Hungry hearts, notevole thriller psicologico a sfondo familiare

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NoteVerticali_HungryHearts_Mina e Jude, lei italiana, lui americano, si incontrano quasi per caso, e, allo stesso modo, si innamorano e si sposano. La felicità fa parte del loro presente, e coinvolge amici e conoscenti. Nel naturale evolversi del percorso di coppia, Mina resta incinta. da questo momento in poi, Jude vede in lei un cambiamento. Sua moglie muta infatti modo di pensare, e modo di agire, convincendosi di una missione: quella di proteggere suo figlio contro tutto e tutti. E’ la sinossi di “Hungry hearts“, nuovo e originalissimo lungometraggio di Saverio Costanzo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, adattamento del romanzo di Marco Franzoso “Il bambino indaco“, edito da Einaudi. Il film, distribuito da 01 Distribution, vede nel cast Alba Rohrwacher, nei panni di Mina, e Adam Driver, in quelli di Jude. I due attori si muovono su un plot narrativo scarno e allo stesso tempo inquietante. Una scelta voluta, che punta a mettere in evidenza le tematiche narrate e gli scontri verbali e psicologici tra i protagonisti, lei ossessionata da demoni che abitano nella sua mente, e lui incredulo di fronte a questo cambiamento. Non è – come detto da molti – banalmente un film sulle diverse abitudini alimentari all’interno di una giovane coppia. E’, piuttosto, un film sull’incapacità di andare al di là dei propri egoismi, in un contesto quale quello familiare.

La Rochwacher, bravissima come sempre, ancora una volta, come già per “Le meraviglie“, è mamma attenta e premurosa. Qui però il suo personaggio rovescia del tutto i canoni del buonsenso, per intraprendere una strada tortuosa e isolata che la porterà all’alienazione psicologica sotto lo sguardo incredulo e impotente del marito, che prima la asseconda, poi, rendendosi conto del precario stato di salute del figlio, la combatte. A Costanzo va dato il merito di aver saputo vestire di thriller psicologico un film che avrebbe potuto essere scialbo e inadatto, o meglio ancora pessimista e sterile. Invece, grazie anche a una sapiente fotografia, la storia, che in fondo è una storia di solitudine come quelle a cui Costanzo ci ha già abituato (citiamo Private, il suo esordio acclamatissimo nel 1006, e poi In memoria di me La solitudine dei numeri primi). Un film che molto probabilmente non farà sfracelli al botteghino, ma che non si farà dimenticare presto.

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