Vasco forever: cosa resta dopo Modena Park

NoteVerticali.it_Vasco Rossi

Nasce a Milano qualche anno fa. Usa la scrittura come antidoto alla sua misantropia, con risultati alterni. Ama l’onestà intellettuale sopra ogni altra cosa, anche se non sempre riesce a praticarla.

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E’ ancora possibile scrivere qualcosa su Vasco? Il concerto di Modena è stato la corretta celebrazione di 40anni di carriera, un evento cui hanno partecipato più dei 225mila presenti al Park. Diretta televisiva e cinema hanno portato il bacino dell’utenza a più di 5 milioni di persone. Perché anche chi finge di non gradire le canzoni del rocker di Zocca, non riesce a fare a meno di dedicare all’Artista (a maiuscola voluta) una sana e rispettosissima indifferenza. Proviamo a mettere ordine a quello che è successo. Sabato 1 luglio 2017 è andato in scena un evento che si ripete da qualche anno quando a muoversi, è il creatore della colonna sonora di tre generazioni d’italiani. Osservando gli spettori di una delle ultime tournée: quella del 2014, ma anche quella del 2004 ci si accorgerebbe subito, di come le folle hanno sempre risposto a Vasco. Questa volta la decisione di giocare tutto in una serata è stata record, ma solo per questioni di spazio.
Sfortunatamente non esiste un’arena in grado di contenere cinque milioni di persone, altrimenti e solo per una notte il sig. Rossi sarebbe arrivato anche lì.
Il concerto è stato ottimamente pensato e realizzato: tre ore e mezzo di musica che hanno coperto l’arco temporale di carriera del Komandante. Partendo da Colpa d’Alfredo (vicenda ironica e poco buonista ambientata in Emila), Vasco ha ripercorso tutte le perle che hanno aiutato tante persone a sviluppare gli anticorpi necessari per affrontare ogni età della vita.
Testi attualissimi, come quello di Ogni volta, che rimangono veri e propri punti di riferimento simili a dei medicinali da cantare ad alta voce . E’ difficile trovare un punto debole dello show. E’ difficile non lasciarsi trasportare e provare a fare un’analisi giusta di quello cui abbiamo assistito.
La maniera migliore per parlare di Vasco è parlare delle persone che lo seguono e che negli anni si sono moltiplicate abbracciando nuove generazioni di giovani che si sono avvicinati alla sua musica. “Vasco è filosofo, Vasco è vita, Vasco fa bene” diceva un ragazzo che avrà avuto meno di vent’anni ad una troupe televisiva, ed erano solo le 2 del pomeriggio.
Seduto con lui un signore attempato che avrebbe potuto essere suo nonno, indossava la maglia di un live del 1983 e fiero intratteneva un capannello di persone raccontando le gesta del primo Rossi, quello che faceva concerti davanti a 2000 persone.
Chi scrive non ricorda nemmeno il numero esatto di esibizioni live viste del Kom ma ogni volta il pubblico è stato parte stessa dello show. Proseguendo nella mera e riduttiva cronaca le canzoni si alternano senza che ci sia un momento di morta, titoli troppo importanti perché abbassino il ritmo. Non mi va, Vivere una favola, La nostra relazione sono solo da ascoltare.
Un libro è bello quando è vero, diceva un grande scrittore. Vasco è bello perché è vero, la sua capacità di mettersi sullo stesso piano di narrazione del pubblico a cui si rivolge è il suo maggior talento.
Alcuni musicisti riescono ad arrivare narrando storie, anche splendide, con un lessico molto più forbito, Vasco va oltre. Tocca con parole semplici le corde di ogni individuo e rende dubbi, tristezze e gioie a chiunque provi ad ascoltare. Arriva perché si intuisce come determinate derive le abbia vissute in prima persona, lui non nasconde nulla e condivide attraverso la musica e le parole. “Quando non ti piace Vasco non è un problema di Vasco” dice una donna all’amica mentre canta Rewind. Il modo più esatto per descrivere una parte musicale della nostra storia recente è questa frase. Alla stregua di Elvis o Marilyn, il sig. Rossi ha perso il cognome per sopraggiunti limiti di talento e non sarà mai bollito, da abbandonare o ridicolo. Lo si vede correre sul palco e intrattenere fino alla fine, passando da Liberi liberi (pezzo che aveva recentemente accantonato nei live) a Stupendo. Si ferma poi per qualche medley, dove riprendere il fiato e regalare chicche come: Ridere di te o Va bene , va bene …così. Nessuna paura, fino alle classiche Vita Spericolata e Siamo solo noi, un inno transgenerazionale che tutto il paese conosce a memoria. Ci sono pochissime occasioni, dove esserci, è questione d’onore. E alla fine di tutto dopo la classica AlbaChiara, un gruppo di persone continuava a cantare “Uno di Noi, Vasco uno di Noi” mentre la folla stava defluendo. Uno degli organizzatori, con calma, si avvicina al più piccolo e dice “Ragazzi scusate il concerto è finito”, il gruppo smette il coro e il più minuto risponde “Ci scusi , grazie. Ma Vasco è eterno”. Questo, a parare di chi scrive, è stato l’ultimo bis e il segreto di un successo. Gli appassionati sollevano il mondo, gli scettici lo fanno ricadere.