Nella tana dei lupi: l’esordio registico di Gudegast è un piccolo capolavoro

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Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.

Il poliziesco è un genere che per lungo tempo ha trionfato al botteghino raccontando storie di uomini. Nelle sue varie declinazioni, spesso contaminato con l’action, ha regalato titoli che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo di moltissime generazioni. Da anni questo genere ha segnato il passo per la virata delle case di produzione verso l’accoppiata, più redditizia, “fumetti e fantasy”. Ma qualche eccezione esiste.

Nella tana dei lupi, film d’esordio di Christian Gudegast, è un piccolo capolavoro di genere. In una Los Angeles indefinibile si affrontano due entità: da una parte una banda di rapinatori professionisti e dall’altra un gruppo di poliziotti capitanati da un agente poco ortodosso ai modi gentili. Nick O’Brayan è un funzionario pubblico stanco e dalla vita distrutta a capo di un gruppo di uomini che usano il lavoro per dimenticare la bottiglia, le mogli isteriche e gestire quelle frustrazioni che impediscono loro un’esistenza serena.

Un esordio notevole quello di Gudegast, autore di soggetto e sceneggiatura, che ripropone l’eterna battaglia tra bene e male dove entrambi non sono assolutamente definibili. Una vicenda che strizza l’occhio a Heat, il capolavoro di Michael Mann,  alla saga Arma letale, spingendosi fino al sottovalutato Vivere e Morire a Los Angeles. Tutti titoli che hanno fatto la storia del cinema poliziesco, ma il pregio del regista è quello di non scimmiottarne nessuno. Nella tana dei lupi, sceglie di essere politicamente scorretto e duro riuscendo a divertire proprio per questa ragione.

Dialoghi da “uomini” per uomini, situazioni al limite con contorno di muscoli e tatuaggi fanno da sfondo a una partita a scacchi tra i rapinatori e gli agenti in una L.A. splendidamente reale. Una vicenda dove l’ironia è lasciata da parte, dove il principio è più importante del risultato e dove l’onore lo si deve soprattutto a se stessi. Un regista che dimostra dal suo esordio, di conoscere perfettamente il mezzo, recuperando a tratti anche la rudezza dei film Warner degli anni 40.

Gerald Buttler (da tempo non così in parte) potrebbe essere James Cagney o George Raft, e la stessa cosa si potrebbe ipotizzare per Pablo Schreiber. Un cast che lavora perfettamente diretto da un cineasta di cui sentiremo ancora parlare regala un film che funziona perché mantiene un’anima definita. Ben fotografato, scritto e recitato, volgare al punto giusto e dotato di un ritmo in grado di non far accorgere dei suoi 140 minuti di proiezioni. In sintesi, un poliziesco con gli attributi.