Magic in the moonlight: Woody Allen invita a credere all’amore

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NoteVerticali.it_Woody Allen_Magic in the moonlight_2La felicità non è la normale condizione umana. È la convinzione di Stanley Crawford, egocentrico e razionale signorotto inglese che raccoglie quattrini e successi girando l’Europa nel 1928 nei panni di Wei Ling Soo, acclamato illusionista cinese. Stanley, peraltro, tra gli addetti ai lavori gode della fama di smascheratore di ciarlatani, che scova e stana grazie alla logica e ad un acutissimo spirito di osservazione. Dovrà però fare i conti con Sophie, giovane medium dagli occhi belli, che dietro il sorriso e la vitalità sembra essere accompagnata da un talento prodigioso, e sta attentando alla fortuna di una facoltosa famiglia inglese che dimora nell’incantevole scenario della Costa Azzurra.
Lo scontro tra reale e immaginario, tra ragione e istinto è alla base di ‘Magic in the moonlight‘, la nuova creatura che Woody Allen ha cotto e servito agli europei per il Natale 2014, dopo l’esordio cinematografico del 25 luglio nei botteghini statunitensi. Lo sguardo tenebroso e lucido di Colin Firth, elegante nei suoi completi e perfettamente in parte nei panni di Stanley, si mette in competizione con quello di Emma Stone, che incarna Sophie con una solarità che conquista già dalla prima sequenza.
NoteVerticali.it_Woody Allen_Magic in the moonlight_3La commedia è piacevole e lineare, e non risente di banalità leggere e superficiali. Dopo il chiaroscuro di ‘Blue Jasmine’, Allen cambia efficacemente registro e ci offre stavolta una storia romantica, fatta di imbrogli veri o presunti, in cui l’arcana quaestio sembra essere quella se far comandare testa o cuore. Il conflitto tra morale e istinto, che influenza da sempre l’opera del maestro newyorchese, si veste adesso con i registri della commedia, e aleggia sul personaggio di Stanley, impettito e granitico dinanzi a ogni concessione al soprannaturale. Il personaggio rappresenta per certi versi l’alter ego del regista, che non a caso gli affida battute sarcastiche sulla religione e sul soprannaturale. Ma conoscendo Sophie e non potendone spiegare logicamente i poteri (‘È come assistere a un trucco che non so scoprire‘), il nostro sbanda e propende al tentennamento, prima di giungere a smascherare finalmente se stesso e i suoi reali sentimenti.
Ciò che Allen ci dice, in sostanza, è che ci si può lasciar andare a quanto non è dettato dalla ragione solo se arriva dalle meraviglie del cuore. Citazione che riprende quella, più evidente perché dichiarata, che riporta il motto nietzschiano secondo cui le illusioni aiutano a vivere meglio. La felicità non sarà la normale condizione umana, ma crederlo e sperarlo aiuta senz’altro a vivere meglio.
Firth e la Stone viaggiano su percorsi di altissimo livello, mettendo in scena un rapporto frizzante e solare insieme, che veste la storia di colpi di scena che risultano al tempo stesso funzionali alla trama e perfettamente collaudati. Ancora una volta, Allen mette in scena il proprio talento creativo, preferendo restare dietro la macchina da presa per confezionare una creatura perfetta, declinata in una storia che, pur senza colpi bassi, non conosce volgarità o cadute di stile, e diventa un piccolo capolavoro di eleganza cinematografica, piacevole da vedere e da ricordare.
Citazioni d’obbligo per un cast di ottimi comprimari, da Eileen Atkins a Marcia Gay Harden, da Hamish Linklater a Simon Mcburney, a Jacki Weaver, per i paesaggi mozzafiato che offrono alla vista scenari da cartolina, e per una colonna sonora che accomuna Cole Porter, Ravel, Beethoven e Stravinsky, passando per Bix Beiderbecke e Ruth Etting. Il buon Woody non si smentisce mai, e invecchiando migliora, ancora una volta.