Una reazione Vibonese: il docufilm di Vincenzo Greco e il riscatto di una città

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

Lo sport può essere strumento virtuoso, veicolo entusiasmante e nobilissimo, arricchito da una valenza sociale che in assoluto non ha eguali. Lo è in particolar modo il calcio, che, quando non si abbandona a depravazioni votate al business o alla violenza, riesce a manifestarsi non solo elemento di fortissima aggregazione, ma metafora che può allargarsi a contesti ben più importanti della classica partita di 90 minuti fra ventidue giocatori in campo. “E nci ficimu a facci tanta – Una reazione Vibonese“, docufilm di Vincenzo Greco, racconta soprattutto questo.

Tutto inizia da un’ingiustizia sportiva che, nel 2017, vede la mancata riammissione della società di calcio Vibonese in Lega Pro. Una decisione assurda e grottesca, scaturita all’interno della Federazione Italiana Gioco Calcio, nell’anno forse più buio della propria gestione, coinciso, non a caso, con la mancata qualificazione ai Mondiali di Russia. Di fronte a questa discutibile sentenza, nessuna resa, nessuna recriminazione. Solo la voglia di andare avanti, per riconquistare sul campo ciò che era stato tolto da una burocrazia ottusa e da logiche torbide mai limpidamente chiarite. E qui entra in gioco Vincenzo Greco, affermato professionista (dirigente del Ministero dell’Interno, nonché docente LUISS, e – non ultimo! – storico re apprezzato collaboratore di NoteVerticali), romano di adozione ma soprattutto vibonese di nascita, che decide di tornare a quelle origini mai rinnegate né nascoste, per seguire il campionato di calcio che vede impegnata la sua Vibonese. Una cavalcata straordinaria, che porterà alla promozione in Serie C al termine di un sofferto spareggio con il Troina, che Greco documenta in un lavoro che è sociologico e sportivo insieme, perché offre un originalissimo spaccato di vita in cui oltre a Vibo Valentia può riconoscersi la Calabria e con lei tutto il nostro Sud, e la voglia di lottare contro ogni disfattismo per giungere a traguardi più che meritati. Non è un caso, infatti, che lo sguardo del regista (che è anche autore e interprete di “Belle giornate” e “Raccontami di te”, due brani suggestivi e intensi, scelti come colonna sonora del lavoro) diventi laterale, puntato più sui dettagli e sui particolari. Non una semplice passerella di gol e tifosi in delirio, quindi, ma il racconto del riscatto di un’intera comunità.

Abbiamo incontrato Vincenzo Greco alla vigilia della proiezione estiva del docufilm, in programma Lunedì 13 agosto alle 21 al Parco delle Rimembranze di Vibo.

Partiamo dall’inizio. Perché questo amore sfrenato per la Vibonese, e come è nata l’idea di raccontare la tua passione calcistica in un docufilm?
La passione per la Vibonese c’è sempre stata. È pur sempre la squadra della mia città di nascita e di vita dei miei primi dieci anni. Purtroppo, vivendo a Roma, non ho mai potuto seguirla come avrei voluto. Quest’anno, però, dopo la forte ingiustizia subita, è scattato qualcosa. E ho cominciato a viaggiare per seguire la squadra e tifare. L’idea folle di fare un film è nata per gioco. Stavo andando al lavoro, sullo scooter – mezzo sul quale, chissà perché, mi vengono spesso idee creative e iniziative – stavo ascoltando “Tonight, tonighr” degli Smashing Pumpkins e ho pensato a come sarebbe stata bella come colonna sonora delle azioni d’attacco della Vibonese. Infatti la versione originale del docufilm inizia con quella canzone. Poi ho dovuto cambiare per motivi legati a pretese troppo alte sui diritti d’autore. E ho messo solo musiche mie. L’idea iniziale era fare un video privato che raccontasse i viaggi con mio figlio per veder giocare la squadra. Poi qualcuno mi ha convinto a dare un respiro più collettivo. E il passo è stato breve. Anche se molto faticoso. Immagina viaggi, trasferte, organizzazione delle interviste, materiale da raccogliere.

Lo strumento del docufilm conferisce dignità di testimonianza a un’esperienza che meritava di essere raccontata. Il tuo docufilm è la storia di un riscatto. Un riscatto che non è solo il riscatto di una squadra di calcio. E’ il riscatto di una comunità periferica rispetto alla centralità che è troppo abituata a vincere. E’ così?
È proprio così. L’ingiustizia subita ha del clamoroso. Ne ho persino fatto oggetto di una lezione all’Università dove insegno, come esempio di abominio giuridico argomentativo. Le strade erano due. O piangersi addosso, e dare la colpa al “sistema” come fanno molte tifoserie (e non solo) complottiste da me molto distanti per mentalità. O rispondere in concreto, vincendo sul campo. Sono orgoglioso di aver fatto parte, come tifoso, di una storia di riscatto e non di lamento. E ancora più di averne dato testimonianza. L’ho fatto anche perché rimanga come esempio. Pure personale. Lo uso anche con mio figlio, quando si arrende davanti a una sfida: “Fai come la Vibonese!”. E con me stesso. I ragazzi della squadra, e la società, sono stati preziosi per una comunità intera. Forse non lo hanno capito del tutto. Se ne renderanno conto in modo compiuto forse tra un po’ di tempo. Io spero che il mio docufilm possa avere anche questa funzione: costruire consapevolezza e dare la carica, ogni tanto.
E questo anche a livello sociale e politico. Vibo Valentia sta vivendo un momento difficile. Occorre una reazione analoga a quella che ha vissuto a livello calcistico. E quindi voglia di vincere, di farcela. Cosa che può realizzarsi solo se si recupera il senso di comunità. E di unione. La forza della Vibonese è stata la compettezza del gruppo e i valori dei giocatori, non solo sportivi ma anche umani. I cittadini vibonesi hanno questo esempio da seguire. Unirsi per il bene della città. Così potranno vincere tutti insieme.

La Vibonese solleva la Coppa per aver vinto il campionato di serie D. La Vibonese solleva la Coppa per aver vinto il campionato di serie D.

Quanto c’è di genuino oggi nel calcio professionistico?
Poco. La stagione della Vibonese è stato anche un recupero di valori genuini. A volte mi è sembrato di essere calato in un calcio antico. Forse negli anni ’50 e ’60 il clima era così. Anche a livello di tifoseria. Gli ultras della Vibonese non hanno mai offeso nessuno. Durante lo spareggio di Reggio Calabria dalla curva del Troina sono usciti cori offensivi verso i vibonesi. Io ero sotto la nostra curva, e temevo il solito ping pong di offese. E invece i vibonesi hanno continuato i loro cori di incoraggiamento, dando la migliore risposta agli insulti: silenzio e indifferenza. E questo perché c’era tutta una comunità concentrata sull’obiettivo. Quello è stato un segnale forte. Noi eravamo più concentrati di loro sull’obiettivo. E questo dimostra che se non ci si perde in chiacchiere si possono raggiungere i risultati. La tifoseria vibonese ha dimostrato professionalità. Spero che continui a farlo, incoraggiando la squadra e la società, anche nel momento delle sconfitte, che inevitabilmente ci saranno. E spero che questo cambio di passo possa riguardare tutti, dai tifosi alla società. Senza perdere la genuinità, e anche una certa goliardia, che ha contraddistinto questa stagione.

Quali sono state le reazioni della società e dei tifosi rispetto alla tua iniziativa?
Tanta curiosità e interesse. La società mi ha aperto le porte di luoghi sacri come lo spogliatoio del prepartita. Temevo di venire vissuto come un intruso. E invece sono stato non solo accolto, ma anche incoraggiato. I tifosi – dai ragazzi della Curva Est ai Supporters alla Vecchia Guardia, ai miei Cani Sciolti – sono stati splendidi. Ho intessuto rapporti di amicizia e umani che vanno al di là del tifo comune. Il Presidente Pippo Caffo è stato splendido. Persona amabile e cordiale, ha capito lo spirito del progetto. Si ricordava di mio nonno. Sono cose che solidificano i rapporti. Danilo Beccaria, il direttore generale, è stato disponibile da subito, molto alla mano, un vero innamorato della Vibonese. Che nelle trasferte va con i tifosi in curva. Con lui e Caffo la Vibonese si è resa popolare, c’è una simbiosi tra dirigenza e popolo che andrebbe seguita anche in altri livelli e contesti. Anche Simone Lo Schiavo, il direttore sportivo, si è da subito incuriosito il progetto, e mi ha reso più facile il contatto con la squadra, come l’addetto stampa Roberto Saverino, un professionista corretto, con il quale è scattata simpatia da subito.

Pippo Caffo, presidente della Vibonese Calcio. Pippo Caffo, imprenditore, presidente della Vibonese Calcio.

Qual è il ricordo più bello di questa esperienza?
Ti svelo una cosa che potrà sembrare blasfema o esagerata (così io stesso la giudicherei, se non l’avessi vissuta). Durante i mesi di andirivieni Roma-Vibo-Roma ho avuto una determinazione a finire il mio lavoro sempre più forte. A un certo punto, durante uno dei nostri viaggi, chiedo alla mia compagna “Ma cos’è che mi sta facendo fare tutto questo casino?”. “Io lo so” mi risponde. Cala il silenzio. Dopo qualche chilometro, me ne esco “C’è lo zampino di mio padre?” (andato via un anno fa). E lei: “Io penso di si”.
Mio padre non era interessato al calcio, ma era molto orgoglioso delle sue origini. Ed era dispiaciuto che io non lo fossi come lui. Insomma, secondo me ha trovato il modo di farmi recuperare questo orgoglio, utilizzando la mia smisurata passione calcistica.
Sul campo del Granillo a Reggio Calabria, dopo i tempi supplementari dello spareggio, mentre vado verso la porta dove si sarebbero battuti i rigori, io mi ricordo di questo presentimento, volgo lo sguardo in alto, e dico “Se è vero tutto, non può finire con una sconfitta”. E vengo pervaso da una sicurezza forte quanto tranquilla che vinceremo. Ricordo che incrocio lo sguardo preoccupato di Bruno Tamburro (peraltro, di Sant’Onofrio, come mio padre, paese vicinissimo Vibo) e gli dico…”vinciamo sicuramente!”.
Lo dico anche a qualche giocatore.
Mi metto dietro la porta a filmare. Non puoi capire come stavo. Lì c’era il tifoso, il folle che si era fatto migliaia di chilometri per filmare e di notti in bianco per montare, il figlio che aveva stabilito un contatto col padre, barcollando tra la paura dell’illusorio e la speranza del vero. Al rigore decisivo di Arario, comincio a correre e a piangere. Nel filmato si sentono i miei singhiozzi. Corro verso Riccardo Mengoni, il portiere, e poi verso Gabriele Franchino )con entrambi ho stretto un bel rapporto) e piangiamo di gioia. Una emozione intensissima, indimenticabile. Ecco: in quel momento preciso io sono stato felice, di una felicità pura e totale. Poi abbraccio Bubas, sempre gentile e sorridente, il capitano Obodo che, in piena trance agonistica, continuava a ripetermi “Amico mio, ce l’abbiamo fatta”.
Lì a Reggio non c’era solo una comunità di tifosi. Tutti noi portavamo qualcosa in più di noi e del tifo. Io portavo mio padre e la folle idea di raccontare un riscatto. Gli altri portavano altro. Secondo me, c’erano tante forze dal Cielo: tanti pensavano ai loro cari che non c’erano più. E gli anziani che c’erano li ho visti commossi, piangere come bambini, abbracciarci. Non è stato solo calcio, non è stato solo tifo. E non a caso il docufilm è tutta una preparazione alle scene di Reggio. Raccomando la prima volta di vederlo per intero, e non a spezzoni, per rivivere meglio quelle scene.

Vincenzo Greco, con la sua inseparabile videocamera, con uno dei giocatori, Gabriele Franchino, la sera del festeggiamento dopo la vittoria allo spareggio. Vincenzo Greco, con la sua inseparabile videocamera, con uno dei giocatori, Gabriele Franchino, la sera del festeggiamento dopo la vittoria allo spareggio.

Nella tua avventura da tifoso hai coinvolto tuo figlio Giovanni. Quanto hai imparato dalla sua innocente felicità di baby tifoso?
Tutto questo non ci sarebbe stato senza Giovanni. Purtroppo motivi da me non dipendenti non gli hanno permesso di stare a Reggio. Ma quando si è potuto, senza che abbia perso un solo giorno di scuola, abbiamo vissuto insieme tutto questo. La sua innocenza, il suo diventare amico, a suo modo, dei giocatori, la sua passione mi hanno fatto riflettere sulla potenza del messaggio calcistico. È proprio prerazionale, nel senso che anticipa qualsiasi ragione. Il calcio è uno sport semplice: basta una palla, spesso neanche quella. Ricordo partite fatte con pallette di carta. È per questo che entra subito in contatto con il mondo semplice dei bambini. Nelle scuole potrebbe essere usato come veicolo per raccontare le cose umane, storie esemplari, valori da coltivare.

Che programmi ci sono per la prossima stagione? Continuerai a seguire la tua squadra con lo stesso ritmo di quest’anno?
Questa stagione è stata irripetibile. L’ingiustizia, la rimonta, lo spareggio vinto ai rigori. Una trama più intricata ed emozionante non poteva esserci. Quindi non è mia intenzione ripetere la stessa cosa, anche perché ripetersi non fa mai bene. Neanche potrei sopportare ulteriori costi umani ed economici (io l’ho fatto per passione senza alcun intento economico) di un lavoro del genere. Per notti sono andato a dormire quasi all’alba. Conciliare con i miei impegni lavorativi che cominciavano poche ore dopo l’alba non è stato facile.
Però non starò neanche fermo. Ormai senza Vibonese, anzi senza stare sul campo, a diretto contatto con giocatori e tifosi, non so stare. Anche perché tutto questo per me è benzina emozionale per affrontare altri miei progetti e il resto delle cose della mia vita. E quindi troverò il modo di continuare sulla scia intrapresa, magari con brevi monografie. Andare più a fondo del lato umano e sociale di alcuni protagonisti e di certe dinamiche. Io non voglio più vedere Vibo Valentia così decadere, e siccome, come dico nella canzone, sulla mia carta d’identità alla voce professione c’è scritto “Sognatore lottatore”, continuerò a fare qualcosa per questa città, raccontando la sua voglia di riscatto.

Per acquistare il dvd con il docufilm “E nci ficimu a facci tanta – Una reazione Vibonese”: https://www.calzetti-mariucci.it/, oppure scrivere alla Vibonese o all’autore.