Timbuktu, il film da Oscar che racconta l’Islam della poesia e del terrore

NoteVerticali.it_TIMBUKTU_10

NoteVerticali.it_TIMBUKTU_10Il cinema è una forma d’arte nata per portare l’azione nelle immagini. Se un film fa riflettere, diventa un film impegnato. Ma la scelta della tematica non rende un film un capolavoro, ci vuole altro: poesia, musica, caratteri che abbiano uno spessore. ‘Timbuktu’, film per la regia di Abderrahmane Sissako, riesce a unire tutte queste cose in un’ora e mezza di azione misurata, di poesia espressiva, di donne e uomini capaci di emozionare parlando di un tema che è forse il più pungente di questo periodo storico: il terrorismo di matrice islamica. Mentre la stampa s’infiamma spesso in discussioni inutili, mentre la politica non riesce a dare risposte, ci pensa un film, forse, a comunicare ciò che di umano (e di tragico) vi è nella questione.

La storia prende vita a Timbuktu, una piccola città immaginaria nel deserto, il cui controllo militare e politico è in mano a un gruppo di terroristi che affermano di portare avanti la jihad, la guerra santa, secondo l’interpretazione attribuita al Corano. Quotidianamente si assiste a punizioni severe e assurde: sono proibiti la musica e il gioco, e perfino camminare per le strade diviene illegale. Ma i terroristi non vengono presentati come semplici invasori e assassini. I jihadisti risultano spesso ridicoli nelle loro regole assurde, paradossali, criticate perfino dalle autorità religiose di Timbuktu. Non sono i jihadisti a portare avanti le idee del Corano, ma sono gli stessi abitanti della città a dover citare i testi sacri per vedere rispettati i propri diritti. Una contraddizione forte, ma non casuale, che evidenzia come i terroristi di matrice islamica siano legati all’Islam più per il nome che per altro. Sono uomini fragili, insicuri, come Abdelkrim (Abel Jafri), che si rifugia nel deserto a fumare sigarette di nascosto, mentre in cuor suo nutre una simpatia per Satima (Toulou Kiki), una donna sposata.

Satima, suo marito Kidane (Ibrahim Ahmed), pastore di buoi, e la figlia Taya (Walet Mohamed), sono i personaggi che delineano la trama del film. Nella loro vita fra le dune sabbiose, in una tenda, vi è la pura fede in Allah, che supera l’imposizione politica dei jihadisti. La loro esistenza viene però turbata quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pastore che aveva massacrato un bue della sua mandria. Kidane si trova così a dover affrontare quella nuova e terribile legge che i jihadisti hanno imposto con la prepotenza. Ma l’uomo non demorde: l’amore per la sua famiglia e la sua fede in Allah rimangono intatti fino all’epilogo. Un messaggio forte, che esalta la fede e la religione rispetto a eventi politici e crudeli che ben poco hanno a che fare con l’amore; quell’amore, espresso magnificamente dai volti del cast, ricchi di quella speranza rimarcata più volte da Kidane, la speranza in “Allah Onnipotente”. Il film si chiude con un finale simbolico, che pare quasi voler suggerire un’eterna fuga dell’essere umano dalla propria paura. Quella paura, forse, che è il fondamento stesso della Jihad.

NoteVerticali.it_TIMBUKTU_9Timbuktu affronta una delle tematiche più delicate dei nostri giorni, ma sceglie di farlo non con l’occhio critico del documentarista, ma con la poesia visiva e musicale propria di un film d’autore. Una poesia che trasuda dalle immagini fatte di uomini, di volti ed espressioni – molti degli attori non sono professionisti – ma anche di natura viva dove animali, alberi e perfino il deserto comunicano la grandezza dell’uomo ma anche la sua inferiorità, il suo limite intrinseco. Una poesia musicale che prende il volo nelle note del compositore Amine Bouhafa, e che è  resa in immagini dal regista Abderrahmane Sissako, che non rinuncia a un forte quanto significativo realismo. Ed è proprio nell’elemento realistico, nel coraggio di realizzare una scena cruda come quella della lapidazione, che il cinema si ricorda di essere tale: un potente strumento capace non solo di raffigurare la realtà, ma di esporla, renderla comprensibile pur nella sua crudezza. Un’agghiacciante presa di coscienza di fronte a un orrore che troppe volte viviamo come qualcosa di distante, di localizzato lontano da noi, dall’altra parte del mondo.

Merita una menzione particolare anche la scena del campo da calcio, dove i ragazzi di Timbuktu sono costretti a rinunciare al pallone, proibito dalla nuova legge islamica, ma non rinunciano a giocare. Nei loro scatti sorridenti, nelle espressioni vive, allegre, nei loro dribbling, in una partita di calcio che si gioca senza il pallone, con la pura forza della fantasia, in quelle immagini è presente ancora una volta la grandezza umana: di quell’essere umano che più di chiunque altro, nonostante inciampi spesso nel male, e nel peccato orrendo di uccidere i propri simili,  sceglie anche di vincere, di gioire e di abbracciare i propri compagni.

Timbuktu, una produzione Les Films du Worso, Dune Vision, con Arches Films, ARTE France Cinéma, Orange Studio, distribuito da Academy2, è candidato all’Oscar 2015 come Miglior film straniero. La sua uscita nelle sale italiane è stata fissata al 12 febbraio 2015.

GUARDA LA FOTOGALLERY DEL FILM TIMBUKTU

TIMBUKTU – Il trailer del film