Western Stars: Springsteen e il grande racconto collettivo di una vita individuale

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Siamo stati alla Festa del Cinema di Roma all’anteprima del film del Boss.

Il Boss ha ancora fatto colpo. Perché, se è riuscito a non fare avere un centimetro quadro di asciutto sul viso, il mio per primo, di coloro, che hanno avuto la fortuna di partecipare alla proiezione in anteprima del suo Western Stars alla Festa del Cinema di Roma, come se fosse un concerto dei suoi, allora vuol dire che ha ancora una volta raggiunto cuori e teste di tutti.
Questo film, che non è un semplice film concerto, va in profondità su tante cose. Si inserisce nell’ultima fase della carriera di Springsteen, tutta dedicata alla riflessione e alla rielaborazione, con approccio quasi psicanalitico. La depressione e i fantasmi con cui ha lottato una vita fanno capolino spesso e sono il sottofondo di tante osservazioni e domande. “E più vai avanti, più domande ti fai, solo che sono più profonde”.
La parte più interessante è costituita dagli intermezzi tra le canzoni, dove Springsteen non solo le introduce ma fornisce tracce di lettura della vita, non solo la sua. Lui, come tutti i grandi artisti, riesce a fare della sua vita personale un paradigma per quella collettiva, così che la sua non sia semplice autobiografia ma occasione per una sorta di biografia umana con forti afflati universali. Del resto, lui stesso avverte, all’inizio del film, che la mentalità americana è tutta incentrata sulla dicotomia/incontro tra individuale e collettivo.
Del disco Western Stars ho già parlato in altra recensione (http://www.noteverticali.it/ascolti/western-stars-storie-di-solitudini-e-viggiatori-nel-concept-album-di-bruce-springsteen/) e non mi ripeterò.
Il film lo ripropone nella forma particolare di un concerto tenuto nel fienile del ranch di casa Springsteen, adibito per l’occasione a sala, riempita da pochi amici, un posto pieno di legno e calore, che sembra una chiesa, con una acustica eccezionale.
Gli arrangiamenti sono pressoché identici al disco. Le novità sono le riflessioni sparse, accompagnate da immagini molto evocative di praterie di possibilità, deserti di sentimenti, cavalli in fuga come pensieri, che chiariscono molto meglio il senso dell’operazione complessiva. Con questo film anche chi aveva nutrito perplessità sul disco – “non è il solito Springsteen” – potrà ricredersi. Perché qui il discorso si fa chiaro, nella sua complessità. Siamo alla fine di un viaggio. Lo fa capire lo stesso Springsteen quando cita la solita macchina, “che è una metafora perfetta della vita e della libertà perché ti da la sensazione di andare sempre avanti”, ma poi sempre ti devi fermare e tornare al punto di partenza.
Qui i tanti eroi che hanno cavalcato le strade dell’American dream tornano dignitosamente a casa (“l’importante è non risultare mai ridicoli”) per riflettere o semplicemente raccontare.
Fermata la macchina, calmata la corsa dei cavalli, con un bicchiere davanti, si può finalmente parlare di sentimenti universali.
Ed ecco allora le riflessioni sull’amore, quale sentimento con cui “Dio dà prova quotidiana della sua esistenza e forza”, anche se noi non ce ne vogliamo accorgere e anzi, come lo stesso Springsteen ammette, ci piace masochisticamente “rompere il miracolo” (There goes my miracle è forse il brano che guadagna di più, in questa cornice cinematografica).
Ed ecco le tante metafore del disco, che qui vengono spiegate meglio, come quella dello stunt-man come simbolo della necessità di rischiare, nella vita come nell’amore, lanciandosi in imprese, tra le quali anche affidarsi a qualcuno. Sempre più, a tal proposito, emerge l’importanza nella vita di Bruce della seconda moglie Patti Scialfa, sempre lì, un passo dietro, sul palco come nella vita, a sostenerlo ed equilibrarlo.
Ed ecco la riflessione sugli errori e sulle ferite, “da cui nessuno è immune”. Sbagli, sotto forma di rimpianti o rimorsi, che poi ti inseguono una vita intera, come cavalli sfrenati.
Molto belle le immagini di repertorio, anche familiari del Boss, sempre inquadrate nell’ottica dicotomica personale/collettivo. Cosa che rende questo film un piccolo tratto di pennello sull’America e sul sentimento profondo americano.
Forse si poteva osare un po’ sulla regia, che è dello stesso Springsteen: si sarebbe, per esempio, potuto insistere di più sulle immagini fuori concerto, anche durante l’esecuzione musicale dei brani, sacrificando parte delle riprese del concerto, che alla lunga possono risultare uguali (è questo il limite insito al film concerto che per ora solo Roger Waters ha saputo in parte superare). E si sarebbe potuto dare più vita allo stesso Springsteen fuori concerto, chiuso in quella macchina a girare lungo praterie infinite.
Ma sono dettagli, suggeriti proprio dal clima intimista dell’intera opera.
La riflessione di Springsteen è infatti pacata, mai fuori le righe, mai esibita oltremodo, persino quando torna sulla sua maledetta depressione e altrettanto maledetta abitudine, che pare finalmente accantonata, di ferire le persone a lui più vicine.
Sembra veramente un vecchio saggio che, senza alcuna supponenza e presunzione, fornisce una via maieutica, fatta più di domande, con cui però arrivare a qualche risposta, col pregio sempre di non essere una risposta definitiva ma pur sempre aperta, come le strade e i panorami che immergono i brani dell’album.
A proposito della dicotomia di cui si diceva all’inizio, è proprio Springsteen che si conferma ancora una volta essere artista dicotomico. Rock e pop. Tragico e divertente. Sorridente e amaro. Simpatico e duro. Solitario e familiare. Attivo e riflessivo. Malinconico e allegro (che non è dicotomia).
Unisce così tanti aspetti, e sfama così tanti appetiti, da risultare, nella sua complessità, forse il più completo artista espresso dalla grande storia della musica rock. E non solo.
Il film Western Stars lo conferma. Il 2 e il 3 dicembre, data in cui uscirà nei cinema italiani, prendete i fazzoletti, e godetevelo. Ne vale veramente la pena.