Qualcosa di meraviglioso: il valore della diversità in una favola moderna

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«Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni». Se questo precetto, l’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, venisse rispettato dai governi mondiali, vivremmo oggi tempi più felici. Tempi in cui non si farebbe fatica a riconoscere il valore della diversità e in cui si godrebbe delle potenzialità di una corretta integrazione, forza generatrice di ricchezza culturale. Ne verrebbe fuori Qualcosa di meraviglioso, come il titolo dell’ultimo film del regista francese Pierre-François Martin Laval, che uscirà nelle sale il 5 dicembre, distribuito da Bim. Alle soglie delle feste natalizie, la storia vera del giovane campione di scacchi Fahim Mohammad, già narrata nel libro Il re degli scacchi, scritta nel 2014 dal suo giovane protagonista, si fa promotrice di un solido messaggio di speranza.

Nel 2011 Fahim (Assad Ahmed) e suo padre sono costretti a lasciare il Bangladesh per una questione di faide familiari. Fahim è restio alla partenza, non vuole abbandonare sua madre e i suoi fratelli, ma viene convinto dalla promessa di trovare nel nuovo Paese, la Francia, un maestro che possa guidarlo nella sua passione più grande, gli scacchi. A Parigi, mentre il ragazzo e suo padre vivono la condizione di immigrati clandestini a rischio espulsione, il maestro si palesa nelle vesti di Sylvain, uno dei più importanti coach della disciplina: un burbero dal cuore tenero Gérard Depardieu che farà di Fahim il campione nazionale.

Non è la prima volta che il cinema utilizza gli scacchi come metafora di vita. In questo, Qualcosa di meraviglioso è molto simile a Queen of Katwe (2016), film Disney sull’ascesa sociale di Phiona Mutesi, nata in uno slum dell’Uganda e divenuta campionessa olimpica. Come quest’ultimo, anche Qualcosa di meraviglioso è una storia di formazione giovanile che si avvale di una cornice favolistica per raccontare un dramma e ricavarne un insegnamento per il futuro. Come dice Sylvain al suo allievo, citando il campione Garry Kasparov: «gli scacchi non sono un gioco, non c’è sport più violento». La scacchiera dunque, diventa un campo di battaglia, le caselle, trincee di uno scontro che presuppone il rispetto reciproco tra i due avversari: due controparti che si avvicinano l’uno all’altra in un dialogo costante, un ragionare fuori da uno schema piatto, arrivando alla soluzione con la forza della creatività. In una scena del film, Fahim si trova nella scuola del centro d’accoglienza, e al compito della maestra di unire tre punti alle case di appartenenza senza far intersecare le linee, si avvale di un espediente semplice ma geniale: incollare dei cartoncini piegati da un punto all’altro. Costruire ponti. Scongiurando il rischio di un patetismo fine a se stesso, il film veicola con delicatezza un’idea di accoglienza possibile da sottrarre all’ottusa burocrazia di governi irresponsabili. Ragionare fuori dalle logiche comuni, quella dell’interesse, della paura e della chiusura. E ricordarsi, come dice Sylvain, che una sfida può essere vinta con una patta: un pareggio, un controllo dell’impulsività in favore del buon senso e dell’umanità.

QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO (Francia 2019, Biografico/Commedia/Drammatico, 107′).  Regia di Pierre-François Martin-Laval. Con Isabelle Nanty, Gérard Depardieu, Ahmed Assad, Mizanur Rahaman, Sarah Touffic Othman-Schmitt. Bim. In sala dal 5 dicembre 2019.