Viaggio in Italia: in scena il paese fiero delle proprie radici culturali

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È un viaggio, certo, ché il nome non inganna e mantiene, anzi, tutte le promesse, in primo luogo quella di qualità e bellezza, ma allo stesso tempo non è solo un viaggio: è la messa in scena dell’Italia che conta, che incontra, quella che va fiera delle proprie radici, molteplici e mai autoritarie, senza farne uno sterile vanto; quella che sa di essere sì una, unita, ma grazie alla diversità, un mosaico culturale la cui compattezza sta proprio nella natura mutevole delle sue tessere, questo Viaggio in Italia che il collettivo di giovani e giovanissimi RadiCanti porta in scena al Teatro Marconi di Roma.

Tra teatro e canzone, gesto e parola, corpo e suono, attraversiamo, nel tempo e nello spazio, tutta la Penisola, incontrando di volta in volta i ritmi specifici di ogni regione, gli accenti più diversi, in un percorso musicale solo apparentemente disorganico.

Da una Puglia arcaica e quasi pre-culturale (Nenia Grika) alla Lombardia degli Anni Cinquanta (E prima di andare via), dall’antico Trentino (Ai preât la biele stele) alla Toscana dei primi del Novecento (La leggera), passando per il Piemonte medievale (La Bergera) e il Settecento campano (Il canto dei Filangieri), questo gruppo di impeccabili interpreti e musicisti (nonché di interpreti-musicisti, fatto fondamentale e tutt’altro che scontato) ci accompagna a scoprire i canti e le canzoni, i suoni e gli umori culturali di tutte le regioni d’Italia, costruendo un tessuto di atmosfere che si affiancano o si affrontano, si uniscono o competono, in un impasto di voci e di storie che sa commuovere e divertire con la stessa efficacia.

Grazie alla forza di arrangiamenti (curati da Piero Fabrizi) sempre in grado di coniugare tradizione e contemporaneità e a interpretazioni mai scontate, eccoci allora bersagliati dai ritmi serratissimi dei tamburi e delle chitarre di Diavule Diavule (interpretata dall’irresistibile brio di Walter Silvestrelli), o inchiodati dalla feroce delicatezza della Serenata sincera (vissuta, più che cantata, da Eleonora Tosto, la cui voce sa maneggiare luce e buio con uguale intensità), o, ancora, storditi e gettati quasi in una dimensione altra, onirica, da una serie di Ninne nanne sovrapposte, armonizzate a quattro voci (quelle diversissime ma complici di Giulia Olivari, Marta Lucchesini, Sara Franceschini e Paola Bivona – ed è una cifra stilistica, questa sapiente e precisissima abilità nelle armonie, che è uno dei fiori all’occhiello dell’intero spettacolo). Il tutto suggellato da una chiusura corale inaspettata e potente, per simbolismo e determinazione: il Secondo Coro delle Lavandaie (dalla Campania sveva), interpretato dalla compagine di donne al completo.

A fine spettacolo, dunque, quando all’entusiasmo e all’eccitazione comincia a sostituirsi un po’ di sana, non meno commossa lucidità, ci rendiamo conto dell’incredibile precisione tecnica (nonché di studio e di ricerca: la cura di Tosca, Felice Liperi e Paolo Coletta è, in questo senso, tanto artistica quanto antropologica, etnografica, se storia della canzone è anche storia dei popoli) con cui questo Viaggio in Italia ha saputo orchestrare e tenere insieme tutti i suoi elementi: dai musicisti agli interpreti, dalla voce narrante (quella dell’attrice Ludovica Bove) ai cori, ogni parte, proprio come ogni strumento, sia esso un tamburello o un basso elettrico, trova il proprio posto nel tutto.

Simbolo, in fondo, anche questo, di un’unità che è davvero tale solo nella diversità.

 

VIAGGIO IN ITALIA

Cantando le nostre radici

a cura di Tiziana Tosca Donati, Felice Liperi, Paolo Coletta

con RadiCanti

voce narrante Ludovica Bove

direzione musicale Piero Fabrizi

regia Massimo Venturiello