War Machine: David Michôd e la guerra raccontata con stile e originalità

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Che le piattaforme di streaming come Netflix e Amazon avessero cambiato sensibilmente il mondo della televisione si era ormai capito da un po’. A stupire è invece il curioso rapporto che, attraverso progetti ambiziosi e coraggiosi, lega i più noti streaming services con il mondo del cinema. Un esempio su tutti è War Machine, l’ultima fatica del regista australiano David Michôd, autore che al suo terzo lungometraggio può già vantare una presenza al Festival di Cannes con il thriller The Rover nel 2014. Sebbene il film si presenti come il perfetto blockbuster hollywoodiano, sia per la presenza di un attore protagonista ingombrante come Brad Pitt (qui anche produttore) che per il genere, Michôd e Pitt hanno preferito affidare la distribuzione di War Machine non ai buoni vecchi multisala, ma a Netflix, che il 26 maggio ha reso disponibile il film in tutti i 190 paesi in cui la piattaforma è attiva.
Nel 2009, con il neo-presidente Obama fresco di elezioni, il generale Glen “Glenimal” McMahon è una vera e propria rockstar della guerra: dopo aver contribuito con successo a portare a termine il conflitto in Iran, McMahon riceve l’ordine di occuparsi dello stesso processo in Afghanistan, dove i soldati americani devono contemporaneamente eliminare i talebani rimasti nel paese e, cosa più difficile, convincere i civili della natura pacifica della loro presenza sul suolo afgano. Man mano che il generale proverà ad attuare le strategie di contrasto alle insurrezioni dei filo-talebani, si scontrerà giorno dopo giorno con divergenze massicce e invalicabili con il nuovo governo di Washington. A seguire e raccontare la vicenda è il giovane reporter di Rolling Stone Sean Cullen, che seguirà il veloce declino di McMahon e il suo difficilissimo rapporto con le autorità governative.

Brad Pitt, Sir Ben Kingsley
Brad Pitt e Ben Kingsley in una scena di “War machine”

Sebbene i suoi lungometraggi precedenti fossero strettamente legati al suo paese, appunto l’Australia, Michôd con War Machine decide non solo di uscire dalla sua madrepatria, ma di farlo portando sullo schermo vicende importantissime per la storia recente di un’altra nazione, appunto gli Stati Uniti. La trama infatti riprende piuttosto fedelmente quella del romanzo-reportage The Operations del giornalista americano Michael Hastings: McMahon altro non è che la versione cinematografica del generale Stanley McChrystal, impegnato nel 2009 nelle stesse operazioni militari raccontate nel film. Il modo in cui sia Michôd che Pitt lavorano sul protagonista (uno durante il processo di scrittura e l’altro davanti alla macchina da presa) è ammirevole almeno per due motivi: in primo luogo, McMahon rappresenta tutti i dubbi e le contraddizioni a cui chiunque, almeno una volta nella vita, può aver pensato quando si parla della presenza militare di un paese sul suolo straniero. D’altro canto il generale capisce giorno dopo giorno quanto surreale sia la distanza enorme e non solo geografica che divide Washington D.C. e i teatri di guerra in cui sono presenti le truppe americane. Insomma “The Glenimal”, come lo chiama il maggiore Greg Pulver (in una posizione simile a quella che nella realtà fu del generale Michael Flynn e qui magistralmente interpretato da un caratterista capace come Anthony Michael Hall) altro non è che un uomo che a dedicato tutta la sua vita alla guerra, quasi come a una religione, che all’improvviso si scontra sia con le posizioni di non comprende i suoi metodi sia con l’angosciante dubbio di aver dedicato una vita intera alla cosa sbagliata. War Machine non vuole assolutamente essere una scontata accusa pacifista contro l’interventismo statunitense, ma si presenta piuttosto come una finestra su un mondo, appunto quello delle operazioni militari, noto ai più solo in modo generico e frammentario. Il film quindi riesce nel difficile obiettivo di presentare sia una accurata fotografia del funzionamento di un processo così complicato, sia una riflessione profonda e quasi universale sul rapporto che ognuno di noi (che sia un civile come Sean Cullen o un veterano come McMahon) ha con i conflitti che, più o meno direttamente, riguardano noi o almeno il nostro paese. Per affrontare un tema così “tecnico”, così specifico, Michôd decide di abbandonare in parte stilemi che avevano caratterizzato i suoi lungometraggi precedenti, come una prevalenza dei paesaggi e dei campi lunghi e lunghissimi sulle figure umane e sui primi piani, per raccontare una storia dai ritmi serrati con una regia veloce e ricchissima di close up e campi-controcampi che non lascia quasi mai il volto squadrato e impassibile di Brad Pitt, qui in una delle sue prestazioni attoriali più significative degli ultimi anni. A completare il tutto c’è l’apprezzabilissima colonna sonora di Nick Cave, che come Michôd è un australiano fortemente legato alla storia e ai temi ricorrenti della cultura americana.
In conclusione, War Machine è un progetto che si differenzia sia dai classici film di guerra celebrativi che da quelli più marcatamente politici e di denuncia, presentandosi come un prodotto originale e ben riuscito.