#Venezia74: Mother, critica e pubblico condannano il film di Darren Aronofsky

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Fischi alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta di ‘Mother‘ di Darren Aronofsky. Alla fine sono arrivati, per uno dei film e degli autori più attesi di quest’anno. Critica e pubblico hanno condannato il film che racchiudeva quelle che erano tutte le preoccupazioni più urgenti del regista: «Una mattina, angosciato per tutto quello che sta accadendo al nostro mondo, mi sono svegliato e ho avuto l’idea di questo film». Urgenti appunto: «Ho sempre impiegato anni per dare alla luce un progetto, questa volta mi è venuto fuori in 5 giorni».
La storia di un matrimonio, lei, la madre (Jennifer Lawrence) giovane donna innamorata, accondiscendente, premurosa, musa di lui, semplicemente lui (Javier Bardem), scrittore egocentrico nel mezzo di una crisi creativa. I due si sono appena trasferiti in una casa misteriosa, isolata, in campagna, distrutta in passato da un incendio e poi ricostruita da lei, pezzo dopo pezzo, con instancabile dedizione. Un uomo (Ed Harris) rompe la tranquilla convivenza dei due presentandosi sulla soglia di casa. Ben presto la moglie (Michelle Pfeiffer) lo raggiungerà e dopo di lei i due figli. L’instabilità della famiglia ospite porterà a mille inquietudini all’interno della casa, sconvolgimenti, eventi nefasti dall’epilogo tragico. L’atmosfera si carica di mistero e tensione fino a quando l’ispirazione arriva allo scrittore, d’un tratto, una mattina, e dopo qualche tempo l’opera è conclusa. Il lavoro è superbo e viene presto pubblicato. L’intimità della coppia, che ora aspetta un bambino, è di nuovo minata dai molti fans che riempiono la casa, dai giornalisti, dalle TV. La situazione degenera, la casa è invasa da estranei. «Ho messo la società intera all’interno di una casa, e l’ho distrutta», ha affermato il regista in anticipazione alla prima del film in concorso al festival di Venezia. In un’atmosfera d’angoscia e suspense crescenti, Aronofsky si interroga sul ruolo dell’ispirazione artistica, sull’egoismo dell’amore, sull’uomo e sulle sue incorreggibili inclinazioni, sul suo bisogno di idoli, di guide, sulla sua insaziabile fame. Il film è dunque «il mio urlo alla luna piena» ha affermato alla stampa, e ancora «come un percorso sulle montagne russe. Non tutti sono disposti ad andarci».
La prima parte del film si avvolge nei toni del mistery, dell’horror, del dramma familiare se vogliamo, eppure fin dalle primissime immagini (lei avvolta dalle fiamme) si apre allo spettatore lasciandolo a una premessa ammonitrice: non sarà solo questo, c’è qualcos’altro, preparatevi. Un’immagine forte, che si fa ricordare, che già puzza di finale. Le pareti della casa, le visioni di lei che invadono lo schermo a intervalli regolari, questo suo trascinarsi da una stanza all’altra, in lungo e in largo, da sopra a sotto, la cura quasi maniacale con la quale sostiene e costruisce pezzo dopo pezzo questo loro “paradiso”, e poi ancora la compassionevole tenerezza di lui nei confronti di lei, lampante fin dai primi scambi di battute, che non fa pensare all’amore no, ma piuttosto a una sorta di reazione che funge da contrappeso al sentimento incondizionato che invece prova la moglie, reazione necessaria quanto basta a tenerla vicina, lei, musa ispiratrice, lei fonte di alimento per l’ego di lui. Insomma, fin da subito qualcosa sta cominciando a deteriorarsi, a consumarsi, a diventare scuro. Ma tutto ciò è abilmente mascherato fin quando il film prende ‘in prestito’ quelle caratteristiche proprie dei generi a cui sembra appartenere. Ma la premessa c’è stata, quel qualcosa in più ci sarà, prima o poi, ti ronza in testa sotto forma di domanda, la domanda suscita interesse, ma quando arriverà? É un presagio che tarda a compiersi, ma il film ha un’intenzione celata, un cuore nascosto, e allora? che tutto questo possa essere null’altro che un teatrino? un castello di carta? La mente dello spettatore si apre a molte possibili soluzioni, il film si fa seguire. Aronofski mischia tutti gli elementi di genere propri del suo cinema con equilibrio, li supporta con un buon ritmo, con ottime interpretazioni, con una buone dose di calibrata tensione. L’atmosfera che aleggia è ovattata, cupa, resa attraverso una regia improntata su una visione molto soggettiva, quella di lei appunto, con una cura e un’attenzione all’aspetto sonoro e a quello visivo che permette una buona immersione in tutta la faccenda fin qui. Ma il film tarda a svelare se stesso, si dilunga, si fa aspettare. Poi prende un respiro ed esplode all’improvviso. Ma facciamo un passo indietro. Prima della fase finale lo spettatore seppur coinvolto è sfiancato e reso dubbioso dagli eventi, mantiene il suo interesse sebbene molto prima dell’epilogo non sia già più in grado di immagazzinare e processare tutti gli spunti che il film si propone di fornire per una corretta, o quantomeno coerente interpretazione: c’è una coppia, lei “a servizio” di lui, lui in crisi creativa, accondiscendenza da una parte, frustrazione dall’altra, soffocamento, poi apertura, un’intrusione, il misfatto, la crisi, le visioni, un oggetto misterioso, un incendio, una ricostruzione, un nuovo spiraglio di speranza, una poesia da scrivere che sa tanto di “formula magica”…Pezzi sparsi di un puzzle complesso, già troppo complesso ancora prima di svelare il suo assetto finale, già la sensazione d’aver perso la bussola, che ci sia troppo in ballo, che questo troppo voglia pure dir qualcosa si, ma qualcosa di mal assortito, esagerato, indigesto. Il micro-cosmo della casa si apre, diventa mondo, il film si smaschera. Il finale implode su sé stesso, fa un baccano insopportabile, in questo chaos infernale sguazza tutto ciò che di peggiore ha l’uomo in fondo all’anima; l’uomo civile, dei nostri tempi, l’uomo moderno, l’uomo bestia in realtà, l’immutabile uomo bestia, sempre lo stesso, famelico, vorace, insaziabile e propenso sempre e comunque alla distruzione, allo sfascio, alla bassezza e alla bestialità più assoluta, e al tempo stesso all’idolatria, al costante e imprescindibile bisogno d’una guida.
Considerando che il film si propone di accollare tutto ciò all’umanità in quanto specie, evidenziandone alcune caratteristiche piuttosto che altre al fine di esprimere un concetto tramite una vicenda che di fatto è una metafora, considerando il personaggio di Bardem come una sorta di Dio creatore e quella della Lawrence come una musa necessaria al Dio per poter arrivare alla “perfetta soluzione”, considerando la poesia che lo stesso Bardem cerca ed infine arriva a scrivere come uno, o uno dei tanti, tentativi per arrivare a questa ”perfetta soluzione”, e infine considerando noi, tutti noi poveri uomini per quanto meschini e bestie immonde sempre e comunque meritevoli di perdono, di un altra possibilità, meritevoli di questa perfetta soluzione appunto, considerando tutto ciò si può arrivare a dire che il film abbia pretese filosofiche belle e buone. In questo contesto finale, apocalittico, biblico, ma anche assurdo nel senso bunuelliano del termine, tutti questi elementi risultano come parole risonanti in una frase insensata. Non che l’intenzione non sia arrivata, è arrivata, e per quanto discutibile non è comunque da condannare completamente. Certo un po’ più di tatto nell’affrontare tematiche simili non avrebbe guastato, ma le scelte di forma sono sempre opinabili, infatti l’impiccio non sta nell’esagerazione in sé, o nel cannibalismo, o nella violenza, nella generale irriverenza di come la vicenda è stata trattata nel finale insomma, ma il fatto che tutto ciò non indirizzi chi ti ascolta e chi ti guarda verso una visione compiuta. É chaos che porta al chaos. L’irriverenza è ingiustificata e quel che rimane è una sensazione di fastidio e disappunto.

MOTHER (USA 2017 Thriller/Dranmatico). Regia di Darren Aronofsky, con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris. Michelle Pfeiffer. Prodotto da Protozoa Pictures. Distribuito da 20th Century Fox.