Tori Amos a Milano: emozioni per un concerto impossibile da dimenticare

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Quando entro nel Teatro degli Arcimboldi ha da poco iniziato a piovere, quasi a ricordare che è ormai Autunno anche se molti si ostinano a vestire come se fosse Estate, me compreso. Poco prima, nel bar di fronte il teatro, avevamo chiesto due porzioni di quella “piadina con crudo e mozzarella” solo per essere corretti dalla gentile barista che ci ricorda che non è una piadina ma una ricetta sarda, poi ci siamo messi a guardare le persone che si avvicinavano per partecipare al concerto di Tori Amos. Ero abbastanza curioso di capire chi, come me, ascoltasse la cantautrice statunitense, e non sono rimasto sorpreso di notare una specie di patchwork umano che fa molto… Tori Amos. Dagli stranieri che come noi bevevano o mangiavano qualcosa prima di entrare, agli italiani piuttosto variopinti, tra alternativi, nerd, persone più tradizionali ed altre più indecifrabili. Certo, c’erano anche le signore di mezza età vestite come per la Scala ma in generale si respira un clima da melting pot e non è sorprendente che a quelli che rimangono dentro a mangiare qualcosa si affianchino gli altri che escono per sedersi ai tavolini fuori o a mangiare a due passi dalla pioggia. “Clima che fa molto Native Invader” mi fanno notare. In effetti è così. Ci si avvicina al concerto quasi con riverenza perchè sai già che sarà un viaggio fuori da cuore&amore, dentro piccoli terremoti, e sai anche che “non ci vuole poi così tanto per finire ridotto in piccoli pezzi”.

All’interno la band di accompagnamento suona gli ultimi pezzi mentre le persone prendono posto ed applaudono con convinzione un cantante con una bella voce, che sembra gradire. Poi viene il buio ed una piccola Tori Amos esce e saluta per poi prendere posto tra il Boesendorfer nero e le tastiere rosse mentre parte la base di Iieee ed iniziano a sentirsi le voci di fondo e le luci vanno sul rosso intenso. Forse per un minuto, magari un minuto e mezzo, ho l’impressione che Tori voglia più cantare che suonare stasera perchè sono sorpreso dalle basi e dal non vedere almeno qualche corista mentre ascolto le voci. E’ il mio primo concerto di Tori Amos e non ho ancora capito che questo sarà un one-woman-show, non ho ancora capito che questa sarà una ribellione allo stereotipo che vuole il pianista suonare i grandi classici o impegnarsi in qualche tentativo di jazz.

Well I know we’re dying
And there’s no sign of a parachute
In this Chapel
Little chapel of love

Ci vuole poco perchè si sentano subito i tocchi sul pianoforte o sulle tastiere e la voce di Tori cantare come non mi aspettavo, quasi come sentirla attraverso un CD. Non posso non rimanere sorpreso ed è per questo che inizialmente sembra quasi troppo perfetto e devo essere rimasto fermo ad ascoltare (spero non con la bocca aperta) almeno tutta Iieee prima di accettare di entrare nell’atmosfera ed iniziare il viaggio in compagnia di piccoli giochi di luci e qualche raro sfondo perchè tutto girava attorno alla cantautrice ed al suono forte della sua musica che risuonava in modo meraviglioso in quel teatro. Sapevo che Tori Amos alterna concerti con una band e più strumenti ad altri in cui vuole essere sola sul palco ma il risultato di quest’ultima versione è quasi sconvolgente. Passa Butterfly e poi Nothern Lad e sono sorpreso dalla bravura con cui Tori canta dal vivo ed inizio a capire quanta perfezione ci sia in quel concerto nonostante le basi che inizialmente mi avevano lasciato perplesso.

Tori Amos rifiuta di essere considerata una semplice pianista e suonare qualche arrangiamento particolare di classici o rivisitazioni di questa o quella canzone popolare ma vuole portare il pianoforte dentro la musica pop in modo strutturale e non come accompagnamento di qualche lacrimevole canzone su come ci siamo lasciati male. Per farlo, quegli strumenti devono essere parte di una struttura di molto più complessa che la cantautrice statunitense vuole riportare nei suoi live. La prima parte del concerto si chiude con una Pancake molto appassionata che segue Spark e una bellissima Pretty Good Year, una delle mie canzoni preferite di Tori Amos. Già si sono viste tante cose con cui Tori vuole rendere speciale l’esibizione, dai passaggi al volo tra il piano e le tastiere alla capacità di suonare i due strumenti insieme e cantare nello stesso momento, fino alla classica gamba destra portata all’indietro per guardare direttamente il pubblico mentre suona seduta. Canta con pochissime pause, scartabellando tra i fogli che ha davanti tra una canzone e l’altra. Canta tanto, all’interno di un copione che alterna basi con le quali bisogna essere precisi a canzoni in cui piano e sintetizzatori sono la parte fondamentale e lei può interpretare con più libertà.

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Segue una piccola parte con due cover, She’s Always a Woman di Billy Joel e Lovesong dei Cure, che ha la forte connotazione politica data dal logo di Fox News Channel, la televisione statunitense vicina ai Repubblicani, con al posto del nome il testo Fake Muse Channel. La canzone di Billy Joel va sicuramente interpretata come una critica alla visione della donna nella Destra statunitense, non solo con riferimento evidente alle numerose gaffe di Donald Trump ma anche ai numerosi scandali di cui spesso proprio Fox News è stata protagonista. Se la prima delle due cover ha un messaggio più razionale, la bellissima ed intensa versione di Lovesong cantata da Tori è invece più passionale, irrazionale, ossessiva, un richiamo forse alla possibilità di essere passionali e razionali insieme nel rispetto delle altre persone. Pur avendo scritto tantissimo sulle donne a partire dall’album di esordio, Under The Pink – un riferimento esplicito -, la Amos ha scelto canzoni di altri compositori per il suo messaggio. A me personalmente, le parole di Robert Smith cantate da Tori Amos hanno dato i brividi. La Lovesong di Milano è stupenda.

Nella terza parte arriva la prima (ed ultima) canzone di Native Invader della serata: Reindeer King. Devo ancora ascoltare bene il nuovo album che mi è sembrato un ritorno alla pulizia sonora dei primi lavori, ma Reindeer King è molto evocativa e spirituale ed è seguita da una lunga e bella Apollo’s Frock e poi da una bellissima Flavor dal vivo che riporta gli spettatori più nel pop dopo un lungo momento in cui il piano e le tastiere avevano preso la scena. Ma con Marianne si ritorna a Tori ed il suo Boesendorfer per una canzone che è stata una delle più emozionanti della serata. Pochi possono mettersi al piano e cantare di ragazze uccise o “suicidate” dall’indifferenza e dal conformismo e non risultare stucchevoli o banali. Marianne è stato uno dei momenti migliori del concerto di Tori Amos a Milano.

Ufficialmente il concerto si chiude con una intensa versione di Bliss, molto energica e cantata con tanta passione ma è chiaro a tutti che Tori non può andare via così anche se sbatte il copritastiera e saluta. Mentre il pubblico si alza, non per andare via ma per capire se sia davvero tutto finito, la Amos torna a cantare Leather, la più scanzonata del concerto e che diverte lei stessa che per la prima volta si lascia andare e gioca direttamente con il pubblico prima di chiudere con una bellissima versione di A Sorta Fairytale che dura più di 10 minuti, molto ritmata e coinvolgente che spinge le prime file ad iniziare a ballare seguendo la stessa artista che sembra ancora più che carica.

I don’t
didn’t think
we’d end up like
like this

E poi è tutto finito. Si accendono le luci e qualcuno prova ad applaudire di più per stuzzicarla, senza riuscirci, e quando la musica di sottofondo riparte si capisce che il viaggio è terminato. Fuori continua a piovere e le persone escono dal teatro quasi continuando a pensare a quello che hanno appena visto e sentito, parlando fra di loro a bassa voce, sorridendo ma con la cautela che si mostrerebbe alla fine di un viaggio intenso, di ritorno da una lunga sera d’Estate.

Ci si distribuisce tra le vie attorno all’Arcimboldi o si attendono i taxi per andare via, ci si prende un bel po’ di pioggia e, nel mio caso, si trova anche il tempo di lanciare per errore lo smartphone a terra. Sono venuto appositamente a Milano, ho camminato sotto la pioggia all’andata ed al ritorno ed ho anche rotto il display dello smartphone: è passato esattamente un mese e non ho mai pensato, neanche una volta, che non ne fosse valsa la pena.

Tori Amos a Milano – Video #1

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Tori Amos a Milano – Video #2