neanche sono stati cantati – erano fuori scaletta, le ha volute fare comunque, ma poi non le ha cantate: o è stata una scelta quella di lasciare spazio solo alla musica? Ma pazienza.
Il concerto è comunque valso molto.
Bellissimo l’inizio, con i primi brani – Perduto amor, Come away death, Niente è come sembra – accompagnati da alcune scene dei suoi film, che forse, immerse in questo contesto, acquisiscono più profondità e maggiore significato: anche perché Battiato è un musicista, quella di regista cinematografico è stata una attività collaterale, che lui ha svolto con entusiasmo e convinzione, sempre però con lo sguardo del musicista.
La scaletta recupera brani non eseguiti da tempo – Come un cammello in una grondaia, il già citato Tiepido Aprile, Il re del mondo – quelli che maggiormente si prestano ad una esecuzione sinfonica. Strana l’assenza de L’ombra della luce, che ci sarebbe stata benissimo.
Come benissimo si è inserita Segnali di vita, che, pensavo proprio mentre l’ascoltavo, forse forse, in quel capolavoro miscellaneo che è stato La voce del padrone (pop? Rock? Classica? Tutto questo!), è il brano veramente più bello, anche se è quello che meno ha avuto risonanza, schiacciato com’era da giganti come Cuccuruccuccù, Centro di gravità permanente, Bandiera bianca – nessuna delle tre ieri eseguite, e la loro assenza non si è sentita molto, sia perché ormai abusate, durante i concerti, sia perché rimpiazzate comunque da altri brani meno conosciuti ma ugualmente belli, se non di più.
Insomma, la scaletta ha funzionato molto bene, non ci sono stati momenti morti, Battiato ormai sembra più a suo agio a cantare le canzoni di altri – Te lo leggo negli occhi, La canzone dei vecchi amanti: qui nessuna sbavatura, e interpretazioni veramente eccelse – un segno di rispetto verso i loro autori. La voce è tornata quella di prima, le tonalità alte vengono ora affrontate con sicurezza. E la disponibilità è sempre alta, lo dimostrano i due bis finali dopo i bis, in cui ha ricantato L’era del cinghiale bianco e La cura.
Ma, tecnicismi a parte, un discorso complessivo va fatto su quello che rimane.
Dicevo, la sensazione di leggerezza.
L’intera opera di Battiato, anche alcuni brani dei primi dischi sperimentali, è tutta improntata a questa sensazione. Le sue opere liriche – sarebbe da rivalutare Genesi, come anche la più matura Gilgamesh, chissà se un giorno qualcuno le vorrà rimettere in scena. Come pure le sue canzoni, da quelle più pop a quelle mistiche. Sia le tematiche dei testi, non superficiali, che gli intrecci musicali, solo apparentemente facili, mai pesanti.
Insomma, un volo leggero.

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Ma molto in alto, come le aquile che, come lui stesso ci ricorda, non volano a stormi -ah, poterla risentire dal vivo, pure quella canzone.
Certo, ci vogliono certi codici d’ingresso per entrare nella sua musica.
Capire Battiato” ci ammoniva Morgan, nella canzone dei Bluvertigo “L’assenzio”, in quell’infinito elenco di cose che fanno bene e male.
Di certo, il capire Battiato va inserita tra le cose che fanno bene, perché bisogna sforzarsi un po’.
I livelli possono essere vari, fermarsi a quello più superficiale, oppure andare più a fondo, e quindi intraprendere un viaggio tra simboli esoterici, misteri da svelare, spiritualità, meditazione.
Certe volte anche una stessa canzone, è il caso per esempio de La cura, ha in sé più livelli: in tanti vi leggono una canzone d’amore, e sicuramente lo è, ma chi conosce Battiato sa che quella è una canzone che può rientrare nei suoi brani mistici, perché può avere un livello di lettura più profondo, spirituale, religioso, in quanto destinatario e mittente possono non essere una coppia amorosa, atteggiandosi a dialogo tra umano e divino, la continuazione di E ti vengo a cercare.
Nello specifico de La cura, poi, c’è persino un altro livello di lettura, più ironico e surreale, di lettura – ricordiamoci che il testo è pur sempre anche di Manlio Sgalambro – come canzone su un maniaco che voleva preservare da ogni cosa la vita della propria amata, in una specie di gara a chi aveva più manie e contorsioni (“ti salverò dalle ossessioni delle tue manie”).
Quello che, effettivamente, è molto peculiare, anzi unico, in Battiato, è proprio questo utilizzo delle parole fuori dal loro usuale contesto.
Solo lui poteva cantare di vecchie bretoni con cappelli di lino e di corti dei Ming, immergendo queste figure nel contesto di una canzone pop e dalla contabilità immediata. O, appunto, di ossessioni, manie, ipocondrie, sbalzi d’umore, nel contesto di una canzone d’amore. O di “stivale dei maiali che affonda nel fango”, e altre stilettate come quelle dedicate alle “iene degli stadi e quelle sui giornali” nel contesto di una canzone dal lirismo musicale molto alto. Solitamente, le invettive hanno tutt’altra musicalità: Povera patria, invece, è musicalmente un pezzo classico, quasi un lied ottocentesco.
Nessuno come lui è riuscito a rendere leggera la malinconia. Battiato, insomma, non mette mai tristezza, anche se alcune sue canzoni sembrerebbero averne il tono e la dinamica, perché riesce a non trasfigurare la malinconia in tristezza. Non cade in facili equazioni, spiazza, tenendo però tutto assieme.
Su Battiato, anzi, sul “capire Battiato”, si potrebbe scrivere una mini enciclopedia, e non è detto che prima o poi lo farò.
Di sicuro, per quanta e variegata è stata la sua produzione, per come si è trasmessa, per gli insegnamenti che ha dato, penso di poter affermare che, tra gli artisti italiani del Novecento e del Duemila, lui sia stato il migliore. E, come le sue opere, è riuscito a sfuggire a troppo precise e anguste catalogazioni. Cantautore, ma non solo. Musicista, ma non solo. Orecchiabile, ma non solo. Complesso, ma non solo. Classico, ma non solo. Sperimentatore, ma non solo.
E’ veramente un pozzo di scoperte, multiforme, variegato, con tante sfaccettature, eppure con una linea costante e coerente, dove poi tutto si unisce e si riunisce in poche note di meravigliosa semplicità.
Un po’ come certi pezzi di musica ferma, come il Kyrie della sua Messa Arcaica, o il finale di Stati di gioia. Una sorta di ingresso in altri mondi. Come quello che Battiato ha cercato, riuscendoci, di fare, mettersi in contatto con Mondi lontanissimi (titolo di un suo album del 1985). Eppure vicinissimi, perché dentro di noi, dove “è sicuro, ci sono i nemici”, c’è anche anche tutto quello che può combatterli e sconfiggerli perché “le nuvole non possono annientare il sole”.

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