La ‘certificata qualità’ di Dente, strepitoso live all’Unical

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Bohemienne, dandy, romantico, ironico e curiosamente malinconico. Signori, questo è Dente, al secolo Giuseppe Peveri, esponente di punta della cosiddetta nuova leva musicale italiana, quella che non transita per i festival o i talent televisivi, ma che entra nei gusti attraverso il passaparola della Rete, e la linfa, fondamentale dei live. L’artista di Fidenza, attento a non rinnegare il passato e la tradizione musicale dei nostri cantautori nella loro declinazione meno impegnata, ha fatto tappa al Teatro Auditorium dell’Unical, a Rende, con il suo Grand Band Epilogo Tour, episodio della rassegna ‘L’Italia delle Arti’ che chiude in bellezza un anno per lui fortunatissimo e intenso, iniziato con la pubblicazione di “Almanacco del giorno prima”, il disco che lo ha fatto approdare alle placide acque della Sony Music.

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Non ci sembra però che l’incontro con la mayor abbia cambiato il suo stile, che è ancora fatto di testi in cui l’ironia gioca con la malinconia, ricchi di giochi di parole e melodie semplici ma orecchiabilissime, capaci di essere memorizzati al primissimo ascolto. Una cornice che avrebbe fatto invidia anche al divo più blasonato, quella rendese: teatro pieno, età media 25 anni. Uno scenario che ha finito per intimidire (fintamente, immaginiamo) Dente, che, presentatosi in giacca e ciuffo in braccio alla sua fedele chitarra, ha ribadito più volte di aver pensato i suoi live per cornici più raccolte, da club per intenderci, piuttosto che un auditorium vociante ma che si è rivelato attentissimo e fedele.

Primo pezzo in scaletta, un suo classico, “La presunta santità di Irene”, con stile e atmosfera che sono dichiaratamente quelli di “Abbracciala abbracciali abbracciati” di ‘zio’ Lucio Battisti, antitormentone di appena quarant’anni fa. Già da ‘Questa donna non è una donna…’ si capisce che il concerto sarà un successo.  La conferma si ha da “Pensiero associativo”, il cui refrain viene cantato da tutto il teatro. Dente è bravissimo a coinvolgere il pubblico con i suoi dialoghi al limite del nonsense, con la erre moscia che accentua ancor di più il suo personaggio perennemente pigro e stanco, che si trova casualmente tra le mani una chitarra e la suona, tanto per far passare il tempo. Un’intesa perfetta anche con la band, che mostra di essere completamente a proprio agio nel seguire arrangiamenti ormai consolidati. Con Dente sul palco ci sono Andrea Cipelli (il Signor Solo) alle tastiere, Nicola Faimali al basso, Gianluca Gambini alla batteria, Effe Punto (chitarra elettrica, glockenspiel, tastiere varie e altre amenità), e poi la vera novità musicale di questo tour, ovvero la sezione fiati composta da Roberto Dazzan (tromba), Roberto Romano (sax tenore/flauto/clarinetto) e Alessandro Brunetta (sax alto/clarinetto/armonica).

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Chiuso dall’interno”, terzo singolo tratto dall’ultimo disco, è anche il terzo brano in scaletta, seguito da un applauditissimo “L’amore non è un’opinione”, un suo classico che gioca sapientemente a mettere insieme la matematica col sentimento (“tutto sommato fa due io e te”….), che in versione live è impreziosita dal flauto e dalle lucine intermittenti in vista del ritornello (“ti ti ti ti ti ti…”). Tocca poi a Dente confessare di essere sopravvissuto a un’ attentato culinario’, come lo chiama lui, essendo riuscito a resistere (‘…mi sono fatto legare come Ulisse…’ scherza) davanti a una tavola imbandita di ogni ben di Dio. L’inevitabile applauso alla sua forza di volontà (siamo certi che il pubblico avrebbe applaudito anche se lo avesse chiesto per altro!) precede “A me piace lei”, altra hit della prima ora, una dichiarazione d’amore a tutto tondo – stilnovistica, azzarderemmo – per una lei verso cui il nostro è pronto a soddisfare ogni desiderio (“…se le piace cucinare mi farò cucinasarò l’uva se le piace il vino…”). Altro intervallo nonsense ricavato dalla accordatura della chitarra, con le corde battezzate in modo assolutamente originale (su tutte, il ‘Sol crescente’, corda comprata in Giappone…!), e poi tocca a “Giudizio universatile”, altro pezzo ‘clubbing’, come lo definisce lui, con un ritornello impossibile da non ricantare (‘…giudica tu se il cielo sta venendo giù…’) e i cui arrangiamenti disco ricreano l’atmosfera da ‘febbre del sabato sera’ (Dente richiama scherzando il pubblico al grido di ‘tutti seduti!’). Un goccio di vino (‘…per schiarire la gola…’) dall’immancabile bottiglia sulla tastiera (anche questo, un classico del suo mondo), e poi ecco ripescata dal cilindro “Scanto di Sirene”, del 2007, canzone che contiene il nome del suo primo disco (“Non c’è due senza te”) e che nasconde ancora una volta quel nome (togliendo le S ecco ‘Canto di Irene’…) che ritorna inesorabilmente nella produzione dentiana. Il pubblico è in estasi, e il luccichìo dei telefonini, novelli accendini, la fa da padrone. Sarà un caso, ma il brano successivo è “Stella”, pescata anch’essa dal disco del 2007: un brano ancora malinconico e dolcissimo, che mostra la capacità innata di Dente di riuscire a confezionare con poco dei pezzi davvero pregevoli. Stesso discorso vale per “Sole”, l’altro brano in scaletta, del 2009, che lascia poi il posto a una “Canzone pop” – riletta a mo’ di stornello, con i fiati che ‘spagnoleggiano’ – che racconta con ironia beffarda il più classico dei tradimenti (“Com’era bella la moglie del tuo amante, sei stata ingenua, col telefono stacci più attenta…”).

NoteVerticali.it_Dente_Unical_1Torna l’ultimo disco con “Remedios Maria”, dove vediamo Alice, Penelope, Giulietta, Ofelia e Maria Maddalena alle prese con un improbabile quotidiano: la tastiera del Signor Solo, versione spinetta del Settecento, guida l’arrangiamento. Tocca poi a “Invece tu”, primo singolo estratto dall’Almanacco, le cui atmosfere anni ’60 condiscono con nostalgia la storia, un po’ crudele, della fine di un amore. Respiri simili, musicalmente parlando, per “Al Manak”, che è invece una riflessione sullo scorrere del tempo (“Adesso che ho l’età che aveva mio papa esattamente quando sono nato, mi chiedo come fa, come ci si sentirà a vivere negli occhi di un neonato…”), e per “Un fiore sulla luna”, dove l’autoironia è sempre in agguato (“Sono una delusione ma te ne accorgi dopo…”).

Spazio ancora ai giochi di parole con “La settimana enigmatica”, del 2011, il cui refrain è un’ennesima celebrazione del nome Irene (“I re ne voglio no di più semplici”, canta infatti nel ritornello nonsense), mentre la cattiveria abbonda in “Buon appetito”, dedicata senza troppo ritegno a un’odiosa ex. “Saldati” è uno dei brani che aspettavo, e lo confesso, mi sono lasciato andare a un ritornello liberatorio per un brano bellissimo, dove la poesia dentiana racconta un dialogo con se stesso in una notte d’amore. Commiato ufficiale con “La cena di addio”, e inevitabile bis che ci regala la stupenda “Baby building”, la semisconosciuta “Beato me”, ripescata dalla vecchia compilation “Il paese è reale”, e, ovviamente, “Vieni a vivere”, delicata, giocosa e romantica. Siamo ai saluti. Dente si inchina e ringrazia, mentre in piedi ad applaudire è tutto il pubblico, che annovera tra gli altri anche l’amico e collega Dario Brunori, simpaticamente citato da Peveri come “sindaco di San Fili”.