‘The cult of Fluxus’: Ernesto Orrico porta in scena il suo blob dadaista

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

NoteVerticali.it_The cult of Fluxus_Ernesto Orrico_1Parole riplasmate a livello sonoro, in un flusso disorganico di idee, frasi, suoni, che, nonostante tutto, racchiudono e rielaborano un senso, che è legittima espressione della contemporaneità. Torniamo con piacere e interesse a scrivere di The cult of Fluxus, opera di Ernesto Orrico che abbiamo già definito ‘dadaista’ nel senso più libero del termine, e che è andata in scena in forma di live al ridotto del Teatro Morelli di Cosenza nell’ambito della stagione corrente del Progetto More curato da Scena Verticale. Un ‘non concerto’ che ha visto Orrico accompagnarsi a Flavia Lisotti alla voce e a Mattia Argieri (loop e potenziometri), e portare in scena le tracce del suo lavoro, in una veste che, come spiegheremo meglio, è nuova e diversa. Uno spettacolo fatto di parole che si rincorrono su una base musicale mai doma, fuggitive e vicine al tempo stesso, a ricordarci sensazioni, emozioni e idee, dal respiro ‘corto, sincopato e nervoso’, per usare un’espressione di Elena Giorgiana Mirabelli tratta dalle note introduttive alla raccolta di testi, pubblicata già da mesi per le Edizioni Erranti.

Siamo introdotti allo spettacolo da frammenti sonori che mescolano per pochi secondi echi di trip-hop, electroclash e indie music (Portishead, Cassius, Alt-J, The Rapture). Lo show inizia con “Mancano tante cose”, e ci si accorge subito della inevitabile differenza tra live e audio registrato. L’arrangiamento, lì costruito con dialettica sperimentale e con risonanze meccaniche, qui diventa più soft, grazie alla voce calda della Lisotti che corregge le derive vocali di Orrico, le sue invettive, la sua denuncia che, da attore talentuoso, veste di beffarda ironia, e al contributo fondamentale di Argieri, che ‘sporca’ di sound suburbano le sillabe fluttuanti nell’aere. Il ping pong verbale accompagnato da echi sonori è iniziato, un dj set che diventa vitale snocciolare di concetti solo apparentemente dissonanti e dissennati, uniti in realtà da un filo invisibile unico e spesso, che rovescia sullo spettatore un blob di straordinaria potenza, dove il capovolgimento è il core della spiegazione, l’illogicità del pensiero, come legare le pallottole alla cocaina e queste insieme al lavoro, la cui assenza va gridata, e gridata al cubo.

E’ un dadaismo illuminato, quello di “The cult of Fluxus”, un flusso di intese che insiste su argomenti caldi, che profumano dell’attualità che intorbidisce l’aria che respiriamo. Il lavoro è una costante: “Hai mai sentito parlare di lavoro? Sì, ma è stato tanto tempo fa. Hai mai sentito parlare di reddito? Uhm, no, questo mai”, dialogano serrati Orrico e la Lisotti, e il pensiero corre inevitabilmente all’immigrazione che marchia le nostre generazioni, che fa parlare il dialetto sotto l’ombra della Statua della Libertà e fa bestemmiare chi vuole restare a spasso in terra calabra, sognando una nave che parte, in inverno o in primavera. Situazioni di disagio esistenziale, sincopato come il ritmo che le condisce e le serve. In tavola, “le solite tipicità, le solite ossa, il solito grasso che cola”. L’eco delle tragedie irrisolte e riciclate, in cui i media sguazzano e ingrassano, è oggetto di attenzione per questo punk in terra bruzia, scevro da provincialismi e da derive epistaltiche. La parola ha la sua dignità, pronunciarla è un dovere morale, perché nessuno taccia mai.

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Sogno cose mie, di cui non mi va di parlare…” mente Orrico, che invita la platea – fino a un certo punto silenziosa perché preoccupata di interrompere il flusso – al doveroso applauso. Un applauso che, dopo la prima induzione, scatta poi con naturalità, a scandire le tracce successive, dove si canta tra l’altro della sfortuna di nascere nel posto giusto al momento sbagliato, mentre il mare d’inverno mangia la sabbia convinto. “Finiremo per vincere, prima o poi…”. L’aria di guerra che invade l’opera si ammanta di speranza, forse. Non è una questione di briganti, lo sappiamo, forse è solo una questione di testa. D’altronde, domani “saremo ancora qui, a rinunciare alla fine“.