Vinicio Capossela, festa campestre e performance indimenticabile in Sila

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Idealista e visionario, forse un pazzo, forse un poeta, ama l'arte come la vita, con disincanto, sogno e poesia...

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Festa. È il clima che si respira a Monte Curcio, quasi 1.800 metri sul livello del mare, nel cuore della Sila cosentina. Qui, in una domenica che saluta l’estate, ecco tante persone (circa duemila), radunate per la prima edizione de “La Sila suona Bee”, un evento di Archimedia Produzioni e PianoB, che porta arte e cultura nella montagna calabrese con un ospite d’eccellenza. E’ Re Vinicio Capossela, giunto a queste altezze per invocare il demone meridiano, salutato, affrontato e vinto al giungere del meriggio, accolto da un sole che brucia e riscalda, con un vento che soffia leggero una melodia che esalta i profumi senza tempo della natura, madre ancestrale selvaggia e benevola, figlia generosa di quella Terra che altrove respira a fatica. Ma qui, alla periferia della periferia, ameno paradiso abituato al silenzio e alla desolazione, oggi si fa festa. Siamo saliti intorno alle 12, e il passaggio in ovovia ha permesso di assaporare il cielo e il verde, talmente perfetti da sembrare un’opera d’arte. Giunti in cima, l’aria riempie i polmoni, rischiara il cuore e la mente, e incuriosisce l’olfatto. Il profumo della Woodstock silana è inevitabilmente quello degli scialatelli ai funghi porcini, della salsiccia arrostita, del caciocavallo filante e del vino che scorre a fiumi nella folla di età variegate, che copre ogni fascia. Tanti i passeggini, tante le famiglie, anche a smitizzare qualche sparuto talebano che (poveretto!) sui social aveva gridato addirittura allo scandalo religioso (poveretto-bis!) in un concerto che a suo dire rappresentava un ossequio al demone. Ma quando mai! L’unica cosa infernale, qui, è il peperoncino, che rende perfette le pietanze. E siamo sicuri che Satana, se mai fosse presente, si convertirebbe immantinente alla filosofia silana, e farebbe ordinatamente la fila per bere e mangiare…

Lo spettacolo è anticipato dalle esibizioni dei Totarella, con accordi per zampogne e ciaramelle, e di Michele Scerra, che con la sua voce e la sua chitarra è purtroppo sacrificato nell’inascolto pressoché generale. L’attenzione è rivolta tutta al palco centrale, nella spianata oltre il rifugio, che però resta inspiegabilmente inaccessibile fino alle 14,35, mentre vediamo già Capossela sul palco, che sta rigorosamente provando. Finalmente, scocca l’ora X e la folla ha il via libera. Molti i plaid stesi sul terreno, con colori variopinti che ravvivano ancor di più l’atmosfera. Il demone, intanto, in mancanza d’altro si è impossessato della linea Internet, per cui non è possibile, né lo sarà, comunicare con l’esterno, né condividere in tempo reale, almeno in forma di foto o video sui social, le forme e i suoni delle festa: la copertura di rete qui è solo un’ipotesi, ce ne facciamo una ragione e passiamo oltre. L’idea musicale dell’evento prende forma alle 15,17. Vinicio appare sul palco in tunica bianca e cappello nero, e tra gli applausi presenta timidamente il concerto, con l’idea del solstizio visto come irruzione del mistero nella natura. Cita la Magna Grecia che lo ospita, Giacomo Leopardi e l’idea che gli antichi avevano del meriggio quale tempo sacro e terribile, con gli effetti del demone meridiano, che al Sud conosciamo bene, essendo soggetti alla controra. I fiati, intanto, muggiscono grevi e severi, grazie agli aulofoni di Gavino Murgia che impone la propria presenza, filo conduttore per tutto il concerto.

Il primo brano è “Non trattare”, presentato dopo la citazione del salmo 91, quello che dice “non temerai il demone meridiano”: Capossela, alla chitarra, ci trascina nell’idea del Dio severo e terribile del Vecchio Testamento, che però richiama l’uomo a non farsi turbare dalle tentazioni, e a non temere irruzioni di spiriti malvagi che agiscono in quel “niente sotto il sole” che sembra seminare mistero e distruzione. Ancora citazioni bibliche per “Job”, la storia di Giobbe, il servo puro in terra di Uz che viene privato di tutto ma continua ad essere fedele al suo Dio. E qui c’è spazio anche per il ricordo di Enzo Del Re, uno degli ultimi cantastorie, e per parlare dell’accedia, che ha il terribile potere di spegnere la voce di Dio negli occhi dell’uomo. Siamo solo all’inizio del viaggio catartico che ci porterà a sconfiggere il demone, e con “Dimmi Tiresia” invece si passa ai miti dell’antica Grecia: qui il protagonista, accecato dalla dea Atena che era stata vista fare il bagno nuda, ha il privilegio di visitare il regno dei morti. La canzone è ovviamente cupa e infernale, ma è attraversata da un senso di ricerca che potrà avere la sua ragion d’essere solo al termine del cammino. Capossela canta che “la conoscenza è niente senza fede”, e il pubblico sembra vinto dalla controra, perché reagisce, ma reagisce poco. Gli aficionados caposseliani resistono, sanno che il tempo della festa arriverà a breve.

E infatti, il primo incitamento a svegliarsi è nel brano successivo, quando, complici le ninfe – temibili al meriggio nei pressi delle fontane, ci dice Vinicio – va in scena “L’acqua chiara alla fontana”, antichissimo sonetto che arriva dalle campagne irpine, luoghi di origine dell’artista. Il pubblico batte le mani a tempo, segno di presenza.

Nuovo applauso e Vinicio ci illustra altre cecità, quelle procurate dall’alcol, dalla “sbornia di Cirò”, come la chiama lui, che se pomeridiana è più “barbarica” perché arriva in fase digestiva. Ipotizziamo che Ulisse proprio di pomeriggio fregò il ciclope Polifemo, ed ecco il la per la canzone dell’ubriacatura ciclopica, quel “Vino vinocolo” che Vinicio il visionario porta in cattedra:

Gli uomini son così piccoli volli vederli più da vicino…
In una lente di vino li vidi e me li mangiai…
Bevevo il latte e mi ha vinto il miele
del succo dell’uva pigiata
Un nessuno, nessuno da niente,
mi ha vinto col vino

La tragedia di Polifemo e dell’inganno di Ulisse lascia il posto agli aedi nelle vie dei canti (“Aedo”, sempre da “Marinai, Profeti e Balene”, del 2011, il disco più saccheggiato per il demone), in quella memoria

che si versa sopra gli occhi
il dono che gli dà luce dentro
lo fa cieco di fuori…

Ancora torna l’idea della luce, e il percorso da affrontare per raggiungerla e non discostarsene più. E’ l’animo umano alle prese con l’inganno del demone, che lo vince in apparenza promettendogli l’ebbrezza della conquista e del dominio, finché l’uomo si risveglia e grida la propria libertà e la propria purezza. Ma non è ancora tempo per queste cose, e il palco è ora tutto per i musicisti cretesi che accompagnano Vinicio, Lambis Xylouris (oud, boulgari) e Konstantinos Skoulas (lira cretese), i quali portano il suono del Mediterraneo in uno strumentale evocativo e struggente al tempo stesso.

Non poteva mancare il demone della lussuria, che Capossela introduce adesso. Proviamo a indovinare il brano e puntiamo tutto su “Pryntyl”, la storia della sirena tentatrice. Scommessa inevitabilmente persa, perché tocca invece a “Calipso”, ancora dal disco del 2011. La protagonista, ancora una ninfa, figlia di Atlante, e abitante dell’isola di Ogigia, è ‘colei che si nasconde’, archetipo del demone meridiano del nascondimento e quindi del mistero. Rivediamo ancora Ulisse che da un lato vorrebbe tornare a casa, ma dall’altro preferisce restare in sua compagnia:

Bloccato qui
solo sullo scoglio
piango la mia anima ospite
il mare è una cintura di spine
che cinge la vita del giorno
che cinge il ritorno
preferisco tornare allo sforzo al dolore
tornare a penare e indietro lasciare
il riparo accudito dal bene di un dio
di un paradiso che non è il mio
sembrava eterno presente ma è già dietro le spalle
però domani
però già ancora un poco di Calipso
mi ha già ripreso l’incanto
solo di giorno è il pianto
la notte scioglie le ore
partita anche l’ultima nave
nessuno mi può più trovare
nessuno mi può più trovare

NoteVerticali.it_Vinicio capossela_Sila_21set14_4Il pubblico, intanto, segue e partecipa, anche se in pochi, davvero in pochi, conoscono i brani proposti.
Giunge il momento del pianoforte, e i registri diventano malinconici, a sottolineare il demone meridiano della debolezza, quello delle secche del mare, descritte alla perfezione da Joseph Conrad:

Nessuno è mai protetto
Dalla sua debolezza
Che se ne sta nascosta
Come una serpe dentro un rovo
Vilmente sconosciuta
Appena sospettata
Ma invece rivelata
Nel momento che sta a te

Lord Jim” è la scoperta della debolezza, appunto, in quei momenti nei quali manca il coraggio per le grandi imprese e invece è più facile voltar la testa e unirsi ai mediocri. La complicità della massa non cancella la colpa dell’ignavia, sembra dirci Vinicio, che passa poi a “Abbandonato”, cover italiana del brano “Los ejes de mi carreta” dell’argentino Atahualpa Yupanqui, inclusa in “Rebetiko Gymnastas”, disco omaggio alla madre Grecia del 2012.
Il momento “depressive” ha fine con il ritorno alla chitarra, e con lo spazio offerto alle canzoni  popolari:

Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu
ne sciati doi e ne turnati quattru

che sono voci di un Sud dimenticato, forse anche dallo stesso demone. Non poteva mancare Matteo Salvatore, il cantore di Apricena, figlio di un’epoca che ci sembra lontanissima, ma che era appena quella dei nostri nonni: Vinicio lo omaggia da par suo con “Le chicchiere du lu paese”:

Quanno ce zappa e quanno ce puto
nun tengo zieni e nun tengo nepute
Quanno è tempu de vitignà
zieni de qua e nepute de là

Mamma mamma so lunghe le ore,
ncappa li mosche annanza a lu sole
Se lu tempo nun vò passà,
doppo ncappete rifalle vulà

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La gente balla e si diverte: il concerto ha ormai i contorni di una festa campestre, c’è chi sorseggia il vino, e chi spaccia sopressate, mentre il sole campeggia ancora, in una giornata che sta regalando emozioni e voglia di vivere.
Ma il percorso ancora non è giunto al suo termine, e passa per la morte, considerando che proprio il mezzogiorno, l’ora in cui – ci dice Vinicio – giorno e notte si equivalgono, proprio i morti desiderano stare da soli. Doverosa quindi la “Marcia del Camposanto” che Capossela pesca dal quel “Canzoni a manovella” del 2000, giudicato dai critici come il suo disco migliore:

nelle pannocchie
tra il frumentone
passò il bastone curvo della processione
la cornacchia
gracchia alla macchia
la gazza luccica
sul becco del trombone

Il campo(santo) è forse il luogo più lontano che ci sia dal fondo del mare, ma sappiamo quanto Vinicio sia ribelle alla logica, quindi tocca (stavolta sì!) a “Pryntyl”, storia disneyana della sirena tentatrice, che ora immaginiamo tentare, più che il marinaio, il capraio silano. I ritmi sono allegri e scanzonati, e il pubblico gradisce ballando e battendo le mani:

Nel fondo del mar, nel fondo del mar..
La foca barbuta, sempre piaciuta
Che è solitaria, le piace cantar,
Una sirena si sente coi baffi,
Una sirena nel fondo del mar
E i pesci uccelli le batton le ali
E scrosciano applausi di pinne e di bolle
Nel fondale spettacolare
Dell’abisso musicale

Dai caprai al Minotauro il passo è breve, perciò “Brucia Troia”, nella quale echeggiano i ritmi tribali che parlano di istinto e di ferinità, e illustrano la tentazione di Pasifae, regina di Creta, e il suo affidarsi ciecamente al desiderio irrefrenabile, lo stesso del “Ballo di San Vito”, quando, pizzicati dal ragno del demone meridiano, si è quasi obbligati a ballare, e a farla da padrone è la chitarra battente di Francesco Loccisano, talento di Roccella Jonica:

qui soffia il vento d’Africa
e ci dice tenetemi fermo
e ci dice tenetemi fermo
ho il ballo di S. Vito e non mi passa

Capiamo di essere giunti al capolinea. Il Nostro saluta e si ritira dietro il palco, nella vallata, ma è ovviamente sommerso dagli applausi e dalle grida che lo reclamano per il sacrosanto bis. E qui ci giochiamo l’altra scommessa, più facile, e stavolta ne becchiamo due su tre. La prima è “Con una rosa”, anticipata dalla lettura delle liriche di Franco Costabile, poeta ermetico nato a Sambiase, allievo di Giuseppe Ungaretti, che contribuì a farlo conoscere. Di Costabile Capossela legge “La rosa nel bicchiere”, collage di schizzi dedicati alla sua Calabria.

Il demone meridiano è stato scacciato definitivamente. E’ tornata la saggezza e la meditazione per l’opportunità. Capossela porta in scena ancora la Bibbia, e precisamente, riadattato, il libro di Qoèlet, re di Israele a Gerusalemme, che dall’alto della sua saggezza, proclama:

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare  e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.    

Ed è il tempo di “Ovunque proteggi”, notissima ma sempre unica e preziosa, come un fiocco di neve, come l’aria.

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.
Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.

Non ci sono fiaccole, la luce del giorno lo impedirebbe, ma il senso del raccoglimento è palpabile, il pubblico segue ipnotizzato dalla meraviglia di queste note e di queste parole. Persino i fiati di Gavino Murgia sono diventati flauto delicato e tenero, ad accompagnare una preghiera laica che va oltre il luogo e il tempo. Capossela regala un inchino e poi un altro, ma non è ancora finita. Il commiato è affidato a “Camera a Sud”, una bossanova che chiude il disco omonimo del 1994, e che a distanza di vent’anni restituisce una splendida malinconica emozione:

Sud
fuga dell’anima tornare a sud
di me
come si torna sempre all’amor
vivere accesi dall’afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c’è strada per andare

Termina il brano, ed è arrivato il momento del commiato. Sono le 17,30, la festa campestre termina qui. Vinicio lascia il palco, stavolta per davvero. Ci dispiace non aver potuto ascoltare “L’Uomo Vivo” (perchè?), ma sappiamo che ci ha regalato qualcosa che non dimenticheremo, con un invito – l’ennesimo – a riappropriarci della nostra terra e delle nostre radici. Un grazie doveroso all’organizzazione, che con questo evento, visionario, immaginifico, ma soprattutto rivelatosi reale, ha aperto una traccia importante per la valorizzazione di un territorio, quello calabrese, che è un paradiso a cielo aperto, e ha location che il mondo ci invidia. La speranza è che quanto visto oggi sia stato solo l’inizio.

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