Pinocchio: il teatro di Antonio Latella e la primordiale esigenza bambina

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Carico, complesso ed estenuante. Sono questi gli aggettivi che daremmo a questo immenso ed intenso spettacolo. Ridurre in poche frasi le innumerevoli considerazioni da fare su di esso, non è impresa da poco, ma tenteremo. Avanziamo con ordine: “Pinocchio” è la trasposizione teatrale dell’omonimo libro per bambini di Carlo Collodi. L’edizione di riferimento, su cui ha scelto di lavorare il regista Antonio Latella, per dare vita alla sua personale pièce, è quella edita da Feltrinelli con le note critiche di Fernando Tempesti (1993).

La formazione personale e professionale di Antonio Latella si districa fuori e dentro l’Italia (Castellammare di Stabia, Torino, Firenze, Berlino, Napoli, ecc…), donandogli uno sguardo ampio e ricco di sfaccettature. I suoi spettacoli sono stati prodotti e ospitati nei maggiori festival e teatri d’Europa: Otello (1999), Romeo e Giulietta (2000, Premio UBU nel 2001 per il progetto “Shakespeare e oltre”), Bestie da stile (2004, Premio speciale Vittorio Gassman), La cena delle ceneri, (2005, premio ANTC, Spettacolo dell’anno), Studio su Medea ( Premio UBU 2007 Spettacolo dell’anno), La trilogia della villeggiatura (2008, spettacolo in italiano e in tedesco, Schauspiel di Colonia)… E’ interessante notare un particolare: figlio di immigranti, vivendo i suoi primi cinque anni di vita in Svizzera e poi ritornato in Italia, Latella ha avuto un personale processo di sviluppo verbale simile a quello che vediamo nel protagonista, oneroso e doloroso. Tanto di lui si può riconoscere nel burattino, come in fin dei conti (ma anche in principio) di tutti noi.

 

Per approcciarsi al portale ultradimensionale creato dal mondo del Pinoccio latelliano, è comunque cosa buona e giusta tenere presente alcuni dei temi principali.

Questo Pinocchio è portavoce del vecchio e del nuovo e con l’aggettivo “vecchio” non s’intende antiquato ma primordiale. Porta in scena “La Bugia”, su molti livelli, quella originale intrinseca nella favola stessa legata all’immaginario popolare, dove vediamo la struttura del vero racconto di gran lunga stravolta, personaggi eliminati, si evince che il richiamo più famoso al tanto amato burattino “il naso si allunga perché mente”, è falso, perché è mosso “dall’esigenza”; le menzogna dei padri verso i figli, rispetto alla visione che si ha mondo in tenera età, al di là del proprio ambiente protetto. Allora qui la menzogna, che noi accostavamo solo ed esclusivamente a ciò che si presentava come una peculiarità divertente di un personaggio favolistico, assume significati estremamente profondi e radicati nel nostro quotidiano.

Insomma Pinocchio sceglie una bugia vera, non una menzogna morta.

 

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La questione della “creazione”. Chi sia andato un po’ più in profondità sulle tematiche trattate da questa favola, avrà forse intuito che c’è una sorta di riferimento alla concezione biblica sul rapporto padre-figlio, Geppetto il Padre Pinocchio il Figlio. In questo spettacolo, dove tutto viene trasportato su un livello più alto, dove ogni tematica viene intensificata, ricollocata del passato e al presente, come una corda sottile che tutti percorriamo e che componiamo, questo grosso “coniglio nel cappello” è doveroso da mettere in mostra.

 

Perché proprio l’edizione Feltrinelli con le note di Tempesti? Il teatro, come l’arte nella sua interezza, non deve solo “raccontare”, portare avanti ai nostri occhi dei fatti sterili, nozionismo basico che c’istruisca su ciò di cui si sta parlando, il teatro deve aggiungere personale al personale. E qui l’edizione scelta da Latella cade a fagiolo, le note di Tempesti creano insieme al racconto di Collodi un nuovo mondo, o forse svelano meglio parte del microcosmo presente nella favola di Pinocchio, proponendone infinite sfaccettature. Il corpo del lavoro di Tempesti si focalizza sul programma linguistico, educativo e creativo di Collodi (tenendo conto anche del periodo storico, in cui nell’ambito culturale, era centrale la “questione della lingua”). Si evince quindi che Collodi dà spazio nel suo racconto alla cultura parlata, non lingua ma cultura. Mescola modi di dire, registi differenti, per permettere alla lingua quello che la lingua non può dire. La stessa cosa fa Latella in scena, inventa e reinventa la sua lingua per dire qualcosa di più.

 

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Il cast è davvero eccezionale, ogni singola parte del copione era scritta per loro e su di loro (letteralmente, parole del regista Latella), otto attori per ventitre personaggi! Vederli in scena impegnati nelle loro rocambolesche imprese è stato emozionante, cambi repentini e naturali, salti, capriole, spinte, esercizi ginnici. La Fata (Anna Coppola, interprete di quattro personaggi) è stata davvero suggestiva e impeccabile. Il Grillo (Fabio Pasquini) pareva davvero una creatura proveniente da un mondo parallelo, a tratti gotico e inquietante ma con giustappunto. Geppetto (Massimiliano Speziani, anche lui interprete di ben cinque personaggi), a nostro parere era più vero del “Geppetto originale” e tenendo presente le considerazioni fatte in precedenza ed osservandolo da vicino, potrete capirne il perché. E poi ancora Arlecchino (Michele Andrei, tre personaggi), Pulcinella (Stefano Laguni, due personaggi) e Musico (Matteo Pannese). E Colombina (Marta Pizzigallo, sei personaggi), beh… l’abbiamo davvero adorata. Infine c’è Pinocchio, ci chiediamo come descriverlo, diciamo solo che l’abbiamo un po’ amato e un po’ meno amato; c’è da dire che la sua è stata la prova più dura… facciamo una rampa di scale e perdiamo un polmone (!), lui tre ore a fare salti mortali senza stramazzare al suolo… viene automatico chiedersi se sia umano.

 

La scenografia è come un macrocosmo catapultato al Piccolo Teatro, come gli attori anche l’oggetto di scena è trasformista e dà un senso di pienezza e magnificenza.

I rumori riprodotti sul palco sono sempre una scelta rischiosa, per tutta una serie di problematiche, ma qui hanno funzionato alla grande. Poi ci sono i trucioli, non si può immaginare cosa si può creare con lo “scarto” del legno! Nello spettacolo questo piccolo ed insignificante elemento è tutto, è come linfa vitale per ciò che sul palco si vede e non.

Lo stesso dicasi per i costumi: non andate a teatro immaginando un grillo con le fattezze da animale, una fata col tutù azzurro, la scelta fatta è stata molto più pulita ed evocativa.

 

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La volontà e la scelta di comprendere, raccontare, discutere appieno questo immenso spettacolo, è qualcosa di spaventosamente arduo e forse è bene che alcuni suoi aspetti si “odorino, gustino, guardino, tocchino, ascoltino” senza un perché didascalico che li regga e soprattutto dal vivo.

Non ho detto nemmeno un terzo di quello che c’era da dire, ma bisognerebbe spendere almeno un libricino. Se dobbiamo essere sinceri, proviamo dei sentimenti contrastanti nei confronti di questo spettacolo. Come detto, ci si presenta davanti un macrocosmo. Crediamo però che le tematiche d’ampio e profondo respiro, le citazioni di vario genere inserite, siano talmente tante, che abbiamo fatto davvero una fatica immane a seguire. A questo aggiungiamo il copione che è estremamente criptico, la durata di tre ore più intervallo (dalle 19.30 alle 22.45). Analizzando ogni singolo elemento, nonostante fossimo usciti dal teatro estremamente appesantiti (non delusi, tutt’altro), ci rendiamo conto che, presi singolarmente, questi elementi sono più unici che rari, quasi intoccabili. Poi ragioniamo sempre sulla solita, inflazionata, calpestata, travisata, personalizzata, abbandonata e bistrattata questione su “cosa deve fare il teatro?”, non sappiamo dare una risposta completa, valida per tutti. Sicuramente tuttavia siamo certi di una cosa: il teatro dovrà sempre lottare per un fondamentale equilibrio, quello tra intrattenimento e impegno culturale e qui lo spettacolo pendeva un po’ troppo su secondo versante.

PINOCCHIO

drammaturgia Antonio Latella, Federico Bellini, Linda Dalisi
regia Antonio Latella
scene Giuseppe Stellato, costumi Graziella Pepe
musiche Franco Visioli, luci Simone De Angelis
con Michele Andrei, Anna Coppola, Stefano Laguni, Christian La Rosa, Fabio Pasquini, Matteo Pennese, Marta Pizzigallo, Massimiliano Speziani
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Piccolo Teatro Strehler, dal 19 gennaio al 12 febbraio 2017