Teatro del porto: Massimo Ranieri fa rivivere la Napoli di Raffaele Viviani

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Successo di pubblico allo spettacolo per la regia di Maurizio Scaparro che omaggia il grande drammaturgo partenopeo 

C’è un terreno nascosto in cui imbattersi e perdersi, quando l’animo è predisposto e gli affanni del presente si fanno lontani e distanti. E’ il terreno della memoria, quella personale, embrione prezioso dell’umana debolezza, e quella collettiva, scrigno troppo spesso profanato sull’altare dell’oblio. Per chi pensa a quel mondo a sé stante chiamato Napoli, memoria collettiva significa anzitutto arte e poesia. Quella delle commedie di Eduardo De Filippo, delle canzoni di Salvatore di Giacomo, e, perché no, del teatro di Raffaele Viviani. A lui e ai suoi personaggi, che per quasi 50 anni animarono i palchi di mezzo mondo, è dedicato “Teatro del porto”, omaggio di Massimo Ranieri e Maurizio Scaparro, a cui abbiamo avuto il piacere di assistere in un appuntamento della stagione corrente al TAU – Teatro Auditorium Unical di Rende (CS).

Pubblico delle grandi occasioni, con un allestimento che ci porta nel 1929. Viviani (Ranieri) e la sua compagnia sono dietro le quinte di un teatro napoletano, alla vigilia di una partenza importante: destinazione Argentina, per una tournée che toccherà Buenos Aires, Rosario, Montevideo e San Paolo. Un viaggio fatto di arte e speranza, per un nuovo mondo tutto da scoprire. La storia ci dice che Viviani tornerà in Italia portando dietro con sé una popolarità e un successo sperato ma non scontato, che gli frutterà venti scritture nei teatri italiani. Ma sul palcoscenico lo spettatore viene invitato a vedere ciò che immagina essere l’ultima replica prima della partenza. Un arrivederci al pubblico napoletano, che è l’occasione per una riproposizione dei suoi cavalli di battaglia, che riportano in scena le storie minime di un mondo ormai scomparso, fatto di pescatori, mariuoli, zingari, emigranti, prostitute e gagà, poveri di portafogli ma ricchissimi di cuore, che davanti al pubblico cantano la propria condizione cercando quel barlume di eco effimera che solo la magia del teatro riesce a dare.

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Ranieri è perfettamente a proprio agio sul palcoscenico, e con lui lo sono gli attori di cui si circonda, da Ernesto Lama – che ricordiamo giovanissimo in un “Soldati – 365 all’alba” di Marco Risi, pellicola di appena trent’anni fa – ad Angela De Matteo, Gaia Bassi, Roberto Bani, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Antonio Speranza, Francesca Ciardiello. Una compagnia nella compagnia, che sulla scena diventa espressione di quel sottobosco ricco e variegato, generato nella Napoli dei quartieri e alimentato da un linguaggio colorito, alimento continuo dell’avanspettacolo. Espressioni che oggi magari troveremmo a tratti volgari e fuori tempo, ma che occorre perfettamente inquadrare nel contesto in cui prendevano forma, e che componevano in forte misura quel recitato che cercava di alleviare le incertezze del presente, districandosi tra le maglie non proprio benevole della censura fascista, che tutto osservava e tutto giudicava.

E come in ogni teatro d’antan che si rispetti, non poteva certo mancare l’orchestra, che qui è composta da Ciro Cascino al pianoforte, Luigi Sigillo al contrabbasso, Donato Sensini ai fiati, Sandro Tumolillo al violino, Giuseppe Fiscale alla tromba e Mario Zinno alla batteria. Canzoni che alimentano speranze e delusioni, tristezza e felicità di un popolo, quello napoletano, storicamente aperto ad accogliere espressioni e profumi, voci e cadenze. Elementi da far confluire in un magma antico e sempre nuovo, dove la parola si fa esaltazione, invettiva, sospiro, gioia e poesia. E Ranieri, ancora una volta, è ambasciatore della napoletanità, con una presenza scenica invidiabile che non sembra conoscere affatto tramonto. Cresciuto al Pallonetto, il Giovanni Calone che, da tredicenne Gianni Rock, faceva piangere di commozione gli emigrati che lo applaudivano all’Academy di Brooklyn nel 1964, sa di cosa parlare quando parla di Napoli, e sul palco lo dimostra alla grandissima, tanto da raccogliere, a fine rappresentazione, l’ennesima meritata standing ovation della sua luminosa carriera.

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Teatro del Porto – Versi, prosa e musica di Raffaele Viviani. Regia di Maurizio Scaparro. Con Massimo Ranieri, Ernesto Lama, Angela De Matteo, Gaia Bassi, Roberto Bani, Mario Zinno, Ivano Schiavi, Antonio Speranza, Francesca Ciardiello. Elaborazioni e ricerche musicali Pasquale Scialò, scene e costumi Lorenzo Cutuli, disegno luci Maurizio Fabretti, coreografie Giorgio De Bortoli. Teatro Auditorium Unical (TAU), 14 e 15 Febbraio 2017.