Mariangela D’Abbraccio porta in scena una Filumena Marturano viva e struggente

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Al TAU di Rende nuova trasposizione teatrale, diretta da Liliana Cavani e con Geppy Gleijeses, per la commedia forse più celebre di Eduardo De Filippo.

 

noteverticali.it_filumena_marturano_liliana_cavani_mariangela_d_abbraccio_geppy-gleijeses_teatro_foto_stefania_sammarro_13“L’attore crea con la sua carne e il suo sangue tutte quelle cose che le altre arti, in qualche modo, tentano di descrivere.” La frase di Lee Strasberg riteniamo possa inquadrarsi appieno nello spirito che anima la programmazione della nuova stagione del Teatro Auditorium (TAU) dell’Università della Calabria, a Rende (CS), che si intitola appunto “Verso l’attore”. Una stagione che ha conosciuto il proprio debutto proprio sabato 19 (con replica domenica 20), con la messa in scena di un capolavoro del teatro italiano, “Filumena Marturano”. La celebre commedia di Eduardo De Filippo, scritta nel 1946 per la sorella Titina, è stata riproposta al TAU per la regia di Liliana Cavani. A incarnare Filumena, nella parte che al cinema esaltò Sophia Loren, una Mariangela D’Abbraccio pressoché perfetta, dalla passionalità mediterranea, che ha onorato la propria parte dando vita a un personaggio a tutto tondo, sanguigno e carnale, ma allo stesso tempo struggente e commovente. Una donna dal passato non facile, con alle spalle prima una storia di prostituzione nella poverissima Napoli oltraggiata dalla seconda guerra mondiale, e poi una, forse ancora più misera, che per 25 anni la porta ad essere la ‘mantenuta’ di Domenico Soriano, alias don Mimì (qui interpretato da Geppy Gleijeses), ricco pasticcere e donnaiolo incallito. Una donna, Filumena, che non si perde d’animo e, fingendosi in punto di morte, convince con l’inganno don Mimì a sposarla. Dopo il rito consumato in tutta fretta al suo finto capezzale, Filumena rivela a Domenico di essere madre di tre figli, ormai adulti, che non sanno nulla della loro vera madre, ma ai quali lei non ha mai fatto mancare nulla, con i suoi risparmi e con i soldi sottratti proprio all’ignaro neomarito. Non solo, ma la verità più sconvolgente che la donna fa all’uomo è che proprio lui ad essere padre di uno dei tre. Don Mimì, furioso e sconvolto, non saprà mai chi dei tre è suo figlio.

noteverticali.it_filumena_marturano_liliana_cavani_mariangela_d_abbraccio_geppy-gleijeses_teatro_foto_stefania_sammarro_15Il dramma di Eduardo, che i più ricordano appunto per la trasposizione cinematografica del 1964 di Vittorio De Sica con la Loren e Marcello Mastroianni, rivive in una rilettura pluricollaudata e fedelissima all’originale, con le delicate musiche di Teho Teardo e le scene e i costumi di Raimonda Gaetani, e  da cui si discosta forse solo per il cambio di scena a sipario aperto. Una scelta, quella della Cavani, alla sua prima prova di regia teatrale, che sa di omaggio devoto al teatro di Eduardo, antico e moderno allo stesso tempo. E la D’Abbraccio, perfettamente in linea con le grandissime che l’hanno preceduta, da Titina De Filippo a Regina Bianchi, da Isa Danieli a Mariangela Melato, sovrasta, come c’era da attendersi, il resto del cast, che pure fa registrare un’ottima performance. In primis ovviamente lo stesso Gleijeses, capace di passare con sapiente maestria attoriale dall’ira funesta all’ironia beffarda, alla umana commozione di un personaggio a più facce. Bravi anche Nunzia Schiano (Rosalia Solimene, l’anziana cameriera di casa), Mimmo Mignemi (Alfredo Amoroso, l’anziano cocchiere di don Mimì), Gregorio Maria De Paola, Agostino Pannone ed Eduardo Scarpetta (i figli Umberto, Riccardo e Michele, quest’ultimo, è proprio il caso di dirlo, nomen omen), e poi Elisabetta Mirra (Diana, la giovane amante di don Mimì), Ylenia Oliviero (la giovane cameriera Lucia) e Fabio Pappacena (l’avvocato).

Filumena è l’icona vivente della dignità, l’eroina dei bassi che rivendica la propria legittimità nonostante la legge e il mondo tenderebbero ad escluderla. E che vincerebbero, ancora una volta, con gli inganni e le infamità perpetrate da una società fatta di uomini ma non per tutti gli uomini. Una vittoria ingiusta che sarebbe certa se lei rivelasse il nome di chi, tra i tre giovani suoi figli, è figlio anche di don Mimì. “…’E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!”, grida Filomena. Che si ribella al mondo e alle sue leggi, e lo fa con coraggio e dedizione, animata da un amore sconfinato verso la vita che ha trasferito ai suoi ragazzi, e da una devozione quasi fanciullesca verso la religiosità incarnata dalla Madonna delle Rose. Nel suo segreto c’è il suo riscatto, e la voglia di dare a tutte e tre le creature che ha partorito gli stessi diritti. Una rappresentazione amara e struggente che, a distanza di 70 anni dalla sua stesura, mostra intatta tutta la sua modernità, e rende il teatro di Eduardo, ancora una volta, prezioso modello mai astratto con il quale confrontare gli affetti, le paure, i dubbi e le speranze di un paese eternamente in bilico tra ipocrisia e perbenismo, tra ragione e sentimento, tra miseria e nobiltà.

(Foto di Stefania Sammarro)

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Filumena Marturano, regia di Liliana Cavani, con Mariangela D’Abbraccio, Geppy Gleijeses, Nunzia Schiano, Mimmo Mignemi, Gregorio Maria De Paola, Agostino Pannone, Eduardo Scarpetta, Elisabetta Mirra, Fabio Pappacena, Ylenia Oliviero. Musiche di Teho Teardo. Una produzione Gitiesse Artisti Riuniti.