Michele Hendricks: grinta e mestiere per una serata jazz da incorniciare

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

L’artista newyorchese delizia la platea tra classici rivisitati a suon di scat. Un dialogo di note da McFerrin a Gershwin 

NoteVerticali.it_Michele_Hendricks_Jazz_12122015_1Non esistono note sbagliate. Lo diceva Miles Davis e, a quanto pare, aveva ragione. La musica è un flusso di emozioni che scorre come una cascata d’acqua limpida, liberando l’orecchio all’ascolto, senza pregiudizi e senza remore. Sabato sera ci siamo lasciati andare, e abbiamo fatto bene, anzi benissimo. Arte e fantasia ci hanno condotto in un percorso fatto di note libere di viaggiare, e le emozioni hanno fatto il resto. Merito di Michele Hendricks, una professionista del jazz, newyorchese, vocalist di primo livello che ha fatto dello scat il suo credo. Cantante, arrangiatrice, compositrice, e, come se non bastasse, figlia d’arte (suo padre risponde al nome di Jon, non so se ci siamo spiegati…), la Hendricks ha allietato il pubblico del Teatro “Il Piccolo” di Castiglione Cosentino, in occasione del sesto appuntamento con “Jazz da gustare“, rassegna diretta da Maria Letizia Mayerà che sta regalando serate molto interessanti all’insegna della musica di qualità unita al buon cibo.

NoteVerticali.it_Michele_Hendricks_Jazz_12122015_3La Hendricks è salita sul palco accompagnata da una band di tutto rispetto, composta da Guido Di Leone alla chitarra, Bruno Montrone al piano, Aldo Vigorito al contrabbasso e Giovanni Scasciamacchia alla batteria. L’affiatamento tra gli artisti c’era e si è percepito sin dalle prime note. La Hendricks, sorriso continuo, talento e professionalità da vendere, in un inglese chiaro e attraverso una simpatia che non conosce certo ostacoli linguistici, ha presentato via via i classici in scaletta. Debutto con “I wanna be loved by you“, il classico di Herbert Stothart, Harold Ruby e Bert Kalmar, portata al successo mondiale da Marilyn Monroe nel film “A qualcuno piace caldo“. La Hendricks ha scelto di reinterpretarla secondo la versione originale di Helen Kane, che ha arricchito del proprio scat ottenendo pieni consensi e incoraggiando i meritati applausi per gli assolo di Di Leone e Vigorito. Platea entusiasta anche per il secondo brano, tratto dal “Libro della giungla” disneyano che nei decenni ha fatto sognare generazioni di bambini. la nostra Michele si è così ‘trasformata’ in una Baloo tutta particolare offrendo una performance di rilievo. Toni più soft, ma non per questo meno intensi, per “Sometimes I’m happy (Sometimes I’m blue)“, standard del 1927 scritto da Irving Cesar e Vincent Youmans, di cui si ricordano le interpretazioni, tra gli altri, di Bilie Holiday e Nat King Cole. Michele riversa in platea emozioni intriganti e palpabili, e offre una performance che fa salire i brividi. E’ forse il punto più alto del concerto, insieme, più avanti, a quell'”I fall in love too easily” – creazione di Sammy Cahn e Julie Styne nel 1944 – che riporta alla memoria gli struggimenti di Chet Baker. Qui, il piano di Montrone è un tappeto delicato su cui la voce della Hendricks sembra accomodarsi con estrema delicatezza, in una melodia che è malinconica e intensa al tempo stesso, e genera tripudio in chi ha il piacere di ascoltarla.

NoteVerticali.it_Michele_Hendricks_Jazz_12122015_5Il taglio da grande artista c’è e si vede, così come la classe dei musicisti che la accompagnano. In mezzo, la Hendricks trova il tempo di reinterpretare “Chicken” di Bobby McFerrin (che lei definisce testualmente “un pazzo”!) e “Day in, day out” scritta nel 1939 da Ruby Bloom e Johnny Mercer e divenuta uno dei cavalli di battaglia di Frank Sinatra. In quest’ultima performance, ‘mrs. Scat’ supera davvero se stessa, dialogando alla grande con le corde pizzicate da Di Leone: ci piace pensare che, tra gli applausi, ci sia quello del buon vecchio Frank, la cui anima, oggi fresca centenaria, sembra sorrida e manifesti il suo consenso nella platea di Castiglione.

C’è ancora il tempo per un altro classico, “Summertime” di DuBose Heyward e George Gershwin, portata al successo da Wes Montgomery nel 1958. Michele Hendricks la stravolge rendendola quasi irriconoscibile. Ed è un bene, perché il brano, slegato da archetipi che l’avrebbero reso quasi un surrogato dell’interpretazione più celebre, quella di Janis Joplin, acquista invece una sua autonomia, grazie alle improvvisazioni di scat, impreziosite dal freestyle del be-bop e dalla creatività dei musicisti. La Hendricks, divenendo essa stessa strumento, esalta ora il piano, ora la chitarra, ora il contrabbasso, ora la batteria: il dialogo con la band è svolto in piena libertà, senza vincoli di pentagramma o di spartito. Si esce più volte fuori dal seminato, qua e là riecheggiano echi di altri mondi (anche una accenno di marcia nuziale, figuriamoci!). Poi la melodia originale ritorna, e scatta meritatissimo l’applauso.

Siamo alla fine: presentazione dei musicisti, che raccolgono il giusto tributo di battimani, saluti e poi dietro le quinte. Ma l’applauso prosegue e – non poteva essere altrimenti – invoca l’atteso bis, che arriva puntuale. E’ “Mama you told me“, composizione della stessa Hendricks: dedicato alle mamme, e al loro destino di ‘cassandre inascoltate’ rispetto alle innocenti marachelle dei figli, è un blues facile facile che il pubblico accompagna battendo le mani. Il concerto finisce davvero qui. Pubblico in piedi, applausi strameritati per la regina dello scat e per la sua band di professionisti, e anche per gli organizzatori, che hanno saputo confezionare una piacevolissima serata di musica.

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