Stefano Bollani: a Cosenza show da incorniciare tra musica, leggerezza e improvvisazione

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Il destino di Jones e quello di tutti i suonatori è uno e uno solo: se la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita, e ti piace lasciarti ascoltare. Il pensiero alla creatura nata dalla fantasia di Edgar Lee Masters, e resa immortale grazie all’arte di Fernanda Pivano e Fabrizio De Andrè, è facile e magari anche scontato, se davanti a un pianoforte siede Stefano Bollani. La serata di Cosenza al Castello Svevo, appuntamento conclusivo della rassegna Exit promossa da Piano B, è stata irripetibile, se non altro per l’originalità di una scaletta che è unica in ogni sua data. “Piano solo”, il nome dato allo spettacolo che solo casualmente riprende il titolo di un disco del 2006, offre agli spettatori un proscenio apparentemente scarno e limitato, occupato dal talentuoso musicista e compositore milanese, da un piano e da una tastiera. Da lì, però, prende il via un viaggio unico nel suo genere, una cascata di note che dilaga senza sosta e si libera nella notte cosentina. Lo scenario all’aperto è di quelli che meritano attenzione, grazie al Castello tirato a lucido come nelle grandi occasioni, impreziosito dalla luce della Luna che esalta poeti e sognatori. Le mani di Bollani sono un tutt’uno con i tasti bianchi e neri, accarezzati, percossi, rivitalizzati e trasformati ogni volta in melodie che partono dall’improvvisazione artistica e approdano a porti ogni volta diversi e inattesi. E così capita che “Il ballo del mattone” di Rita Pavone e la “Carmen” di Bizet possano condividere la medesima scaletta, insieme alla “Mattinata” di Ruggero Leoncavallo, a “L’orchestra del Titanic” (title-track del disco del 1999 suonato con Antonello Salis, Riccardo Onori, Raffaello Pareti e Walter Paoli) e a una improbabile ballata in napoletano il cui testo tesse le lodi del microchip da parte di un genitore preoccupato dell’incolumità dei propri figli.

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Al di là della risaputa genialità di Bollani, ciò che colpisce è la sua assoluta padronanza della scena, che si accompagna a una gestualità volutamente accentuata che rende comica quasi ogni movenza. Eppure è musica, e che musica. Come un Arturo Toscanini alla Scala, Bollani, camicia orrenda e codino d’ordinanza, è una macchina da guerra: dirige impetuoso il se stesso che si muove su quei tasti come farebbe un panettiere con le creature di acqua e farina da far nascere in forno. La fragranza dei suoni che crea è contagiosa, il pubblico ne è colpito e coinvolto fino in fondo: gli applausi a scena aperta si sprecano ma non sono mai fuori luogo, neanche quando snocciola battute in libertà o ripropone i cavalli di battaglia dell’improbabile musicista argentino Gustavo Essential, ovvero le versioni abbreviate di “Per Elisa”, della Quinta sinfonia di Beethoven e del “Rondò alla turca” di Mozart.

Il bis è scelto dal pubblico, che si lancia in richieste improbabili alimentando quel patchwork musicale che è alla base di questo tour bollaniano. Niente è preparato, e niente dovrà esserlo fino alla fine. Così, a grande richiesta, si materializzano musicalmente sul palco dieci brani tra cui il “Libertango” di Astor Piazzolla, il “Tico tico”, “Arrivano gli alieni” (sua composizione), “Hotel California”, “Le coltri della storia” (scritta dallo stesso Bollani per divertirsi sullo stile di Battiato), “Vacanze romane”, senza dimenticare uno “Smoke on the water” d’annata mixato con “Fin che la barca va”, in un arrangiamento che sicuramente né Orietta Berti, né Flavia Arrigoni, né Daniele Pace, né Mario Panzeri, né il grillo e né tantomeno la formica avrebbero potuto sperare in quasi mezzo secolo di storia del brano.

Il concerto termina con qualche battuta sul ‘padrone di casa’ Federico e i divertissment di Duccio Vernacoli, altro alter ego del Bollani irriverente e giocoso, improbabile crooner toscano che rivisita in italiano colorito i classici della tradizione musicale americana, da “Strangers in the night” a “I will survive”, da “Pretty woman” a “My way”.

Pubblico in delirio e applausi che suggellano una serata da incorniciare, dove la musica e la leggerezza hanno banchettato alla grande con la qualità.

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