La parola canta: Peppe e Toni Servillo e la lingua di Napoli

Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Schegge e cocci di esistenze. Sono quelli che racconta il dialetto, la ‘lingua smarrita’ che, per usare i versi di Michele Sovente, poeta di Monte di Procida, cuce e racconta ciò che è rimasto oscuro e dimenticato. Un tesoro nascosto, che rivela alla luce dell’emozione la propria unicità preziosa, e che testimonia la dignità di un popolo che vive con l’arte della parola, ricca di sfaccettature inattese, che sconvolgono per la propria disarmante semplicità, e per come descrivono i sentimenti della gente che ride, ama, soffre, spera. Servillo è un marchio di fabbrica nella poesia e nell’arte di Napoli. Un cognome che richiama alla memoria a un tempo tavole polverose di teatri di periferia e palcoscenici prestigiosi. Dai quartieri spagnoli a Hollywood, un’arte fatta di coerenza e professionalità, di passione e vita, declinata nei percorsi distinti di Toni e Peppe, Peppe e Toni, fratelli uguali eppur diversi. Entrambi, da latitudini apparentemente distanti, hanno Napoli nel cuore. Ed è proprio l’universo partenopeo che i due fratelli hanno voluto omaggiare ne “La parola canta“, produzione di Teatri Uniti che gli spettatori dell’hinterland rendese-cosentino hanno pazientemente atteso per quasi un mese, dopo il rinvio causato dalla nevicata dello scorso 19 gennaio.

NoteVerticali.it_Toni_Servillo_Peppe_ServilloTeatro Auditorium dell’Università della Calabria gremito come per le grandi occasioni, per il primo appuntamento di “Oltre la scena“, la rassegna che porterà da queste parti esponenti del miglior teatro italiano di ricerca come Emma Dante, Scimone e Sframeli. Pubblico eterogeneo, con molti giovani, che si è lasciato prender per mano in un viaggio a due voci, accompagnate dalla maestria musicale dei Solis String Quartet (Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio, Gerardo Morrone, Antonio Di Francia). Un viaggio in cui la parola ha fatto da apripista e guida, riversando sul palcoscenico voci lontane e vicinissime, ricche di vita e povere di speranza, ironiche e sofferenti, languide e volgari, cariche di invettiva e di tenerezza, di saggezza e virtù, sapienti e beffarde. Un’eco senza tempo che amplifica Napoli e il suo essere ‘mondo a parte’, non inquadrabile né circoscrivibile, e lo eleva al di sopra di ogni possibile catalogazione. Un universo dove tutto è possibile, dove le ‘voci di dentro’ levano alta la propria prorompente rilevanza che non può non farsi sentire. Toni, lontani ormai i panni del dandy sorrentiniano Jep Gambardella, ha finito per vestire quelli di un Toni Pagoda, figlio dei vicoli, e lambire corde di carnalità, ironia e commozione, passando dal gramelot di Mimmo Borrelli (Napule) al rigore doloroso di Raffaele Viviani (‘E fravecature), secondo un programma in parte ereditato dallo spettacolo che aveva già deliziato il TAU nel maggio 2014. A Peppe, invece, chansonnier pungente e crooner affidabile a metà tra Bongusto e Di Capri, è toccato invece il compito di accompagnare lo spettatore in un viaggio musicale all’indietro nel tempo, che ha spaziato dalla Canzone appassiunata di E.A. Mario alla Guapparia di Libero Bovio. Graditissimi dal pubblico in ogni proposta, i fratelli Servillo hanno mostrato una padronanza scenica che ne ha confermato l’indiscussa qualità. Particolarmente applaudite la lettura di Vincenzo De Pretore di Eduardo De Filippo e l’interpretazione di Maruzzella di Renato Carosone, per voci che poi si sono unite nel proporre, nel bis di commiato, Te voglio bene assaje, forse la prima canzone napoletana d’autore, che la storia attribuisce all’ottico Raffaele Sacco.

Al termine, applausi convinti per una serata da non dimenticare, che ha permesso di ritrovare quella lingua solo apparentemente smarrita e in realtà mai dimenticata.   

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