Il giovane favoloso: Martone racconta Leopardi con emozione e trasporto

il giovane favoloso

NoteVerticali.it_Il giovane favoloso_manifestoTre bambini giocano felici a Recanati, nel bellissimo giardino di un enorme palazzo. Sono Paolina, Carlo e Giacomo Leopardi, e la scena apre “Il giovane favoloso”, film – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia – che Mario Martone ha dedicato all’esplorazione della vita del poeta, forse quello che più di tutti, insieme a Dante Alighieri, ha portato la propria produzione letteraria alla massima espressione artistica. Elio Germano incarna alla perfezione il prodigio letterario dell’artista marchigiano, e lo esalta con la propria fisicità e il proprio sguardo, che ci regala perle di cinema e poesia disseminate lungo una pellicola che ha una sua durata corposa, quasi due ore, ma che non indugia su visioni manichee o di maniera. Piuttosto, grazie a un rigore stilistico a cui Martone certamente non è nuovo, fa spiccare il volo a una personalità forte e determinata, quale quella del poeta, presentando la sua vita partendo dalla giovinezza, e sottolineando l’aperto contrasto di Leopardi con l’ambiente recanatese, e con l’educazione troppo rigida dei genitori (Monaldo e Adelaide, nel film Massimo Popolizio e Raffaella Giordano), che avrebbero voluto per lui una carriera sacerdotale. Leopardi ci viene presentato come un ragazzo prodigio, capace di tradurre al volo dal greco, dal latino e dall’ebraico, e legatissimo ai fratelli Paolina (Isabella Ragonese) e Carlo (Carlo Natoli). Un giovane confinato negli spazi angusti della biblioteca di famiglia, una miniera di eccellente potenza che gli consente di sapere e soprattutto di capire (‘La ragione umana trova il suo vero nel dubbio‘, dice alla sorella Paolina) e lo porta a voler uscire verso il mondo, un nuovo mondo, che intorno a lui sta muovendo i passi della modernità, sia dal punto di vista politico che sociale. NoteVerticali.it_Elio Germano_Il giovane favoloso_Giacomo LeopardiIl film mostra la sua ansia di evadere dall’ambiente recanatese, una prigione dorata in cui il conte Giacomo si trovava confinato e soffocato, ma dove riesce a produrre perle di mirabile grandezza poetica, tra cui L’infinito, ben descritta nel film grazie a una scena davvero commovente. Il carteggio con Pietro Giordani (Valerio Binasco), al quale confida la propria condizione a Recanati (‘Tutto il resto è noia‘, gli scrive tra l’altro) è la chiave che lo porta lontano da quel contesto, e la seconda parte del film mostra appunto Leopardi in giro per l’Italia, tra Firenze, Roma e Napoli, ricco di relazioni sociali e dell’amicizia con l’esule Antonio Ranieri (Michele Riondino, nel film), ma poverissimo nei sentimenti ricambiati (tra le relazioni non corrisposte, quella per Fanny Tozzetti, ben descritta nel film), con un derivante disagio esistenziale che lo porta a un’infelicità perenne. Il conforto di Paolina Ranieri a Napoli non serve a Leopardi a trasformare la propria indole, che indugia su emozioni di tristezza e di disperazione quasi continue, acuite dal peggiorare delle sue condizioni fisiche e di salute, che lo portano alla morte, a soli 39 anni.
La pellicola di Martone esplora con dovizia di particolari l’esistenza di Leopardi, dedicata allo ‘studio matto e disperatissimo’ e attraversata da infelicità perenne. Un pessimismo, però, che sarebbe limitato chiamare tale, in quanto fuoco sacro di quella passione che alimentava l’animo del poeta, e che lo fece andare ben al di là della propria condizione fisica, nonostante la stessa gli creasse non poche limitazioni nei rapporti sociali, specie in quelli affettivi. Il film, la cui sceneggiatura, realizzata da Martone con Ippolita Di Mayo, attinge appieno alla vasta produzione letteraria leopardiana, dalle Operette Morali allo Zibaldone, oltrechè al suo ricchissimo epistolario, è fondamentale per il tentativo di approfondire, attraverso un’esistenza che fu tutt’uno con le opere letterarie, una figura così complessa e ricca non solo dal punto di vista letterario, ma anche da quello filosofico: utilissimi in questo senso i rimandi alla visione materialistica, che culminano nei dialoghi con la Natura, che prende le sembianze dell’algida madre del poeta, e che culmina nella scena finale del film, con la recitazione de La ginestra, che Leopardi compone dopo aver assistito a una violenta eruzione del Vesuvio.

il giovane favolosoDa segnalare la colonna sonora, in cui il regista si affida a brani di oggi, curati da Sascha Ring, in arte Apparat, insieme a frammenti classici, con una contaminazione di generi ed epoche che a prima vista sembra spiazzare, ma che in realtà giova, e non poco, alla modernità della pellicola, quasi a ribadire l’universalità del genio artistico di Leopardi, che attraversa i secoli. Martone intende offrirci una visione diversa anche sul carattere del “giovane favoloso”: Germano infatti interpreta sì un uomo che, incarnando appieno la sua genialità letteraria tutt’altro che consolatoria, viveva di passioni tormentate (su tutte, quella per Fanny Targioni Tozzetti) ma che, strano a dirsi, era anche ironico, goloso (proverbiale la sua passione per i gelati, che mal si accompagnava alla sua cattiva alimentazione), e capace anche di sorridere sulla vita e sulle sue variabili bizzarre dai risvolti imprevedibili, ironizzando persino sulla sua condizione fisica (‘Il mio organismo è talmente debole da non poter sviluppare una malattia forte da uccidermi, quindi vivo…‘).

NoteVerticali.it_Il giovane favoloso_4Interessante e senz’altro da apprezzare lo sforzo del regista napoletano di far luce su un personaggio dalla intensità e dalla forza così travolgenti: un’operazione che si può legare a quella fatta con ‘Noi credevamo‘ del 2010, il film storico ispirato all’Unità d’Italia ispirato al libro di Anna Banti, con Luigi Lo Cascio, Anna Bonaiuto, Toni Servillo e Luca Zingaretti, ma anche, risalendo più a ritroso nel tempo, a ‘Morte di un matematico napoletano’, del 1992, con Carlo Cecchi che impersonava Renato Caccioppoli nei suoi ultimi giorni di vita.

Il film, prodotto da Carlo Degli Esposti, è una produzione Palomar e Fondazione Marche insieme a un pool di imprenditori marchigiani, con la collaborazione di Rai Cinema. Renato Berta firma la fotografia, Giancarlo Muselli la scenografia, Ursula Patzak i costumi.