Il cielo in una stanza: amara commedia di vita nel solco della tradizione eduardiana

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

La precarietà di un presente ormai disgregato ha l’aspetto di uno stabile fatiscente, abitato da fantasmi: un tempo sono stati uomini e donne, oggi sono ombre che disegnano la propria orma trasparente sul marciapiede di un mondo che li ha già dimenticati. Stanze che non hanno più pareti – come recita il poeta genovese che faceva innamorare negli anni ’60 – e disegnano cieli limpidi ma solo nella memoria di ciò che è stato e non tornerà più. La felicità negli occhi di una coppia di sposi che, ribaltando un tragico scherzo del destino, realizza il sogno della propria vita, acquistando una nuova casa che consolida il proprio status sociale, si trasforma con il tempo in rimpianto sterile, a volte rabbioso, a volte intriso di follia. Il tempo. Già, quel tempo che consuma sogni e speranze, e divora tutto in modo inesorabile, consegnando al presente frammenti di rivendicazioni inutili.

Il cielo in una stanza”, spettacolo della compagnia napoletana Punta Corsara (una produzione Fondazione Teatro di Napoli, 369gradi) che abbiamo visto al Teatro Morelli di Cosenza nell’ambito del Progetto More di Scena Verticale, è tutto questo, e molto di più. Rivisitazione “allucinata” della classica commedia eduardiana, deve alla grande tradizione del teatro napoletano quell’inimitabile mix di ironia e disincanto con il quale si affronta la realtà, anche la più assurda. Un gruppo di persone vive da decenni in uno stesso palazzo, nonostante i crolli che lo hanno interessato minandone la stabilità strutturale. E vivere in stanze in cui entra il cielo perché letteralmente ‘non ci sono più pareti’ significa avere tatuata sulla propria pelle l’assurdità di una condizione esistenziale fuori dal mondo, nella quale si difende con i denti la propria condizione di disagio come se fosse l’unica àncora di salvezza a cui aggrapparsi. La drammaturgia di Armando Pirozzi e Emanuele Valenti – che firma anche la regia – che vede sul palco Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Lucia Spadaro, Gianni Vastarella, Peppe Papa e lo stesso Valenti, con estrema efficacia trasferisce allo spettatore quel disagio esistenziale, amplificato dal tempo che non ha scadenza e che mostra i propri segni di squallore e decadenza. Una comunità di esistenze nella quale prende vita e si alimenta il seme lucido della follia, che, seppur velato da ironia e umorismo, marchia con la tragedia l’epilogo della storia.

Un’amara commedia di vita che, grazie al teatro, fa luce su prototipi di realtà allo sbando come ce ne sono tante nel nostro presente. Non occorrono molti sforzi per ritrovarle nel proprio contesto urbano, uscendo dal Teatro Morelli, in una fredda domenica sera di gennaio. Il presepe diroccato della parte vecchia di Cosenza, tristemente dimenticato dagli schiamazzi di una città irriconoscente, sa essere, mai come in questo caso, il testimone più attendibile e più inascoltato.

IL CIELO IN UNA STANZA (65’) 
di Armando Pirozzi e Emanuele Valenti
regia Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella, Peppe Papa voce off.
scene Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
disegno e datore luci Giuseppe Di Lorenzo
organizzazione e collaborazione artistica Marina Dammacco
coordinamento organizzativo Alessandra Attena
distribuzione Patrizia Natale e 369gradi
organizzazione generale Roberta Russo
una produzione Fondazione Teatro di Napoli, 369gradi