Gli uomini visti da un piccione: lo sguardo allegorico e surreale sulla società di oggi

NoteVerticali.it_Pigeon Andersson

NoteVerticali.it_Pigeon AnderssonIl regista svedese Roy Andersson non è nuovo a prove registiche che sfidano il surreale. Lui stesso ha più volte dichiarato che a un certo punto avrebbe smesso di fare il regista se, dopo il realismo dei primi lungometraggi, non avesse deciso di cambiare registro. Dopo “Songs from the Second Floor” del 2000 e “You, The Living” del 2007, questo “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” (titolo originale “En Duva Satt På En Gren Och Funderade På Tillvaron“) presentato con successo (vincitore del Leone d’Oro…) alla 71ma Mostra di Venezia rappresenta quindi la parte conclusiva di una trilogia dove la realtà è distorta, o meglio è vista con occhi che superano il livello “oggettivo” per applicare come parametro di osservazione un “terzo occhio”, un plus che consente alla mente di essere guidata dall’immaginazione e dalla fantasia. In questo nuovo film, così, ci addentriamo in un percorso fatto di quadri visivi, apparentemente senza senso ma in realtà uniti da un filo narrativo che li comprende tutti. L’ambientazione è occidentale, come occidentale è la società che viene messa alla berlina perché sopraffatta dalla vanità. Il ramo del piccione è un pretesto per incontri e situazioni inaspettate, nelle quali i due protagonisti (un venditore e un ritardato mentale, interpretati magistralmente da Holger Andersson e Nisse Vestblom) si imbattono senza però esserne mai sopraffatti. L’esistenza umana è così esplorata nella sua grandiosità e meschinità insieme, che profumano di bellezza e tragedia, di gioia e tristezza. Il piccione non riesce a capire gli uomini: dal suo punto di vista, dalla sua prospettiva sospesa nell’aria, gli sembrano creature dominate dalla follia e dall’egocentrismo, dalla paura e dalla stupidità, come piloti di un convoglio impazzito che guida il mondo alla deriva.

L’influenza è bunueliana anzitutto, quel fascino discreto della borghesia che ha perso ormai ogni ritegno e ogni preoccupazione, per affondare, consapevole di farlo, in un mare di consuetudini e di piattume. Il viaggio è anche metafora pasoliniana, e qua e là si avvertono echi di “Uccellacci e uccellini”, anche se la metafora politica non è pregnante come nell’opera del maestro di origine friulana. C’è pure un’influenza letteraria, come dichiarato dallo stesso regista: quella di tre romanzi classici: Don Chisciotte di Cervantes, Uomini e topi di John Steinbeck e Delitto e castigo di Dostoevskij, che ricamano un destino perverso e tragico per un’esistenza che, pur descritta con toni da commedia grottesca, non sembra darsi pace.

In sostanza, il film, pur nella sua precarietà, e nei suoi eccessivi silenzi (che ne dilatano in modo forse eccessivo la lunghezza) è originale e unico. Le scene sembrano quadri semistatici che prendono vita grazie alle azioni dei personaggi, o a causa loro.  E Andersson, forse, vuole dimostrarci che il mondo sarebbe migliore se fosse solo un quadro.

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