Lo zoo di vetro: Arturo Cirillo attualizza il dramma di Tennessee Williams

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Palermitana di origini asiatiche. Amore per il cinema, le istantanee e le storie. Scrive per dar voce alle sue passioni e vivere la vita è la sua aspirazione più grande. “Carpe diem” il suo motto.

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Arturo Cirillo, grande attore e regista del teatro italiano contemporaneo, ritorna al Teatro Due di Parma con il suo riadattamento come regista ed attore de Lo zoo di vetro, opera di Tennessee Williams scritta nel 1944.

Entrare a teatro di questi tempi sembra essere un gesto obsoleto, fatto solo per la vecchia generazione, quella dei nostri nonni o al massimo dei nostri genitori, che, stufi di ciò che propina la televisione, sono alla ricerca di stimoli differenti e culturalmente più profondi. Notare però la presenza di giovani in sala fa ben sperare che questa convinzione sociale superficiale non sia del tutto vera, soprattutto quando, come in questo caso, sia possibile godere di 100 minuti di spettacolo. La storia originale è ambientate nell’America degli anni Quaranta, ma Cirillo ci riporta in Italia. I protagonisti sono quattro. Tom, l’alter ego di Williams (interpretato dallo stesso Cirillo), un uomo distrutto dalla vita, e perseguitato da una madre troppo ansiosa ed eccentrica, senza alcuna prospettiva di futuro. Laura (Monica Piseddu), la sorella di Tom, una ragazza timida, “zoppa” che vive in un mondo tutto suo, circondata solo da fragili animaletti di vetro che come lei hanno bisogno di cura costante e di attenzione all’uso. Amanda (interpretata da Milvia Mirigliano), la madre dei due giovani, appunto eccentrica e ansiosa, sognatrice e goliardica nelle sue manifestazioni di affetto, si accanisce contro Tom, contro la sua mancanza contro la sua svogliatezza e indifferenza alla vita, ma anche contro Laura, che non vuole che sia chiamata zoppa, anche se lo è, che vuole proteggere e sistemare con un brav’uomo che possa accudirla finalmente e tenerla al sicuro. Ed infine, nell’ultima parte del dramma, si presenterà in scena Jim (Edoardo Ribatto). Lui è un uomo di sostanza, che fa un corso per parlare in pubblico con il fine di rafforzare la sua posizione e la sua autostima, l’uomo che Laura amava ai tempi del liceo, l’unico che mai l’avesse notata e di cui lei conserva gelosamente il ricordo.

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La scena si apre con Tom, narratore, che descrive la sua situazione attuale, la mancanza di una prospettiva, la paura del futuro. Si fa sentire l’assenza di una figura paterna che li ha abbandonati perchè, come viene ripetuto molte volte, è amante della distanza, crea nella famiglia un vuoto che viene riempito solo dalle parole della logorroica madre e dalla musica dei dischi che Laura ascolta. Tom introduce il pubblico nel loro mondo. Un mondo che appare ricco di illusioni, di fantasie, circondato da animali di vetro e vecchia musica italiana. Riecheggia in sottofondo la musica di Luigi Tenco con Se Potessi amore mio, Lontano Lontano, Ho capito che ti amo, cantate con nostalgia dai due giovani. Laura, al contrario del fratello, vede il suo futuro, ma attraverso il vetro dei suoi animaletti. Ricco di sfaccettature e molto fragile. Anche lei lo è. Disillusa, non apprezzata, non teme di rimanere sola, situazione che invece terrorizza la madre, ma accetta il suo destino da “zitella” anche se con pessimistica rassegnazione. La scena si svolge sempre nel medesimo luogo, la loro casa. I tre protagonisti si muovono in uno spazio che li soffoca, e quando se ne allontanano, non escono mai dalla scena, ma rimangono al buio dove i fari non illuminano, come ad indicare che, anche se lontani, la loro presenza nella casa è permanente, intrisa ormai di quell’illusione che li accomuna. I litigi tra Tom e la madre riportano lo stato relazionale su livelli reali, così ridicoli da far ridere chi ascolta le battute di Amanda, ma tanto veri da far riflettere. Tom vuole fuggire, ma non ci riesce. La madre vuole proteggere e ha paura di non riuscirci. Laura non si sente accettata in passato e vive in uno stato di sospensione temporale. Il tempo è da loro sospeso e controllato. La musica viene azionata dagli stessi attori, e la scena, seppur minimalista, curata da Dario Gessati, viene manovrata da loro stessi. Qui il tempo e lo spazio sembrano bloccati e per fuggirne i tre protagonisti si rifugiano nei loro spazi onirici. Tom scappa ogni sera al cinema, alla ricerca di quell’avventura che lui non può vivere, ma che sogna. Laura e il suo zoo di vetro, amici che riflettono la sua fragilità emotiva. Amanda che invece rivive continuamente il suo passato, quello in cui era una bella giovane circondata da baldi pretendenti. Realtà e illusione si scontrano solo con l’arrivo di Jim, che sembra rappresentare l’anello mancante di questo vuoto spazio-temporale. La sua visita riporta tutti i protagonisti sullo stesso piano. Tom avrà il coraggio di prendere in mano la sua vita e fare l’unica scelta che lo spaventava, andare via. Laura, dopo aver visto rotto sotto i suoi occhi il piccolo unicorno di vetro, capisce che la sua diversità non è qualcosa da cui scappare, ma con cui vivere e su cui puntare per accettarsi. Una realtà, quella che Jim porta in casa, che allontana i personaggi fisicamente, ma li riporta a vivere finalmente la dimensione temporale del presente proiettata nel futuro, che mancava per essere finalmente sereni. Una speranza di un futuro diverso, che però si rivela essere ancora una volta, una mera illusione.

NoteVerticali_LoZooDiVetro_Willimas_Cirillo_2Lo spettacolo è curato dal lato emotivo, e riesce a stimolare il pubblico. Lo fa ridere, provoca nostalgia alla prima nota del grande Tenco, lo fa star male come Laura e con Laura, lo fa empatizzare con Tom, lo ammutolisce di fronte ai suoi monologhi, e lo fa piangere di fronte alla delusione. Uno spettacolo adatto a tutti, che riporta in scena Cirillo e la sua convincente interpretazione, ma che soprattutto permette di uscire dalla platea con un’unica certezza, quella di aver trascorso tempo di qualità in un’uggiosa domenica a Parma.